TM   Dicembre 2023

Un Orizzonte da condividere

A due anni dal declassamento che ha ridimensionato la Svizzera a Paese terzo non associato a Horizon Europe, programma quadro di ricerca e innovazione dell’Ue, lo stallo politico sull’Accordo istituzionale di cui è ostaggio sembra poter sperare in uno sviluppo positivo. Ma perché a chi già è primo delle classifiche di innovazione e non mancano fondi serve collaborare per eccellere? Il punto di vista di Luisa Lambertini, Rettrice dell’Usi, a confronto con Mauro dell’Ambrogio, già Segretario della Sefri, e Ambrogio Fasoli, Direttore dello Swiss Plasma Center.

di Susanna Cattaneo

Giornalista

Sono oltre due anni che i ricercatori attivi in università svizzere non possono più dirigere progetti del nuovo pacchetto Horizon Europe 2021-2027, compresi i programmi associati Euratom, Iter e Digital Europe, né richiedere sovvenzioni o borse di studio come i prestigiosi grants Erc del Consiglio europeo della ricerca. Rimane salva la possibilità di partecipare se convocati come partner, attingendo però a finanziamenti propri. In precedenza, nei periodi in cui era pienamente associata, la Svizzera beneficiava di un ritorno positivo, considerato l’alto tasso di successo dei progetti sottoposti ai concorsi, ricevendo mediamente 800-900 milioni di franchi di finanziamenti all’anno contro i 600-700 milioni versati per avere il diritto di partecipare (determinati in base al Pil). Ma l’aspetto finanziario della questione è a ben guardare il male minore.

Subito dopo l’estromissione, la Segreteria di Stato per la formazione, la ricerca e l’innovazione (Sefri) è intervenuta incaricando le agenzie di finanziamento svizzere di introdurre misure transitorie, che hanno permesso di distribuire 1,2 miliardi di franchi per il biennio 2021-2022 e altri 625 milioni di franchi quest’anno. Al contempo la Confederazione si sta impegnando per stabilire nuove iniziative di cooperazione con altri Paesi come Stati Uniti, Israele e Giappone, con l’intento di diversificare le alleanze internazionali.

Perché tanto rumore? 

Considerato che anche quest’anno la Svizzera guida il Global Innovation Index per la tredicesima volta di fila, parrebbe esserci poco da temere. «La domanda da porsi è però: per quanto ancora? C’è infatti sempre un ritardo fra la ricerca di base, quella applicata e il momento in cui i risultati arrivano sul mercato. La nostra capacità di innovazione, la forza della nostra economia e il benessere di cui oggi godiamo sono destinati nel medio-lungo termine a risentirne. Le contromisure della Confederazione possono infatti compensare solo gli aspetti finanziari della mancata associazione della Svizzera al programma di ricerca europeo Horizon, non le molteplici ripercussioni della mancata partecipazione a quello che, con un budget di 95,5 miliardi di euro, è il più importante programma di ricerca mondiale», sottolinea la rettrice dell’Usi Luisa Lambertini, intervenuta insieme a Mauro Dell’Ambrogio, già direttore della Sefri per 12 anni, fino al novembre 2019, all’interessante conferenza “Ricerca senza rete?” che Coscienza svizzera ha dedicato all’argomento lo scorso ottobre.

Non poter contare sulla piena associazione a Horizon comporta l’esclusione da collaborazioni prestigiose e una continua incertezza, destinata a tradursi in un’erosione dell’interesse per le nostre università da parte dei ricercatori di maggior talento.
Luisa- Lambertini

Luisa Lambertini

Rettrice dell’Usi

Già in passato ci sono stati momenti di panne in cui la Confederazione è intervenuta al posto di Bruxelles, come nel 2014 dopo la votazione sull’immigrazione di massa. «Ma i fondi sostituivi funzionano solo fino a un certo punto: l’aspetto più invalidante, stando alla mia esperienza, è dover rinunciare al sistema di selezione dei progetti messo in piedi da Horizon, che può appoggiarsi a una rete di migliaia di professori nei diversi campi disciplinari, impensabile da replicare ‘in casa’. La Svizzera non potrebbe mai limitarsi a istituire un proprio meccanismo parallelo. Finché si tratta di organizzare un pool per capire quale sia il migliore di due progetti sullo stesso argomento è relativamente semplice, ma come stabilire a chi dare la priorità invece quando non c’è termine di paragone? Ad esempio, meglio attribuire 50 milioni a un progetto sulle nanotecnologie oppure alla ricerca contro il cancro? Venire selezionati direttamente da Horizon dà invece la garanzia di essere tra i migliori in Europa e di investire nella giusta direzione», sottolinea Dell’Ambrogio.

