Per la prima volta nella storia recente della Svizzera, la popolazione con più di 65 anni ha superato i giovani sotto i venti. Di primo acchito potrebbe sembrare una semplice curiosità statistica. Purtroppo, non si tratta affatto di una notizia marginale, quanto di un segnale strutturale che riguarda l’economia, lo Stato sociale e la capacità del Paese di sostenere il proprio modello di prosperità. L’invecchiamento demografico era annunciato da tempo, ma oggi emerge con una chiarezza che rende sempre più difficile rimandare decisioni che, a ben vedere, si sarebbero dovute prendere già in passato.
Le prospettive a medio e lungo termine confermano che non si tratta di un fenomeno transitorio. Nei prossimi decenni il numero di persone in età lavorativa è destinato a diminuire in modo sensibile, mentre la crescita della fascia anziana proseguirà con forza. A ciò si aggiunge un tasso di natalità stabilmente inferiore al livello necessario per garantire il ricambio generazionale. Un po’ in tutta la nazione le uscite dal mercato del lavoro non potranno più essere compensate da giovani formati localmente, con effetti diretti sulla disponibilità di manodopera e sulla continuità delle competenze.
Anche se il sorpasso ufficiale è appena avvenuto, le conseguenze sono già ben visibili. La carenza di personale qualificato non riguarda più singoli settori, ma si estende trasversalmente all’intero tessuto produttivo, dalle imprese industriali ai servizi. Sul piano delle assicurazioni sociali, l’invecchiamento della popolazione si traduce in una tensione crescente tra entrate e uscite: aumentano i beneficiari delle rendite, mentre diminuisce il numero di persone attive che versano contributi. Il meccanismo di ripartizione, che si fonda sull’equilibrio tra generazioni, diventa così sempre più fragile. A ciò si aggiunge la pressione sul sistema sanitario, con costi in aumento legati non solo all’età media più elevata, ma anche alla maggiore durata delle cure e a bisogni assistenziali più complessi.
Di fronte a questa realtà, la risposta non può limitarsi a misure difensive o a interventi di corto respiro. Serve un cambio drastico che metta al centro la produttività del lavoro. Se i lavoratori diminuiscono, diventa indispensabile creare più valore con le risorse disponibili. Questo significa investire ancora di più in innovazione, semplificare i processi, ridurre gli oneri amministrativi e utilizzare in modo intelligente le nuove tecnologie. Si tratta di misure estremamente importanti che, soltanto se combinate tra loro, potranno permettere di aumentare l’efficienza e di liberare tempo, nonché competenze.
Parallelamente, resta fondamentale valorizzare meglio il potenziale interno. Anche in un Paese con un’elevata partecipazione al mercato del lavoro esistono margini di miglioramento: una maggiore integrazione delle donne, condizioni che favoriscano l’occupazione dei lavoratori più anziani e modelli di lavoro più flessibili contribuiscono a rallentare la contrazione dell’offerta di manodopera. Molte imprese si stanno già muovendo in questa direzione, adattando strutture, orari e organizzazione, spesso anticipando scelte che il quadro normativo fatica ancora a incoraggiare pienamente.
La sfida demografica impone però soprattutto una responsabilità alla politica. Le decisioni prese, ma soprattutto quelle evitate oggi, determineranno lo spazio di manovra economico e sociale di domani. L’invecchiamento della popolazione non è un destino da subire, ma una trasformazione da governare. Farlo richiede coraggio, visione e la consapevolezza che il fattore tempo, ormai, è la risorsa più scarsa.
© Riproduzione riservata

