Negli ultimi anni il tema della sostenibilità ha vissuto una fase di forte esposizione. Il termine ESG è entrato rapidamente nel linguaggio comune di imprese, investitori e istituzioni, accompagnato da una crescita significativa dell’attenzione mediatica e da un forte afflusso di capitali verso fondi e strategie sostenibili. Dopo il picco registrato tra il 2020 e il 2021, tuttavia, i flussi verso i fondi ESG hanno mostrato un progressivo rallentamento, in alcuni casi anche una contrazione, segnando il passaggio da una fase di entusiasmo diffuso a una maggiore selettività da parte degli investitori.
È il ciclo naturale di ogni grande trend: prima l’entusiasmo, poi la selezione. Oggi, superata la fase più ‘rumorosa’, la sostenibilità sta entrando in una dimensione più matura, dove si vedono meno slogan e ci si concentra più sulla sostanza.
Per il settore bancario nel suo complesso, questo passaggio rappresenta in realtà un ritorno alle origini. Al di là delle definizioni e delle etichette, molti dei principi oggi ricondotti all’ESG (visione di lungo periodo, attenzione al territorio, responsabilità verso clienti e stakeholder) sono sempre stati parte integrante del modo di fare di molte banche, soprattutto per gli istituti più radicati nel tessuto economico locale.
Il punto, tuttavia, non è rivendicare una tradizione, ma chiarire un principio: la sostenibilità funziona solo quando è integrata con buon senso. E cosa significa, concretamente? Significa evitare di seguire le mode o le pressioni del mercato, concentrandosi invece su ciò che genera un impatto reale e coerente con il proprio modello di business. In altre parole, ogni impresa dovrebbe interrogarsi su quali siano i fattori ESG realmente ‘materiali’, e focalizzare lì le proprie risorse.
Non tutto ha lo stesso peso, e non tutto è rilevante allo stesso modo per ogni settore. Prendiamo ad esempio il tema del cambiamento climatico. È senza dubbio centrale nel dibattito globale, ma l’impatto diretto causato dalle varie industrie varia significativamente. Se confrontiamo il settore finanziario con il settore dei trasporti, delle industrie pesanti o dei cementifici, è evidente come l’impronta di carbonio diretta rappresenti, per una banca, un aspetto più contenuto. Tuttavia, il ruolo di un istituto finanziario resta cruciale sul piano indiretto, attraverso ad esempio le scelte di investimento e finanziamento. Non si tratta quindi di ignorare il tema, ma di contestualizzarlo.
Molto più rilevante, per una banca, è però la dimensione sociale della sostenibilità: il rapporto con il territorio, il supporto alla comunità, la capacità di generare valore che vada oltre la performance finanziaria. È su questo fronte che si gioca la vera sfida.
Proprio da questa consapevolezza abbiamo dato vita alle soluzioni Private Green. Si tratta di conti gestiti secondo logiche ESG, ma con una caratteristica distintiva nel panorama svizzero: attraverso il meccanismo del “Voting Green”, organizzato all’inizio di ogni anno, una parte dei ricavi generati da questi conti viene destinata a sostenere organizzazioni locali attive in ambito ambientale e sociale. Non è la banca a decidere, ma direttamente i clienti, che scelgono quali realtà supportare. Il risultato è un modello che rende l’impatto tangibile, visibile e concreto sul territorio.
In un contesto nel quale il rischio di greenwashing è sempre presente, la vera sfida non è fare di più, ma fare meglio. Concentrarsi su poche iniziative, ma significative.
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