
Rino Tami, Alberto Camenzind, Peppo Brivio, e poi Tita Carloni, Luigi Snozzi, Livio Vacchini, Aurelio Galfetti, Mario Campi, Flora Ruchat-Roncati e Mario Botta – per citarne alcuni fra i principali – non solo sono entrati con i loro edifici nelle pagine di riviste e monografie di settore, ma hanno fatto del Canton Ticino una meta obbligata per architetti, studenti e ricercatori che, da tutta Europa e oltre, continuano a visitarli per apprezzarne di persona la qualità. Case private, ma anche stabili pubblici e industriali: opere da studiare per l’intelligenza delle loro soluzioni costruttive, la sperimentazione sui materiali e quella capacità della miglior architettura ticinese di assorbire le istanze più innovative e darne un’interpretazione originale, calata sul territorio, senza subirne passivamente il fascino.
Considerandole singolarmente, rischia però di sfuggire la densità straordinaria di realizzazioni di alta qualità realizzate nel Secondo Novecento in un territorio limitato come il Canton Ticino – una stagione tanto più significativa se confrontata con il progressivo ripiegamento che, nello stesso periodo, interessava altre aree della Svizzera dopo la fioritura del Moderno negli anni Venti e Trenta.
Una visione d’insieme resa oggi possibile grazie al lavoro di ricerca compiuto nell’ultimo ventennio dagli studenti del secondo anno dell’Accademia di architettura dell’Usi sotto la guida di Franz Graf, professore ordinario di Costruzioni e Tecnologia. A differenza della prospettiva adottata da storici dell’arte o critici di architettura, gli edifici sono in questo caso stati indagati nei loro aspetti costruttivi, scelta che d’altronde è la più calzante per rendere conto di un’architettura ticinese contraddistinta proprio dal suo essere realizzata e non ipotetica (destino invece toccato ai progetti di tanti colleghi italiani di quel periodo, rimasti su carta), dunque stimolata dal confronto diretto con le questioni pratiche del mestiere e dalla possibilità di verificare concretamente la bontà delle proprie soluzioni.
Una selezione delle oltre 160 opere analizzate dagli studenti dell’Accademia viene presentata proprio in questi mesi dalla mostra in corso fino al 20 dicembre al Teatro dell’architettura Mendrisio (vedi box “Materialità e tettonica in mostra”). Se se ne scrive in queste pagine e non nella successiva sezione deputata alla presentazione delle esposizioni, è proprio per la ricchezza di spunti inediti che offre sul patrimonio costruito del nostro territorio.

L’articolo di queste pagine è nato grazie al dialogo con Franz Graf, Britta Buzzi, Carlo Dusi, Alessandro Bonizzoni e Sebastiano Verga, curatori della mostra La costruzione dell’architettura in Ticino, 1939-1996. Materialità e tettonica che ci hanno guidato nella sua interpretazione, offrendo spunti di riflessione preziosi e accessibili anche per i non addetti ai lavori. In programma al Teatro dell’architettura di Mendrisio fino al prossimo 20 dicembre, l’esposizione restituisce la sintesi del lavoro ventennale svolto dall’area di Costruzione e Tecnologia dell’Accademia di Architettura dell’Usi assieme a studenti, architetti, ingegneri, proprietari degli edifici, nonché grazie al supporto di archivi privati e pubblici, cantonali, comunali. Non una rassegna di autori o di stili, ma un’indagine su materiali, tecniche di costruzione e sistemi strutturali di un patrimonio architettonico e culturale che ha segnato il tessuto urbano e territoriale del Cantone Ticino.
L’allestimento gioca su due livelli: i “totem” protagonisti dello spazio espositivo presentano in ordine cronologico 88 edifici selezionati per il loro interesse dal punto di vista costruttivo, attraverso riproduzioni di documenti, immagini e rielaborazioni grafiche realizzate dagli studenti. Appoggiate alla parete, invece, gigantografie degli scatti appositamente realizzati lo scorso autunno dal fotografo Roberto Conte, rifuggendo l’immagine iconica, permettono il confronto con ciò che oggi è diventato patrimonio, da identificare e salvaguardare.
A intergrazione di questa lettura longitudinale, si offre un focus su dodici edifici tra i più rappresentativi del periodo, oggetto di altrettante pubblicazioni della serie “Quaderni di Costruzione” (Mendrisio Academy Press), che contengono testi critici, storici, testimonianze e approfondimenti, pensati anche per autorità e operatori chiamati a tutelarli. Completano il percorso espositivo tre reportage della Radiotelevisione della Svizzera Italiana e, in chiusura, una selezione di modelli degli edifici studiati. L’invito è però a visitarli di persona, come suggeriscono i Qr-code sui totem, rimandando alla destinazione reale su territorio.
