Sempre più spesso sentiamo le persone esprimere il timore di essere rimpiazzate sul lavoro dai computer. In verità, però, il più delle volte siamo noi per primi a delegare i nostri compiti all’intelligenza artificiale. Il concetto della sostituzione colpisce particolarmente perché è semplice e fa paura, ma proprio per questo risulta fuorviante. Più corretto sarebbe invece affermare che l’AI non ci ruberà il lavoro, quanto invece cambierà il modo in cui lo svolgiamo.
Al posto di cercare di opporsi all’evoluzione, sarebbe dunque più saggio adattarsi e progredire verso una nuova era in cui computer e persone possano collaborare in armonia, ridistribuendo le attività. In particolare, l’AI è efficace in tutti quelli che sono compiti ripetitivi, standardizzati, amministrativi o basati su grandi quantità di dati, il che va a trasformare molte professioni piuttosto che eliminarle.
L’AI potrebbe automatizzare lavori macchinosi o meccanici, velocizzando analisi, sintesi, organizzazione delle informazioni e processi decisionali preliminari, riducendo così il tempo perso in attività a basso valore aggiunto. Così facendo potrebbe rivelarsi un aiuto per aumentare efficienza e organizzazione, permettendo alle aziende di impiegare i loro collaboratori per svolgere le mansioni per cui sono stati effettivamente assunti (penso ad esempio al settore sanitario, in cui il personale è spesso costretto a stare dietro ai computer avendo di conseguenza meno tempo per i pazienti).
Ci sono aspetti del lavoro, invece, che non si riducono a velocità ed efficienza in cui restano centrali la capacità di giudizio, la responsabilità, la comprensione, e la relazione con gli altri. L’intelligenza artificiale può proporre, prevedere, assistere e calcolare, ma le decisioni e la loro responsabilità restano comunque umane. In contesti lavorativi reali non conta solo produrre una risposta, ma capire quale tra le tante abbia senso in una determinata situazione. Per questo il lavoratore non diventa inutile, ma in molti casi sarà più orientato a compiti di supervisione, interpretazione e decisione.
L’errore sta nel vedere l’AI unicamente come una rivale. Una prospettiva realistica è quella di una collaborazione tra capacità umane e capacità artificiali, delegando parte del lavoro più ripetitivo alle macchine e permettendo alle persone di svolgere compiti più utili, strategici e relazionali. Il rischio non è tanto che l’AI ci sostituisca ma più che noi non impariamo a usarla nel modo giusto.
Al posto di cercare di opporsi all’evoluzione, sarebbe più saggio adattarsi e progredire verso una nuova era in cui computer e persone possano collaborare in armonia, ridistribuendo le attività.
Dal punto di vista prettamente economico, potrebbe essere uno strumento prezioso per salvaguardare al meglio la risorsa più scarsa che abbiamo: il tempo. Le aziende che investono in digitalizzazione avanzata potrebbero guadagnare terreno sui loro competitor, ritrovandosi in una situazione di “vantaggio comparato” a livello di tempistica rispetto a chi deve continuare a impiegare più risorse per mansioni poco produttive.
L’opportunità è ormai confermata anche dai dati che analizzano l’aumento di produttività in task specifiche: in uno studio condotto dal Massachusetts Institute of Technology (MIT) su 450 professionisti, l’AI ha ridotto il tempo necessario per svolgere compiti di scrittura circa del 40% aumentando la qualità valutata del 18% (Calvino et al., 2025). Oppure in un esperimento che ha coinvolto oltre 750 consulenti del Boston Consulting Group per testare l’impatto dell’AI su attività realistiche di consulenza gestionale – da quelle creative a quelle analitiche – chi ha utilizzato l’intelligenza artificiale ha completato il 12,2% di compiti in più, lavorato il 25,1% più velocemente, ottenendo una qualità più alta di oltre il 40% (Dell’Acqua et al., 2023). O ancora, GitHub Copilot ha migliorato l’efficienza degli sviluppatori del 55,8% in un’attività di programmazione (Peng et al., 2023). Questi sono solo pochi dei risultati già ottenuti da un’integrazione ottimale dell’intelligenza artificiale in un contesto concreto.
Come la meccanizzazione dal primo Novecento ha progressivamente liberato l’uomo da molte mansioni manuali, oggi l’intelligenza artificiale può farlo con numerosi compiti cognitivi standardizzati. La sfida, ieri come oggi, non è opporsi al cambiamento, ma fare in modo che il progresso tecnologico valorizzi ciò che davvero rimane insostituibile nel lavoro umano.
In collaborazione con l’Associazione ticinese San Gallenses Oeconomiae Comites (SGOC).