TM    Settembre 2026

Pagare dazio all’incertezza

L’imprevedibilità della politica commerciale statunitense pesa ancor più dei dazi su pianificazione, investimenti e competitività delle imprese svizzere, dipendenti dai mercati internazionali. L’analisi di Marco Martino, Responsabile economiesuisse per la Svizzera italiana.

Marco Martino

di Marco Martino

Responsabile economiesuisse per la Svizzera italiana

Scrivere oggi di politica commerciale americana è un esercizio quantomeno delicato. Con Donald Trump, i cambi di direzione non sono un’eccezione: sono parte integrante del metodo. L’innalzamento a fine luglio della tariffa doganale sulle importazioni svizzere al 12,5% ha rappresentato un ulteriore segnale in questa direzione.

Al di là della percentuale in sé – che al momento della pubblicazione  potrebbe essere diversa già – il problema principale è il messaggio che accompagna la misura: le regole del gioco possono cambiare in qualsiasi momento.

Per un Paese esportatore come la Svizzera, che basa buona parte della propria prosperità sull’accesso ai mercati internazionali, questa imprevedibilità è forse ancora più dannosa del dazio stesso. Per le nostre imprese, l’incertezza non è una strategia politica, bensì un costo concreto e decisamente poco desiderato. Quando poi diventa permanente, si trasforma in una sorta di dazio invisibile che pesa sulla pianificazione, sugli investimenti e sulla competitività.

Gli Stati Uniti restano uno dei nostri partner economici più importanti. Migliaia di imprese esportano oltreoceano beni ad alto valore aggiunto, dalla farmaceutica alla tecnologia del settore medicale, dalla meccanica di precisione all’industria manifatturiera specializzata. Sono imprese che competono grazie alla qualità, all’innovazione e all’affidabilità. Non giocano la partita del prezzo più basso. Eppure, anche per loro, nuovi ostacoli tariffari significano maggiori costi, margini ridotti e una posizione competitiva più fragile rispetto ai concorrenti internazionali.

A preoccupare è soprattutto la motivazione avanzata dagli Usa. L’accusa secondo cui la Svizzera non adotterebbe misure sufficienti contro l’importazione di beni prodotti con lavoro forzato appare, per usare un eufemismo, poco fondata. Il nostro Paese dispone già di una legislazione severa, ha ratificato le convenzioni internazionali pertinenti e si è da tempo impegnato nell’attuazione degli standard riconosciuti a livello globale in materia di diritti umani e responsabilità delle imprese. La Svizzera non rappresenta certo l’anello debole della catena.

Le perplessità aumentano se si considera che Berna ha già dato seguito agli impegni assunti nei confronti di Washington. Negli ultimi mesi il Consiglio federale ha confermato l’attuazione degli elementi concordati nell’ambito della dichiarazione congiunta tra Svizzera e Stati Uniti, introducendo misure concrete volte a facilitare gli scambi e a rafforzare la cooperazione economica. In altre parole, la Svizzera ha mantenuto la parola data. Sarebbe quindi legittimo aspettarsi la stessa affidabilità dalla controparte americana.

Dietro questa vicenda si intravede però una tendenza più ampia. Il commercio internazionale sta entrando in una nuova fase, nella quale le considerazioni geopolitiche pesano sempre di più sulle decisioni economiche. La logica dell’interdipendenza lascia spazio a quella della sicurezza nazionale, mentre strumenti un tempo eccezionali, come i dazi, diventano parte integrante dell’arsenale politico. In questo contesto, anche Paesi tradizionalmente vicini agli Stati Uniti possono ritrovarsi improvvisamente nel mirino di misure protezionistiche.

Per l’economia svizzera il momento è particolarmente delicato. Le imprese devono già confrontarsi con un franco forte, costi di produzione elevati, una crescente pressione normativa, difficoltà nel reperimento di personale qualificato e una concorrenza globale sempre più intensa. Rimanere competitivi richiede uno sforzo enorme. Se a queste sfide si aggiungono nuove barriere commerciali, il rischio è di ritrovarsi a correre con pesi alle caviglie mentre altri concorrenti partono avvantaggiati.

Proprio per questo la risposta non può essere il ripiego. La Svizzera ha costruito il proprio successo su apertura, affidabilità e integrazione nei mercati mondiali. Oggi più che mai occorre difendere questi principi, continuando a lavorare per condizioni quadro favorevoli, accordi commerciali moderni e una politica economica che rafforzi la capacità competitiva delle nostre imprese.

I negoziati con Washington dovranno quindi proseguire con determinazione e pragmatismo. L’obiettivo non è ottenere privilegi, ma condizioni eque. Non si chiedono trattamenti di favore, bensì il riconoscimento di una realtà evidente: la Svizzera è un partner affidabile, un investitore importante e un alleato economico che rispetta gli impegni assunti.

La posta in gioco va ben oltre un dazio del 12,5%. Riguarda la capacità della Svizzera di continuare a competere in un mondo sempre più frammentato e imprevedibile. Perché le imprese sanno affrontare la concorrenza, l’innovazione e persino le crisi. Ciò che faticano a gestire è l’arbitrarietà. E in un’economia globale già attraversata da molte turbolenze, l’incertezza rischia di diventare la barriera commerciale più costosa di tutte.

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