È subito chiaro come non si sia confrontati a un’evoluzione lineare, ma a una costellazione di approcci che, a partire da derivazioni anche contrapposte – tra matrici razionaliste e mediterranee, vuoi che percorsi formativi ed esperienze professionali degli architetti attivi in Ticino guardassero a Nord o a Sud – si confrontano con il territorio trovando la propria identità. Le influenze sono molteplici: da Aalto a Wright, da Ellwood ai sempre imprescindibili Le Corbusier e Mies, fino alla lezione dell’architettura giapponese e musulmana, evidente in un architetto eccelso come Peppo Brivio, con la sua ‘ossessione’ geometrica. A tenere insieme gli esiti è un minimo comune denominatore dato dall’attenzione al contesto e da uno sguardo costantemente rivolto anche al lavoro dei colleghi, in un clima di confronto che genera non di rado sinergie. Lo aveva d’altronde già mostrato la lettura, pur di diversa matrice, offerta da un’esposizione dall’influenza epocale Tendenzen: Neuere Architektur im Tessin, commemorata negli scorsi mesi da una mostra omaggio a 50 anni di distanza, sempre al Politecnico di Zurigo, dove aveva debuttato l’originale, ideata da Martin Steinmann.
La visione longitudinale sulla produzione architettonica ticinese del Secondo Novecento rende visibili correlazioni e divergenze altrimenti difficili da cogliere: edifici coevi che adottano soluzioni radicalmente diverse, oppure tecniche e materiali che tornano a distanza di decenni e chilometri. «Alcuni accostamenti sono particolarmente rivelatori. Si prenda l’esempio di due case private del 1967. Di una radicalità estrema l’abitazione che Flora Ruchat-Roncati progetta a Morbio Inferiore per i genitori: una costruzione rigorosa, dove la generosità di spazi tipica della sua cifra, porta l’impronta di Le Corbusier, sin dalla scelta del calcestruzzo a vista. Totalmente diversa Casa Alfonso Andina II a Losone, che abbinando un impianto da villa rinascimentale al linguaggio pop delle sue finestre e dello zoccolo circolari, crea un’originalissima chimera, memore della lezione di Niemeyer», esemplifica Franz Graf.
Dalla lettura trasversale possono emergere anche autentiche chicche: «Ad esempio, abbiamo scoperto che in Ticino si concentra ben una decina di volte catalane, che arrivano da Le Corbusier via Aurelio Galfetti», evidenzia Franz Graf.
Fra le molteplici chiavi di lettura, il materiale è sicuramente une delle più eloquenti: il ritorno ciclico di elementi locali come il legno e la pietra; innamoramenti epocali come quello per il beton oppure soluzioni diventate indissociabili dai loro interpreti come il Bks per Mario Botta, sperimentato in uno dei suoi primi capolavori, la casa monofamiliare a Ligornetto, realizzata a metà degli anni Settanta, e mai più abbandonato.
Proprio le case unifamiliari costituiscono un fertile terreno di sperimentazione. Per un’architettura di qualità serve infatti una committenza non solo agiata, ma anche consapevole e disponibile a lasciare margini di libertà al progettista. Allo stesso tempo, un’importante palestra progettuale si rivela anche l’edilizia pubblica, in particolare scolastica. «Qui entra in gioco la committenza del Dipartimento della Pubblica Educazione che, tra gli anni Sessanta e Ottanta con l’entrata in vigore della Legge sulla scuola media ha dimostrato una notevole apertura appoggiando giovani architetti come allora Mario Botta, Mario Campi, Giancarlo Durisch, Aurelio Galfetti, Flora Ruchat-Roncati, Dolf Schnebli, Luigi Snozzi o Livio Vacchini, che hanno interpretato i modelli didattici e pedagogici emergenti dalla riforma scolastica, creando con sorprendente economia di mezzi – spesso pochi moduli prefabbricati – infrastrutture esemplari», prosegue l’Arch. Graf.
Mezzi fra cui rientra anche l’uso del colore, un elemento a lungo trascurato dalla critica. L’architettura ticinese del Secondo Novecento è tutt’altro che monocroma. «Una qualità spesso cancellata dalla documentazione fotografica in bianco e nero, ma evidente nelle analisi dei nostri studenti. Non un ornamento, ma un elemento strutturale della costruzione, alla quale conferisce un preciso ritmo e una forte identità. Ignorarlo porta in sede di rifacimenti a clamorosi errori, come è stato il caso delle Case Terenzio di Roberto Bianconi, a Bellinzona (1969-1971), i cui originari serramenti in legno colorati sono stati sostituiti con alluminio anodizzato», osserva l’Arch. Britta Buzzi-Huppert, collaboratrice scientifica presso l’Area di Costruzione e Tecnologia dell’Accademia.