La Svizzera spende circa 20 miliardi di franchi all’anno in R&D, il 3% del Pil: sostanzialmente, i due terzi li mette il privato, che investe di solito laddove si aspetta un ritorno rapido in termini di innovazione applicata e tecnologie, e un terzo viene dal pubblico, che sostiene invece la ricerca di base, sia attraverso i finanziamenti attribuiti, ad esempio, da Confederazione e cantoni alle realtà universitarie, sia attraverso quelli competitivi, messi a concorso in primis dal Fondo nazionale svizzero per la ricerca (Fns), che distribuisce poco più di un miliardo l’anno, e dall’Agenzia innosuisse, maggiormente orientata alla ricerca applicata e bisogni del settore privato, che alloca un budget di circa 300 milioni, affiancate da altri Istituti e Fondazioni. «La competizione non esclude la collaborazione: proprio come per le imprese di costruzione che si consorziano, si formano degli agglomerati per mettere a comun fattore le rispettive competenze, essere più forti e ottenere risultati migliori. La collaborazione internazionale può assumere diverse modalità: ci sono grandi centri di ricerca come il Cern, dove per costruire una macchina da miliardi di franchi è necessaria la partecipazione di vari Paesi che pagano la propria quota e permettono poi ai loro ricercatori di usufruirne, spesso per concorso», osserva Mauro Dell’Ambrogio. La modalità più diffusa sono le collaborazioni spontanee fra colleghi accomunati da un interesse di studio e dalla stima reciproca. Oltre metà delle pubblicazioni scientifiche firmate da un ricercatore che lavora in Svizzera ha un co-autore all’estero. Solitamente ciascuno paga il proprio, senza trasferimento di risorse. «Quello che invece ha fatto l’Europa con Horizon è del tutto eccezionale e non comparabile a nessun’altra forma di collaborazione bilaterale, con un budget sui sette anni di oltre 95 miliardi di euro. Il modello ricorda, elevato all’ennesima potenza, quanto la Svizzera ha fatto 50 anni fa con il Fns: invece di lasciare che ogni cantone finanziasse i progetti del proprio ateneo, la Confederazione si è incaricata di raccogliere e attribuire i contributi ai progetti più rilevanti, creando una concorrenza che ha il vantaggio di incrementare la qualità», sottolinea Mauro Dell’Ambrogio. Fino al 2021 l’Ue ha rappresentato la seconda fonte di finanziamento pubblico per i ricercatori svizzeri dopo il Fns, ma soprattutto una rete di prestigiose relazioni, competenze e uno stimolo all’eccellenza, contribuendo alla sua capacità di innovazione. Le basi su cui ha costruito la sua reputazione internazionale.

La posizione negoziale dei ricercatori svizzeri che vorrebbero aderire a un consorzio europeo comincia a dimostrarsi indebolita: malgrado se ne apprezzi la qualità, prevale spesso l’esigenza di rivolgersi a membri di Paesi pienamente associati a Horizon, dunque con le ‘spalle coperte’. Anche volendo la Confederazione non potrà mai infatti garantire a tutti i ricercatori svizzeri, qualora i progetti cui partecipano vengano selezionati, di ricevere i fondi per pagare la propria parte.

Una dipendenza virtuosa

La ricerca svizzera è estremamente interconnessa, molto più di quella statunitense, giapponese o anche del Regno Unito: oltre il 36% degli articoli scientifici fra il 2014 e il 2022 portava la firma di un co-autore europeo.
E il Ticino è subito dietro alle regioni più toccate del Lago Lemano e di Zurigo: «L’Usi è una research intensive university, che nonostante la giovane età ha già collezionato 28 Erc. Nel 2022, malgrado l’esclusione, per i progetti europei in corso abbiamo raccolto 3,8 milioni di franchi (non distante dalla nostra media) su budget annuo complessivo per la ricerca competitiva di circa 26 milioni», sottolinea la rettrice.

 

Soprattutto si tratta di ricerche in ambito Stem, ma non solo: si spazia da Perdy, progetto di ottimizzazione percezione visori e display, al turismo sostenibile di SecreTour o al sostegno della partecipazione civica della cittadinanza con Diacomet.

