In un mondo segnato dal ritorno del protezionismo, per un’economia fortemente orientata all’export come quella svizzera si profilano sfide impegnative. Se nel 2025 sono stati i dazi imposti dal governo statunitense a tenere banco, nei primi mesi del 2026 sono stati alcuni annunci dei nostri vicini a far discutere e tremare l’industria elvetica.
Si tratta in primo luogo delle misure di protezione sull’acciaio rese note da Bruxelles lo scorso ottobre e destinate a entrare in vigore a partire da questo giugno. Il nuovo regime prevede che le importazioni di acciaio nell’Ue esenti da dazi saranno limitate a 18,3 milioni di tonnellate l’anno. Superata tale quota, verrà applicata una tariffa del 50% senza eccezioni a tutti i Paesi al di fuori del mercato unico. Le conseguenze per la nostra industria siderurgica, già in grave difficoltà, potrebbero essere drastiche: basti pensare che l’industria svizzera importa dall’Ue il 98% dell’acciaio grezzo che trasforma in prodotti siderurgici e che il 95% di questi prodotti viene in seguito riesportato nell’Ue.
Il secondo annuncio ad aver creato notevole trambusto è giunto dalla capitale italiana. Con il nuovo meccanismo di iperammortamento introdotto dalla Legge di Bilancio 2026, le imprese italiane godranno di una maggiorazione fiscale del costo ammortizzabile di determinati macchinari, a condizione che siano prodotti nell’Ue o nello Spazio economico europeo (See). Il governo italiano sembrerebbe pronto a eliminare questo vincolo territoriale discriminante per l’industria Mem svizzera, consentendo di evitare una perdita di competitività dei prodotti esportati in Italia, con un calo della domanda e un possibile incentivo a delocalizzare parte della produzione nell’Ue.
A prescindere dall’esito finale, questi due episodi hanno gettato ombre sull’ulteriore sviluppo della via bilaterale, che verrà dibattuto sui banchi del Parlamento nei prossimi mesi. Per taluni, infatti, non sono altro che l’ennesima dimostrazione dei comportamenti prevaricatori dell’Ue nei confronti della Svizzera e un ulteriore incentivo a respingere il nuovo pacchetto di accordi. Dal nostro punto di vista, invece, dimostrano l’urgenza di relazioni contrattuali chiare e vincolanti. È vero, nel caso concreto non ci sono disposizioni riguardanti il settore siderurgico o l’ambito fiscale nel nuovo pacchetto, ma nulla impedisce di negoziarne nell’interesse della nostra piazza economica. Viceversa, il nuovo pacchetto di accordi aggiorna e consolida i cinque accordi di accesso al mercato esistenti e ne introduce due nuovi, garantendo la partecipazione settoriale della Svizzera al mercato interno in ambiti particolarmente importanti per l’industria di esportazione. È l’assenza di una cornice contrattuale chiara a penalizzare il nostro Paese, non il contrario.
Se vogliamo tutelare l’industria siderurgica o quella Mem da decisioni unilaterali prese all’estero, è necessario definire regole condivise. Così come, quando gli Stati Uniti hanno imposto alla Svizzera dazi tra i più elevati nel confronto internazionale, il nostro governo e l’economia si sono immediatamente mobilitati per concludere un accordo volto a ridurli. Allo stesso modo, considerando la necessità per l’economia elvetica di poter continuare ad accedere senza ostacoli al mercato unico europeo, il nostro principale mercato di riferimento, è necessario ricorrere al nuovo pacchetto di accordi, anche se ciò significa recepire alcune disposizioni del diritto europeo. D’altronde, vale lo stesso per l’Ue: per accedere al mercato svizzero, le imprese europee devono rispettare le prescrizioni legislative svizzere. Coloro che ritengono si tratti di una concessione eccessiva dovrebbero presentare un’alternativa valida. Allo stato attuale, rispetto all’adesione allo See, all’adesione all’Ue o a un semplice accordo di libero scambio, la via bilaterale risulta ancora l’approccio migliore. Limitarci a osservare passivamente il deterioramento delle condizioni quadro di accesso al mercato unico non è invece una strategia che possiamo permetterci. Bisogna agire proattivamente per tutelare i propri interessi: l’assenza di accordi chiari non è una forma di indipendenza, ma una vulnerabilità strategica. Per la Svizzera si impone la necessità di negoziare accordi che garantiscano prevedibilità e tutelino al meglio i suoi interessi: e un buon accordo, si sa, non soddisfa pienamente nessuna delle due parti.
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