Le Case Terenzio sono uno dei dodici edifici finora protagonisti della serie dei Quaderni, di cui è co-curatrice, avviata nel 2013. Ogni volume approfondisce uno dei progetti analizzati dagli studenti del corso di Bachelor “Sistemi e processi della costruzione” del Prof. Franz Graf, affiancando al loro lavoro contributi di storici, critici e testimonianze.
Quest’anno è la volta del Villaggio vacanze I Grappoli a Sessa (1957-1960), fra i primi del Cantone nel suo genere, commissionato dal sindacato Vpod di Zurigo per offrire ai propri affiliati vacanze accessibili. Oltre a riportare l’attenzione su Manuel Pauli (1930-2002), poco ricordato alle nostre latitudini nonostante sia cresciuto in Ticino e qui abbia realizzato una ventina di edifici di notevole qualità, ora che la proprietà torna sul mercato la pubblicazione vuole anche offrirsi come uno strumento per amministrazioni, tecnici e potenziali acquirenti, presentando le conoscenze necessarie per orientare in modo consapevole futuri interventi di manutenzione o restauro, laddove possibile in coerenza con l’intenzione originaria.
L’intento sottende la più ampia questione della conservazione del patrimonio architettonico del territorio. Senza una comprensione profonda della materialità e di come l’immobile sia stato costruito, si rischia di distruggerne – anche inconsapevolmente – il valore. «Questi edifici, fra cui molti iniziano a superare la mezza età, cominciano infatti a necessitare di interventi oppure di una riqualificazione. Tuttavia, essendo relativamente recenti e spesso non ancora inventariati dall’Ufficio dei beni culturali fra gli edifici da tutelare, l’esigenza di proteggerli fatica a entrare nella sensibilità comune. Non sono purtroppo rari i casi in cui opere anche notevoli hanno subito conversioni di destinazione d’uso, adattamenti, restauri incongrui che ne compromettono la leggibilità. La conoscenza della costruzione diventa quindi fondamentale per guidare i futuri interventi rispettando le qualità originarie», osserva Britta Buzzi-Huppert.
A sorprendere è anche l’attualità della produzione del dopoguerra. Un periodo in cui le condizioni di ristrettezze impongono vincoli che gli architetti dell’epoca sanno trasformare in opportunità: riuso di materiali, ottimizzazione delle tecniche, attenzione alle risorse locali, contenimento dei costi e dei consumi. «Si tratta di strategie che oggi definiremmo “sostenibili”, ma che allora erano semplicemente necessarie, il che dimostra come i vincoli più stringenti possano in realtà concorrere a dare maggiore forza al progetto. Per i nostri studenti, all’inizio del loro percorso, è sorprendente rendersi conto che le preoccupazioni odierne siano molto più vicine a quelle degli architetti degli anni ’50 e ’60 che non a quelle dei decenni seguenti, quando la produzione si allontana da questa semplicità e diventa più meccanizzata. Se, per esempio, nel dopoguerra il calcestruzzo si usava poco per il costo, oggi si torna a evitarlo per motivi ecologici. Un esempio è il Cinema-Teatro Blenio di Giampiero Mina (1967), un capolavoro realizzato con pochi soldi, che per la sua struttura interna in legno reimpiega le capriate di recupero di un ponte di servizio usato per la costruzione della diga del Luzzone. Oppure l’Arsenale militare di Biasca, costruito in tempo di guerra da un consorzio di architetti, che utilizza la pietra della Buzza di Biasca», ricorda il Prof. Graf.
Guardare a queste architetture attraverso la lente della costruzione permette di far emergere una trama fitta di microstorie, soluzioni tecniche e adattamenti intelligenti, spesso invisibili nelle letture più consolidate, dotandosi di preziosi strumenti anche per il presente, in un momento in cui il tema della trasformazione del costruito e dello sviluppo territoriale è più che mai centrale, tanto sul piano ambientale quanto su quello economico e sociale.
In quest’ottica, il lavoro dell’Accademia di Mendrisio assume un ruolo cruciale. Non solo come luogo di formazione, ma anche di produzione culturale. Analizzando edifici esistenti, su cui possono fare rilievi diretti, gli studenti non solo apprendono concretamente un mestiere: contribuiscono attivamente alla definizione di ciò che oggi, nella sua dialettica con il presente, può essere considerato patrimonio, da salvaguardare e trasmettere. Capirne la materialità, le logiche costruttive, le ragioni profonde significa allora poter intervenire – e ancor prima investire – con consapevolezza. Non è un esercizio retrospettivo, ma una progettualità che costruisce il futuro.
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