TM    Giugno/Luglio 2026

Media svizzeri: siamo ora al bivio?

Allo Swiss Media Forum 2026 i protagonisti dell’editoria elvetica convergono sulla diagnosi, ma non sulle terapie, che restano ampiamente teoriche, con un’importanze eccezione.

di Andreas Grandi

Senior Economic Editor di Ticino Management

Il panel principale dello Swiss Media Forum 2026 al Kkl di Lucerna
Il panel principale dello Swiss Media Forum 2026 al Kkl di Lucerna.

Nel recente incontro presso il Kkl di Lucerna, inaugurato dal presidente della Confederazione Guy Parmelin, i vertici dei media svizzeri si sono confrontati in una serie di dibattiti, moderati da Eveline Kobler di Srf e da Benjamin Fish del Blick, esaminando le sfide che caratterizzano il mondo dell’informazione.

Il panel principale, ribattezzato ‘Conferenza degli elefanti’, ha riunito Felix Graf (Ceo di Nzz e presidente del CdA di Apg-Sga), Pietro Supino (editore e presidente del CdA di Tx Group), Marc Walder (Ceo e Managing Partner di Ringier), Michael Wanner (Ceo del gruppo multimedia Ch Media) e Susanne Wille (direttore generale della Ssr): cinque nomi che, insieme, rappresentano una parte decisiva del paesaggio mediatico elvetico.

Ad avviare i lavori è stata la previsione di Marc Walder: nel digitale svizzero sopravviveranno solo tre grandi testate, Blick, Nzz e 20 Minuten. Walder ha confermato una posizione già espressa in precedenti occasioni, precisando che si tratta di un’evoluzione sostanziale del mercato.

Michael Wanner ha però subito contestato l’idea che i media regionali siano destinati a scomparire.

Pietro Supino, indipendentemente dalla forma di comunicazione, ha invece aggiunto che ad avere un futuro saranno le testate capaci di generare valore aggiunto per i lettori, osservando che “non c’è una crisi dei media, ma una crisi dei media tradizionali.” Gli utenti, ha precisato, oggi si trovano in un vero e proprio “paese dell’abbondanza”: tuttavia più che la quantità, il problema è la capacità del pubblico di orientarsi nell’universo dei contenuti a disposizione.

Le discussioni hanno poi preso in esame il rapporto pubblico-privato, in particolare quando Walder ha messo in dubbio la stabilità finanziaria di Ch Media, sostenendo che i bilanci di quest’ultima sarebbero in rosso senza i fondi pubblici, tra sussidi alla distribuzione postale e quote del canone destinate alle emittenti regionali concessionarie.

Wanner ha replicato che questi incassi non sono paragonabili ai ricavi commerciali perché finalizzati a obiettivi vincolati per legge. Inoltre, ha proseguito, nel secondo semestre 2025 Ch Media ha equilibrato il totale degli abbonamenti, con il digitale e l’e-paper che hanno compensato il calo del cartaceo, mentre nella Svizzera tedesca la percentuale di utenti disposti a pagare per i contenuti digitali è salita dal 17 al 22%. Quindi, ha concluso Wanner, “il nostro trend è positivo”.

Al di là dello scambio di opinioni, queste osservazioni hanno portato alla ribalta una tematica apparentemente marginale: in Svizzera, nel settore media, la distinzione tra l’autonomia finanziaria degli editori e le forme di sostegno pubblico necessita di un’interpretazione che vada oltre la semplice evidenza delle cifre.

Invece, sul tema delle piattaforme digitali e del diritto d’autore, i rappresentanti dei maggiori Gruppi nazionali hanno mostrato una sostanziale concordanza.

Walder, per riassumere lo strapotere delle piattaforme, ha ricordato che usando Google 10 ricerche producono un solo rimando a contenuti giornalistici.

Le applicazioni di GenAi richiedono, secondo i dati citati da Walder, 1’700 input di ricerca per indirizzare a un singolo link, malgrado una quota consistente dei contenuti di queste piattaforme abbia origine redazionale.

Quindi non sorprende che i partecipanti abbiano sostanzialmente condiviso l’urgenza di una regolamentazione sul diritto d’autore, che Walder ha chiesto sia trasparente, “chiara come il vetro”.

È poi toccato a Susanne Wille discutere il rapporto pubblico-privato, ipotizzando una collaborazione tra questi due settori, con una Ssr che, per reagire allo strapotere delle multimedia internazionali, sarebbe favorevole a consentire l’accesso alle sue piattaforme e condividere le sue produzioni. La proposta, pur condivisibile, ha richiamato l’urgenza di predisporre una cornice giuridica che eviti distorsioni di un mercato tuttavia ancora caratterizzato da un disallineamento delle capacità tecniche fra i vari editori.

Felix Graf ha poi proposto una visione strategica, ricordando che ormai un quarto degli utenti ricorre al text-to-speech, l’applicazione che converte il testo in contenuti vocali. Il Ceo di Nzz, osservando che internet ormai propone contenuti spesso di qualità scadente, ha invitato il settore a concentrarsi sulla sostenibilità finanziaria e in particolare su due obiettivi: consolidare le fonti di ricavo e selezionare informazioni di qualità dalla massa dei contenuti disponibili.

