TM    Maggio Sostenibilità 2026

Scalare lungo la supply chain per una reazione a catena

Fermarsi al proprio perimetro non basta: per un impatto sistemico, le aziende devono scalare la sostenibilità lungo le loro supply chain. Proprio il procurement continua a costituire la dimensione più critica da affrontare integrandola nei processi quotidiani per trasformare il proprio modello operativo. Le riflessioni di Pierre-François Thaler, co-fondatore e co-Ceo di EcoVadis, leader mondiale di rating di sostenibilità aziendale.

di Susanna Cattaneo

Giornalista

Misurare: per analizzare, valutare, migliorare e monitorare. Se la quantità non fa la qualità, può esserne il presupposto. Anche un ideale come la sostenibilità ha bisogno di framework, indicatori, assessment e rating per non ridursi a vaga aspirazione o, peggio, a operazione di facciata. Fra i primi a comprenderlo, Pierre-François Thaler e Frédéric Trinel, cofondatori di EcoVadis. Quando le loro strade si sono incrociate nel 2007, poche aziende si interrogavano sull’impatto ambientale, sociale ed etico delle proprie pratiche, ancor meno guardavano alla supply chain.

Nasce così l’idea di portare tecnologia e standardizzazione, creando una piattaforma per consentire alle imprese di accedere a informazioni affidabili e comparabili sulle performance ESG dei fornitori, facilitando decisioni di acquisto responsabili e contribuendo a un cambiamento sistemico verso un’economia più equa e rigenerativa.

La svolta arriva dal 2019, sostenuta dall’inasprimento delle regolamentazioni CSR e dalla crescente attenzione di investitori, partner, clienti e cittadini. Una convergenza che accelera il mercato. Se per il primo round di serie A (30 milioni di euro, tanti per una start up francese) erano serviti quasi dieci anni, nel 2022 il round da 500 milioni di dollari – il più grande per una SaaS di dati sulla sostenibilità – porta EcoVadis a diventare il primo unicorno del settore.

Oggi oltre 95mila aziende, in 200 settori e 175 Paesi, utilizzano i suoi strumenti per monitorare e migliorare le proprie performance e quelle dei partner commerciali, rendendola il principale fornitore globale di valutazioni di sostenibilità a livello mondiale.

All’indomani di Sustain, la conferenza annuale di EcoVadis che ha riunito a Parigi quasi 900 professionisti (e quasi 1400 online) da più di 50 Paesi, qualificandosi come l’evento globale di riferimento per i leader nel settore degli acquisti sostenibili, della conformità e della responsabilità d’impresa, facciamo il punto con il co-fondatore e co-Ceo Pierre-François Thaler su tendenze emergenti e strategie per rendere le supply chain più resilienti e sostenibili, in un contesto caratterizzato da migliaia di fornitori, milioni di transazioni, tensioni e vincoli crescenti, che stringono i margini e moltiplicano i rischi.

Pierre-François Thaler, a quasi venti anni dalla fondazione di EcoVadis, quanto avete visto maturare la sensibilità delle aziende verso la sostenibilità?

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un passaggio netto: da tema reputazionale o di compliance, la sostenibilità è diventata parte integrante della gestione operativa e della resilienza della catena del valore. I nostri dati mostrano una crescita misurabile. Restano però differenze marcate per geografia, settore e dimensione d’impresa. Un segnale chiaro è che il Procurement sostenibile rimane la dimensione più debole rispetto agli altri tre assi della nostra valutazione (Ambiente, Lavoro & diritti umani, Etica) con criticità evidenti soprattutto tra le grandi aziende nordamericane. Al contrario, le imprese che reiterano il nostro percorso di rating tendono a colmare progressivamente i gap.

Molte aziende hanno fatto progressi all’interno, ma faticano a scalare gli standard di sostenibilità lungo l’intera catena del valore, obiettivo che richiede trasformazioni organizzative più complesse. Avere una policy ESG non basta: bisogna infatti cambiare il modo in cui si acquista, si qualifica un fornitore, si monitora la performance e si costruiscono piani di miglioramento.

