Tempo di maturare
Proprio in Svizzera, al World Economic Forum del 1999, Kofi Annan lanciava ai leader dell’economia mondiale un appello che ha fatto storia: sottoscrivere con le Nazioni Unite un “Global Compact of shared values and principles, which will give a human face to the global market”. Venticinque anni dopo, la rete internazionale che ne è nata unisce governi, imprese, agenzie Onu, organizzazioni sindacali e della società civile nella condivisione e nella diffusione di dieci principi guida nell’ambito dei diritti umani, del lavoro, dell’ambiente e della lotta alla corruzione.
In particolare negli ultimi anni, la consapevolezza della responsabilità e della sostenibilità è notevolmente aumentata. «In Svizzera dalle 14 aziende aderenti iniziali, la nostra rete nazionale è cresciuta fino a contare circa 400 membri. Nostro obiettivo è sostenere il maggior numero possibile di aziende con conoscenze, corsi di formazione, coaching, iniziative e strumenti. Grazie a un network internazionale molto ampio (25mila aziende, 120 paesi e 62 reti nazionali), siamo in grado di offrire fino a 120 proposte all’anno», sottolinea Antonio Hautle, direttore esecutivo dell’UN Global Compact Network Switzerland & Liechtenstein.
Che la massimizzazione dei profitti non sia più sufficiente a rispondere alle sfide contemporanee sembra ormai una visione condivisa. I limiti planetari, la perdita di biodiversità e l’indebolimento della coesione sociale impongono un cambio di paradigma: «È tempo di integrare quattro capitali – umano, sociale, naturale ed economico – e misurare la performance non più attraverso tabelle di marcia isolate ma lungo traiettorie condivise», afferma Jonathan Normand, fondatore e Ceo della Fondazione B Lab Svizzera, parte di un movimento globale che conta quasi 10mila aziende certificate B Corp, un modello ibrido, dove profitto e impatto positivo convivono. «Molte Pmi e aziende familiari hanno già un forte radicamento sociale, che il ricambio generazionale e le aspettative dei collaboratori e dei clienti rafforzano. Ma siamo ancora in un’adolescenza della sostenibilità: è ora di consolidare le pratiche e radicarle nella governance», esorta Normand.
Ma se le reti internazionali offrono strumenti concreti e network, è la politica a fornire la cornice. Con la Strategia per lo sviluppo sostenibile 2030, la Svizzera collega obiettivi globali e misure nazionali, concentrandosi su tre priorità interdipendenti: consumo e produzione, clima-energia-biodiversità e dimensione sociale. «Abbiamo già compiuto progressi in settori quali l’istituzione di un quadro giuridico per promuovere il consumo sostenibile e l’economia circolare, l’adozione della legge sul clima e l’innovazione, l’elaborazione di strategie in materia di biodiversità, alimentazione, istruzione e uguaglianza, nonché l’attuazione di iniziative volte a ridurre le sovvenzioni alle energie fossili», rileva Daniel Dubas, delegato del Consiglio federale all’Agenda 2030.
Tuttavia permangono alcune sfide ancora aperte: «L’attuazione degli obiettivi climatici, la decarbonizzazione, lo sviluppo dell’economia circolare e della biodiversità sono talvolta insufficienti, le sovvenzioni alle energie fossili persistono e l’efficienza energetica e lo sviluppo delle energie rinnovabili procedono troppo lentamente. Lo sviluppo sostenibile richiede un quadro normativo stabile, norme vincolanti e risorse finanziarie e umane sufficienti», osserva Daniel Dubas.
Un rallentamento che preoccupa anche il mondo scientifico. Per il Prof.Reto Knutti, a capo del gruppo di Fisica del clima del Politecnico di Zurigo, l’approvazione della Legge sul clima e l’innovazione nel 2023 e della Legge federale sull’approvvigionamento elettrico nel 2024 hanno sì gettato basi importanti per permettere alla Svizzera di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, ma da sole non bastano. «A mancare non sono soluzioni e finanziamenti, ma un piano di attuazione concreto, con misure ambiziose che promuovano innovazione, energia pulita e business sostenibile. Persiste invece la percezione che la sostenibilità sia costosa, complicata e poco attraente», nota il Prof. Knutti.
Anche economia privata e politica non sempre viaggiano alla stessa velocità. Ad esempio, malgrado l’ampio sostegno da parte del mondo imprenditoriale, l’iniziativa promossa dall’Alleanza per le Imprese Sostenibili per introdurre una nuova categoria legale di “Impresa sostenibile”, che garantisca un quadro volontario, chiaro e credibile, per riconoscere le aziende virtuose, non ha ottenuto l’avvallo di economiesuisse e dell’Usam, prima di arenarsi alla Commissione degli affari giuridici del Nazionale. «Questo episodio è indicativo del divario tra le posizioni politiche e le esigenze operative delle imprese, che richiedono soprattutto chiarezza e coerenza dei riferimenti normativi, come conferma anche la nostra diagnosi sul campo, supportata dal nostro barometro Csr», avverte il Ceo di B Lab Svizzera che coordina l’Alleanza per le Imprese Sostenibili, coalizione che riunisce circa 500 aziende e associazioni.