Non bisogna dimenticare quanto la Svizzera accademica debba ai cervelli stranieri. Un ricercatore su due proviene dall’estero (analoghe le proporzioni nel mondo dell’innovazione imprenditoriale), vuoi perché la disponibilità è limitata con 8,7 milioni di abitanti, vuoi perché i pur ottimi stipendi accademici risultano comunque più appetibili per chi proviene da oltre frontiera.

«Non poter contare sulla piena associazione comporta l’esclusione da collaborazioni prestigiose e una continua incertezza di prospettive, destinata a tradursi in un’erosione dell’interesse per le nostre università da parte dei ricercatori internazionali di maggior talento, che non valutano solo le opportunità di finanziamento, ma anche le infrastrutture e le reti di ricerca a cui hanno accesso, nonché la possibilità di ottenere fondi individuali rinomati come gli Erc, che non solo permettono di finanziare un progetto, ma aprono la carriera. Io stessa, quando nel 2009 mi sono trasferita dalla California all’Epfl, sapevo di poter contare su questi fondi.

 

A tendere dunque il rischio è la perdita di attrattività internazionale e di leadership dei nostri atenei, che finirebbe per decretarne un pericoloso isolamento», osserva Luisa Lambertini che, fino al suo nuovo incarico alla testa dell’Usi da luglio, è stata alla guida della scuola dottorale e della formazione continua dell’Epfl, di cui era anche vicepresidente. «E il rischio non è soltanto di non attirare giovani promettenti, ma anche di perdere quelli che già ci sono. Non bastano prestigio e cachet: è come se il Real Madrid non potesse partecipare alle coppe europee: potrebbe pur offrire contratti milionari, ma perderebbe appetibilità», precisa Mauro Dell’Ambrogio.

L’aspetto più invalidante, è dover rinunciare al sistema di selezione dei progetti messo in piedi da Horizon, con una rete di migliaia di professori nei diversi campi disciplinari. Una garanzia di essere tra i migliori in Europa e di investire nella giusta direzione.
Mauro dell'Ambrogio

Mauro dell’Ambrogio

Segretario di Stato per la formazione, la ricerca e l’innovazione

L’esempio dell’Epfl

Lo conferma l’esperienza di una realtà prestigiosa e ai vertici della ricerca come il Politecnico federale di Losanna. Qui i programmi europei hanno contribuito, oltre ai 600 posti di lavoro che ne dipendono direttamente, a rendere l’Epfl più attraente per i talenti internazionali nonché a rafforzarne la leadership accademica e industriale. Se i 29 milioni di franchi raccolti ancora nel 2022, si allineano ai sette anni passati grazie alle misure transitorie, non ha però più potuto condurre alcun progetto, mentre in precedenza ne guidava fino a sei nuovi ogni anno, in particolare nei settori della robotica, delle tecnologie quantistiche e dell’energia verde. Gli inviti a partecipare come partner a nuovi progetti sono calati del 20%, diminuzione che raggiunge addirittura il 64% per le azioni Marie Sklodowska-Curie. E già si sono fatte sentire le prime delocalizzazioni di start up e l’esclusione da progetti e mercati considerati strategici dall’Ue.

«Nonostante i cliché, se la Svizzera è prima nelle classifiche di innovazione mondiali è proprio perché è stata fra i Paesi più aperti nello scambio di risorse umane con tutto il continente, e oltre», avverte Ambrogio Fasoli, vicepresidente associato per la ricerca presso l’Epfl, dove dirige lo Swiss Plasma Center, punto di riferimento assoluto per la ricerca sulla fusione nucleare. Il centro ospita uno degli esperimenti più importanti a livello europeo per studiare tecniche e parametri di formazione e controllo del plasma, con l’obiettivo di disporre di un’energia pulita. Il suo tokamak a configurazione variabile, nella top ten dei più importanti al mondo, permette infatti di esplorare la fisica della fusione nucleare mediante confinamento magnetico del plasma (a temperature di 100-150 milioni di gradi), per studiare ad esempio come la sua forma influisca sulle prestazioni o per ottimizzare ulteriormente la tecnica di ingabbiamento e riscaldamento. Ogni anno centinaia di scienziati arrivano a Losanna da tutta Europa a condurre esperimenti di interesse cruciale per la fusione, contribuendo anche alla formazione di generazioni di studenti, destinati a diventare gli specialisti di domani. L’80% dei dottorandi proviene dall’estero.

Ambrogio Fasoli
Ambrogio Fasoli, Direttore dello Swiss Plasma Center.