Pierre-François Thaler

Pierre-François Thaler

Co-fondatore & Co-CEO di EcoVadis

Come spiega questa difficoltà nel trasferire i requisiti ESG nelle decisioni di acquisto e nella gestione dei fornitori?
È un segnale importante: molte aziende hanno fatto progressi all’interno, ma faticano a scalare gli standard lungo l’intera catena del valore. La ragione di fondo è che questa area richiede trasformazioni organizzative più complesse: servono dati affidabili dai fornitori, integrazione nei processi procurement, incentivi interni coerenti e capacità di engagement continuo. In altre parole, non basta avere una policy ESG: bisogna cambiare il modo in cui si acquista, si qualifica un fornitore, se ne monitora la performance e si costruiscono piani di miglioramento. È proprio questo passaggio, da policy a modello operativo che il nostro evento annuale, Sustain 2026,  ha messo al centro.

Adozione delle principali pratiche di acquisto sostenibile

Adozione delle principali pratiche di acquisto sostenibile
Fonte: EcoVadis Index 2025. Confronto regionale, 2024.

Proprio durante Sustain avete insistito sull’evoluzione da una logica reattiva al rischio a una proattiva. Come possono realizzarla le aziende?
Dal nostro punto di vista, il salto si compie quando la sostenibilità viene integrata nelle leve decisionali quotidiane: procurement, product design, gestione fornitori, incentivi, finanziamento e risk management. Nel corso di Sustain 2026 abbiamo parlato proprio di passaggio “from ambition to operating model”, cioè dalla promessa all’architettura operativa, come elemento necessario per la sostenibilità del futuro prossimo.
In concreto, questo significa tre cose: costruire dati affidabili per le decisioni, non solo per il reporting; tradurre la sostenibilità in criteri che incidano su selezione dei fornitori, negoziazioni e allocazione del capitale; passare dalla sola mitigazione del rischio a programmi che generino innovazione, efficienza e resilienza.

Le Pmi rischiano però di essere schiacciate da regolamentazione e richieste CSR dei grandi gruppi di cui sono fornitrici. Come possono rendere “sostenibile la sostenibilità”?
Il punto chiave è ridurre la frammentazione delle richieste e sostituire i questionari multipli con standard comuni e riuso dei dati, così da rendere il reporting più pratico e scalabile per le piccole e medie imprese, aiutando a standardizzare le richieste provenienti dai partner commerciali.
Sul piano operativo, individuiamo due leve particolarmente efficaci: valutazioni standardizzate di terza parte per i fornitori meno critici e modelli collaborativi di network o iniziative settoriali, che permettono di condividere standard, benchmark e strumenti di miglioramento. Proprio per questo abbiamo lanciato a marzo di quest’anno la Sustainability Community, un ecosistema esclusivo dedicato alle aziende che hanno ricevuto una valutazione EcoVadis, progettato per trasformare i dati in azioni concrete attraverso lo scambio diretto di strategie e soluzioni pratiche. 

In che misura una strategia ESG ben implementata si traduce in vantaggio competitivo, efficienza operativa o accesso al capitale?
L’ESG è un insieme di leve che, se ben integrate nel business, si associano a performance migliori. Una ricerca che abbiamo condotto insieme a Bain&Company, indica una correlazione significativa tra performance avanzate su temi ESG chiave e risultati finanziari: maggiore redditività e tassi di crescita più elevati.
Un altro nostro recente studio mostra che le organizzazioni leader stanno ottenendo ritorni crescenti non più solo dalla compliance, ma soprattutto dall’innovazione: tra il top 10% dei performer, l’80% indica l’innovazione come principale driver del Roi dei programmi di sustainable procurement, contro il 54% delle altre aziende. Questo conferma che sostenibilità, efficienza operativa, innovazione di prodotto e resilienza stanno convergendo.

Sul fronte ambientale: perché le emissioni Scope 3 restano così poco presidiate?
Nel Carbon Action Report 2025 realizzato insieme a BCG mostriamo che le emissioni Scope 3 sono 21 volte superiori a quelle combinate di Scope 1 e 2, ma solo il 24% delle aziende le monitora e appena l’8% fissa obiettivi di riduzione. Inoltre, unicamente una su tre coinvolge attivamente i fornitori, nonostante chi lo fa abbia probabilità nove volte maggiori di raggiungere i propri target Scope 3.

