TM    Giugno/Luglio 2026

Ritrovare il pragmatismo

Un’impresa lungimirante non si isola dal suo principale mercato: costruisce relazioni che le permettano di operare con successo al suo interno, tutelando al contempo i propri interessi chiave. La Svizzera si trova nella stessa posizione. L’analisi di Olivier Abou-Nader, Collaboratore di progetto economiesuisse.

Olivier Abou-Nader

di Olivier Abou-Nader

Collaboratore di progetto economiesuisse

Lo scorso 21 aprile, l’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini ha pubblicato i dati sul commercio estero svizzero nel primo trimestre 2026. In termini nominali, le esportazioni hanno subito una flessione del 4,2% rispetto al quarto trimestre 2025, passando da un valore di 69,8 a 66,9 miliardi di franchi. Considerando le turbolenze provocate dalla politica commerciale e, successivamente, dalla guerra contro l’Iran volute dal governo statunitense, non c’è da stupirsi. Le incertezze e gli ostacoli al commercio sono in crescita, così come i costi dei fattori produttivi. Le conseguenze sono significative. Dal punto di vista settoriale, le esportazioni di prodotti chimici e farmaceutici si sono ridotte dell’8,1% rispetto al trimestre precedente e, sulle dieci principali categorie di merci scambiate dalla Svizzera, solo orologi (+2,1%) e veicoli (+1,2%) hanno registrato uno sviluppo positivo. A pesare è soprattutto la contrazione del mercato nordamericano (-14,4%) e asiatico (-5,2%). Fortunatamente, ci sono anche delle buone notizie: le esportazioni verso l’Ue sono cresciute del 3,8%, unico partner commerciale importante ad aver fatto segnare una dinamica positiva. Un dato che dovrebbe indurre una seria riflessione.

Il futuro della via bilaterale, che garantisce un accesso privo di ostacoli al mercato unico europeo, dipende dall’approvazione del nuovo pacchetto di accordi negoziati con Bruxelles. Nel dibattito politico svizzero, il tema è fonte di numerosi attriti. Necessità economiche e tutela della sovranità animano schieramenti opposti. Rimane un fatto che non si può ignorare: che piaccia o meno, la Svizzera vive di interdipendenza e non ha la forza di imporre soluzioni unilaterali. Per individuare il comportamento più razionale occorre perciò spostare lo sguardo dal piano politico a quello economico.

Commercio estero svizzero

2024-2026, destagionalizzato (nominale), mld Chf

commercio estero svizzero
Fonte: UDSC

Esportazioni svizzere nel primo trimestre 2026

In mld Chf

esportazioni svizzera 2026
Fonte: UDSC

Quando una Pmi opera in un mercato dominato da un concorrente molto più grande e con un potere di mercato notevolmente maggiore, non reagisce ripiegandosi su sé stessa o fingendo che il problema non esista. Soprattutto, non pretende di imporre le regole al mercato. Punta piuttosto a influenzarle quando possibile e ad adattarsi quando necessario, massimizzando i propri benefici.

Un’impresa razionale analizza il contesto, riconosce l’asimmetria di potere e, di conseguenza, cerca di negoziare contratti con l’impresa leader, chiarire le regole del gioco e ridurre l’incertezza. La situazione della Svizzera nei confronti dell’Unione europea è sorprendentemente simile. L’Ue, di gran lunga nostro principale partner economico, è un mercato immensamente più grande e regolato da un sistema giuridico in continua evoluzione. La via bilaterale ha funzionato per oltre vent’anni proprio perché ha permesso alla Svizzera di cooperare con un attore più potente senza rinunciare alla propria autonomia istituzionale. La classe politica svizzera oggi è chiamata a comportarsi come un’impresa razionale: stabilizzando e sviluppando ulteriormente la via bilaterale, anziché alimentando l’illusione che una piccola economia d’esportazione, per quanto dinamica, possa imporre unilateralmente le proprie condizioni a un mercato di 450 milioni di abitanti.

La Svizzera vive di interdipendenza e non ha la forza di imporre soluzioni unilaterali. Per individuare il comportamento più razionale occorre perciò spostare lo sguardo dal piano politico a quello economico.

Le imprese di successo non confondono la sovranità decisionale con l’isolamento, né l’indipendenza con l’assenza di regole. Sanno che la vera forza sta nel gestire le dipendenze in modo intelligente, trasformandole in vantaggio competitivo. Applicato alla politica europea, significa riconoscere che il benessere, l’occupazione e l’accesso al mercato unico conquistati grazie agli Accordi bilaterali non sono garantiti, ma vanno negoziati e adattati regolarmente. La via bilaterale aggiornata non è sottomissione, ma uno strumento di gestione del rischio. Introduce meccanismi che ogni impresa riconoscerebbe come essenziali: certezza giuridica, procedure di risoluzione delle controversie, prevedibilità normativa. Invece di subire decisioni unilaterali, come avviene oggi in assenza di strumenti efficaci, la Svizzera si dota di un quadro per far valere i propri interessi in modo strutturato.

Il punto non è scegliere tra la sovranità o una presunta sudditanza. È scegliere tra una gestione attiva dell’interdipendenza o ignorarla con gravi conseguenze per la piazza economica svizzera e per la prosperità dei suoi abitanti. La domanda per la politica non è se l’Ue piaccia o meno, ma come agire con pragmatismo per assicurare a lungo termine una relazione che garantisca al meglio il margine di manovra e le specificità del nostro Paese.

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