Un abbonato cartaceo ha un valore dieci volte superiore a quello di un abbonato digitale. La scelta di espanderci in Germania è un ‘imperativo strategico’: con soli 5 milioni di germanofoni in Svizzera, il mercato è insufficiente a sostenere modelli editoriali ambiziosi, e diventa quindi necessario cercare altri ricavi

Felix Graf

Chief Executive Officer di Nzz

Inoltre Graf ha fornito un dato che evidenzia i condizionamenti generati dai nuovi modelli di business: un abbonato cartaceo ha un valore dieci volte superiore a quello di un abbonato digitale. Da qui la scelta di Nzz di espandersi in Germania, ormai diventata un ‘imperativo strategico’: con soli cinque milioni di potenziale pubblico germanofono in Svizzera, il mercato nazionale è insufficiente a sostenere modelli editoriali ambiziosi, e diventa quindi necessario considerare nuove modalità di ricavi.

La ‘conferenza degli elefanti’ ha così confermato l’atteggiamento di fondo che condiziona le relazioni tra i media nazionali: concordi nelle analisi, ma senza raggiungere l’unanimità nelle soluzioni.

Le discussioni al Kkl tuttavia non hanno portato a un’opinione condivisa sulla prospettiva ‘identitaria’ suggerita da Susanne Wille: com’è possibile per un media distinguersi e affermarsi in un’epoca dove il pubblico non cerca più le testate ma preferisce i contenuti selezionati dagli algoritmi? In tal modo l’Intelligenza Artificiale arriverebbe ad anticipare la percezione della realtà prima ancora che venga espressa da un editoriale, alterando la capacità del pubblico di distinguere la realtà dalla sua interpretazione algoritmica.

Rimane sullo sfondo un tema che il dibattito ha solo sfiorato. Il giornalismo svizzero è storicamente radicato nelle comunità linguistiche, nei territori, nelle sensibilità locali. Le eventuali alternative proposte dal mercato, concentrazione, espansione transfrontaliera, cooperazione pubblico-privato, indipendentemente dalla qualità dei contenuti ridurrebbero la diversità delle produzioni redazionali.

Supino ha avanzato un’ipotesi condivisibile: a sopravvivere sarà chi costruisce fiducia. Resta aperto un interrogativo: la fiducia si costruisce nel tempo e richiede risorse che spesso non sono alla portata di tutte le redazioni.

Sulle evoluzioni causate dal dilagare dell’intelligenza artificiale si sono espressi anche altri partecipanti. Ad esempio Klaus Schwab, fondatore del Wef, ha avvertito che l’Ai è un cambio di paradigma che ridefinisce i metodi con cui l’informazione è prodotta, distribuita e, soprattutto, percepita dal pubblico.

Pia Guggenbühl e Andrea Masüger, rispettivamente direttrice e presidente dell’Associazione Svizzera dei Media, hanno segnalato che l’Ai condiziona le attività redazionali, i processi di editing, la distribuzione e anche la personalizzazione delle offerte. Juan Riande, co-presidente dei Giovani Giornalisti Svizzeri, ha invece ricordato l’importanza di considerare il ricambio generazionale delle redazioni e quindi di coordinare le novità digitali nel rinnovo dei contratti collettivi da proporre ai professionisti del settore.

Invece Sandra Cortesi, che ad Harvard studia il rapporto tra giovani e nuove tecnologie, ha aggiunto che i nativi digitali ormai non sono più identificabili come ‘consumatori’ di media: non si abbonano ai giornali, non seguono i telegiornali, si informano in modo discontinuo e accedono a piattaforme che propongono notizie verificate, ma anche contenuti virali.

Si tratta di abitudini che non rappresentano un disinteresse, ma un nuovo modo di condividere la quotidianità, ed ignorare questa evoluzione significa perdere il contatto con un pubblico in crescita.

Da una prospettiva statunitense, ma con un’analisi che difficilmente può essere ristretta al solo contesto americano, Tamara Keith, corrispondente dalla Casa Bianca per National Public Radio (Npr), ha evidenziato le problematiche nel rapporto tra i Media e la comunicazione politica nell’attuale presidenza Trump: una pressione sistematica sulla credibilità degli organi di informazione, la propagazione di narrazioni alternative, e un ricorso ai social media come canale informativo che aggira la mediazione redazionale.

In ultima analisi, nell’odierno panorama mediatico sempre più frammentato, a consolidare la presenza dei Media non saranno la tecnologia, le formule di abbonamento, e neppure le alleanze strategiche: sarà la fiducia.

La digitalizzazione ha accelerato i tempi dell’informazione, ma ha anche compromesso l’idea che la realtà possa venire riferita con formule stabili e modalità condivise. Il giornalismo, per rilegittimarsi, deve prenderne atto e riaffermarsi come il luogo in cui una società si racconta, si interroga e si aggiorna.

Anche il pubblico ha una sua responsabilità: la qualità dell’informazione che riceve dipende dalla qualità dell’attenzione che è disposto a prestare. Ecco quindi che rivolgersi a un Media affidabile non è una preferenza commerciale, ma è l’espressione di una partecipazione consapevole alla vita della società.

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