Eppure il potenziale è elevato: intervenire oggi sulla supply chain può generare un Roi da tre a sei volte superiore e prevenire costi futuri legati al carbon pricing. Fino al 50% delle emissioni dei fornitori può essere ridotto a costo neutro. Questo indica che il nodo è soprattutto di governance, più che economico.
Per accelerare il cambiamento, la priorità è rendere l’azione più concreta: stabilire una baseline credibile, segmentare i fornitori per esposizione e rilevanza strategica, lavorare su engagement e piani comuni di riduzione. Centrale per andare oltre le stime, è disporre di dati affidabili sul carbonio, da sempre però scarsi. Una lacuna a cui risponde la nostra Carbon Data Network, fornendo alle organizzazioni dati di alta qualità e specifici per i fornitori.

Emissioni della supply chain (Scope 3) predominanti

Emissioni della supply chain predominanti
Fonte: EcoVadis Carbon Action Manager Data.

Misure di maggior impatto sulla riduzione delle emissioni Scope 3

Misure di maggior impatto sulla riduzione delle emissioni Scope 3
Fonte: EcoVadis Carbon Action Manager Data.

Qui entra in gioco anche l’intelligenza artificiale.
Tradizionalmente, i team di approvvigionamento dedicavano molto tempo all’elaborazione manuale di grandi volumi di dati sulla sostenibilità dei fornitori. Da anni noi utilizziamo gli strumenti cloud e AI per migliorare l’intelligence sulla sostenibilità e per sviluppare una soluzione innovativa che semplifica la gestione delle relazioni con i fornitori e offre agli acquirenti informazioni utili sulla sostenibilità. Il principio guida è che l’AI deve supportare il giudizio umano, non sostituirlo. Abbiamo sviluppato un assistente AI multilingue che sintetizza le valutazioni dei fornitori, genera insight, propone raccomandazioni e risponde in tempo reale a domande complesse. L’obiettivo è integrare la sostenibilità nei flussi operativi quotidiani, aumentando efficienza e capacità decisionale dei team di procurement. Nel 2025 siamo stati premiati da Microsoft proprio per questo utilizzo su larga scala dell’AI.

L’integrazione nei processi quotidiani sarà il vero discrimine tra chi si limiterà a misurare la sostenibilità e chi riuscirà davvero a trasformare il proprio modello operativo.

Retrospettivamente, quali sono stati i fattori chiave del vostro sviluppo?
Ne citerei quattro decisivi: una metodologia standardizzata ma adattata a ciascuna azienda in base alla dimensione e al settore; la scala globale; la possibilità di trasformare i dati in benchmark e piani di miglioramento; e una piattaforma collaborativa capace di ridurre la duplicazione delle richieste lungo la supply chain.
Oggi EcoVadis è lo standard globale per supply chain resilienti e sostenibili con una rete di oltre 175mila aziende valutate, di cui ben 25mila nell’ultimo anno. Dati che più di 1.400 team procurement usano per misurare, confrontare e seguire i progressi dei fornitori.
Un altro elemento chiave è la credibilità del modello: le valutazioni sono basate su standard internazionali, su criteri differenziati per settore, dimensione e geografia, e su un sistema che combina documentazione aziendale, fonti esterne e controllo umano. 

Condividete il timore di un rallentamento delle agende ESG nell’attuale contesto di tensioni e incertezze?
Il rischio esiste, ma riteniamo che la sostenibilità non stia uscendo dall’agenda: la responsabilità d’impresa sta cambiando linguaggio e sta entrando nella sua “fase esecutiva”. Accumulare ritardo oggi comporta costi finanziari, regolatori e operativi. Al contempo, in alcuni mercati, soprattutto negli Stati Uniti, più che un arretramento si osserva spesso un fenomeno di “greenhushing”: meno comunicazione verso l’esterno, ma continuità negli investimenti.
Guardando avanti, le sfide principali sono tre: colmare il “reporting divide” in un contesto normativo frammentato; rendere la sostenibilità decisionale e non solo dichiarativa; scalarla lungo la supply chain senza scaricare complessità insostenibile sui fornitori. In questo senso, da Sustain 2026 è emerso che l’integrazione nei processi quotidiani sarà il vero discrimine tra chi si limiterà a misurare e chi riuscirà davvero a trasformare il proprio modello operativo.

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