«Il caso della fusione nucleare costituisce un esempio ante litteram di perfetta integrazione fra ricerca svizzera ed europea. Già dal 1979 la Confederazione collabora strettamente con la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom) e proprio grazie agli stretti legami che abbiamo costruito nel tempo e alla reputazione che ci siamo guadagnati con la nostra qualità, stiamo per ora affrontando il periodo senza eccessivi problemi. Ad esempio riusciamo a continuare a partecipare al consorzio europeo Eurofusion grazie all’affiliazione al Max Planck Institut», sottolinea Ambrogio Fasoli, che addirittura di Eurofusion è presidente e, dal prossimo gennaio, ne sarà direttore, responsabile dell’esecuzione strategica del programma in un momento cruciale per la ricerca sull’energia di fusione.

Un buon auspicio per la Svizzera, che al momento però si confronta – paradossalmente – con l’esclusione dal ‘progetto dei progetti’, quello per la costruzione del reattore termonucleare sperimentale Iter, in corso nel sud della Francia, che della fusione nucleare per la produzione di energia su scala industriale ha lo scopo di dimostrare sicurezza e validità. In attesa dell’esito delle negoziazioni su Horizon, la stessa Svizzera che con il suo Swiss Plasma Center ha un ruolo centrale, vede congelata la sua associazione a Euratom e, contestualmente, lo statuto di membro all’impresa comune europea Fusion for Energy, che le consentiva di partecipare alla realizzazione di Iter. «Se facendo leva sulle nostre buone relazioni e sulla qualità all’avanguardia del nostro centro, riusciamo a vario titolo a rimanere agganciati agli sviluppi scientifici, è invece l’industria svizzera a pagare dazio. Questo proprio nella fase in cui, avvicinandosi alla conclusione del progetto, arrivano le commesse tecnologicamente più avanzate, alle quali le aziende svizzere si stavano dimostrando in prima linea per rispondere. Sarebbero decine e decine di milioni l’anno, ma al momento le nostre aziende sono bandite dalle gare d’appalto, fuorché non si dimostri di essere gli unici a disporre delle competenze richieste, ma con Cina, Corea del Sud, Giappone, India, Russia e Usa fra i membri di Fusion for Energy, oltre ai Paesi europei non è così semplice», avverte il direttore dello Swiss Plasma Center.

La fusione nucleare costituisce un esempio ante litteram di perfetta integrazione fra ricerca svizzera ed europea, già dal 1979. Se proprio grazie a questi stretti legami e alla sua reputazione lo Swiss Plasma Center sta per ora contenendo le ripercussioni scientifiche dell’esclusione da Euratom, è l’industria svizzera a pagare già dazio, tagliata fuori da Iter.
Ambrogio Fasoli

«Non è dunque questione di chiedersi se riusciremo nuovamente ad associarci, perché il contrario sarebbe catastrofico, ma piuttosto quando. Speravamo potesse accadere già a inizio 2024, ormai troppo vicino, a meno di una successiva applicazione retroattiva. Comunque a fronte anche della recente riammissione del Regno Unito e delle ultime promesse di riconsiderare la piena associazione della Svizzera contestualmente alla ripresa dei più ampi negoziati istituzionali fra Berna e Bruxelles, sono ottimista», conclude Ambrogio Fasoli, ricordando però come il caso ‘Svizzera’ sia molto diverso da quello del Regno Unito, non solo sul piano politico, ma perché tutt’altra è la massa critica, con una quindicina di università elvetiche contro circa 150 atenei britannici, fra cui le due migliori università europee, appoggiate da un governo che sta investendo massicciamente per rendere indipendente la ricerca di determinati settori chiave. Un segnale positivo pare venire anche dalla recente visita di Emmanuel Macron – a otto anni dall’ultima calata di François Hollande – considerato come la Francia, che nelle negoziazioni sull’Accordo quadro si è sempre mostrata intransigente, non sia impermeabile ai benefici che potrebbe trarre proprio dal rinnovato apporto elvetico al grande progetto di Iter in sviluppo sul suo suolo, così come comuni sono gli interessi per il secondo acceleratore del Cern. La consapevolezza dell’importanza della Svizzera per poter continuare a far la corsa in testa su Stati Uniti e Cina in questi due settori chiave per il futuro potrebbe ammorbidire le pretese. Ricordando che se la soluzione è politica, in fin dei conti decisiva è sempre la prospettiva economica.

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