
Per il lettore di una testata specializzata in economia e finanza, questa è indubbiamente una mostra intrigante. Cadendo prima sulle immagini che sul testo, l’occhio potrebbe categorizzarla come un’esposizione di arte extraeuropea: bracciali, cavigliere e monili, lame di vanghe e zappe, coltelli da lancio, bastoni rituali, tessuti… Il luogo conferma: siamo al Museo delle Culture di Lugano. Il titolo African design. I metalli del potere, potrebbe innescare un primo cortocircuito, accostando due dimensioni di per sé estranee: design (siamo quindi nella sfera dell’estetica e della funzionalità) e potere (istanze politiche, economiche e spirituali). I quattrocento oggetti qui riuniti sono infatti stati monete, in uso tra fine Ottocento e inizio Novecento in Africa occidentale e centrale, poi divenute nel Vecchio mondo oggetti da collezionare.
Monete che spiazzano la logica di chi, impregnato del paradigma mercantile, al denaro attribuisce le funzioni di mezzo di scambio, unità di conto e riserva di valore, a prescindere dalla forma – metallica, cartacea, scritturale e, sempre più, digitale. Ma le monete esposte al Musec sono tutt’altro che lo strumento asettico e impersonale che permette una miriade di scambi istantanei, indipendenti e reversibili, muovendo gli ingranaggi di produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi. Come ben sottolinea nel suo saggio incluso nello splendido catalogo a prezioso complemento alla mostra René Chopard, già Direttore del Centro di Studi Bancari, nell’ottica olistica di queste comunità africane la moneta era invece portatrice dei loro valori fondanti, contribuendo con la sua stessa circolazione a perpetuarne l’organizzazione sociale. La stessa fattura di questi oggetti, alla preziosità dei materiali – non inganni che molti siano in ferro, relativamente scarso in Africa, quindi importato e prezioso – abbina la raffinatezza estetica e la stratificazione di elementi simbolici, tanto che, pur richiamandosi a forme di strumenti agricoli, di armi o gioielli, perdevano la funzione originaria, come denotano le dimensioni ragguardevoli o le forme curiose che li rendono inadatti all’impiego pratico, elevandoli a oggetti di rango. Più che nei correnti scambi commerciali, queste monete tradizionali venivano infatti impiegate in transazioni di rilievo sociale, ad esempio alleanze matrimoniali (il bride price, concetto opposto a quello della nostra dote, pagato alla famiglia della sposa periodicamente per indennizzarla della cessione della figlia) e l’acquisto di schiavi (non solo oggetto della tratta atlantica, ma anche nel commercio interno) oppure per transazioni simboliche (come i kissi penny, detti “monete con l’anima”, fasci di barrette di metallo martellate simili a mazzi di fiori, usate per pagare i guaritori locali, unendo al valore economico quello spirituale).
Il contesto in cui questi oggetti sono stati utilizzati viene rievocato al pianterreno dello Spazio Mostre di Villa Malpensata, come sottolinea anche l’allestimento, giocato sulle calde tonalità africane del giallo e del marrone scuro. È l’occasione anche per ricordarne gli artefici, i fabbri, sorta di alchimisti in grado di trasformare nelle loro fucine gli elementi primordiali e mettere in comunicazione il mondo degli uomini con quello di spiriti e forze della natura, capacità che conferiva loro uno status ambivalente, fra prestigio ed emarginazione.
Se dai fabbri e, ancor prima che da essi venissero forgiate, dalle culture e dai sistemi di pensiero e valori che ne sono il sostrato, parte il processo di concezione e realizzazione di queste ‘monete’, il loro percorso non si è concluso con la loro caduta in disuso. Con una netta cesura, manifesta nel salto cromatico dell’allestimento della mostra che vira al minimalismo del bianco, richiamando il white cube tipico degli spazi espositivi della seconda metà del Novecento, al secondo piano del percorso di visita ci si trova a guardare agli stessi oggetti con gli occhi degli occidentali, sedotti dalle qualità grafiche ed espressive di questi manufatti, permeati dalla forte carica simbolica e dall’esotismo della loro provenienza. Dapprima importate in Europa nell’Ottocento, per documentare la conoscenza dei popoli dell’entroterra del continente africano che si cominciava allora ad esplorare e colonizzare, se inizialmente le monete cerimoniali hanno fatto parte delle opere di art nègre che hanno indicato agli artisti delle avanguardie la via per rompere il predominio del realismo, hanno successivamente attirato l’attenzione dei collezionisti. In particolare, dal secondo dopoguerra, negli anni del boom economico, conquistano sempre più i ‘ricchi signori’ che ne popolano gli interni delle proprie dimore parigine o newyorkesi, conquistati dalla loro singolare bellezza, dalla stupefacente capacità di sintesi di forme estremamente moderne nella loro semplicità e potenti nella loro aura primitiva. Lo confermano anche le motivazioni dietro le due importanti collezioni costituite, rispettivamente, da Giorgio Antonini e da Pieter e Catherine Coray, dalla cui musealizzazione è nato il progetto African Design, completato con prestiti della Collezione Rossini e opere della Collezione Nodari, di proprietà del Cantone e depositata al Musec.
Affascinato dall’aspetto moderno e dalla sintesi formale, che sentiva così vicina alla stilizzazione di un Giacometti, delle monete tradizionali africane scoperte durante i suoi viaggi di lavoro in Africa negli anni Settanta, Giorgio Antonini ha costituito la sua collezione, circa 190 pezzi, tra gli anni Ottanta e l’inizio degli anni Duemila, periodo del boom per questo mercato di nicchia, acquistandone la maggior parte fra Inghilterra, Belgio, Francia e Italia. La sua donazione al Musec nel 2018 (che segue quella del 2016 della collezione di pettini ornamentali creata con la moglie Gabriella) è stata il primo tassello che ha permesso di dare avvio al progetto African Design.
Nonostante Pieter Coray fosse già immerso nell’arte africana grazie al padre Han Coray, noto collezionista, le monete africane di metallo erano rimaste fuori dal suo radar. La scintilla è scoccata presso la galleria parigina di un mercante di arte africana in Rue de la Seine dove, insieme alla moglie Catherine, le ha scoperte. Ne è nata l’idea di creare una raccolta che documentasse un genere singolare, poco diffuso e conosciuto. Anche nel loro caso, circa 190 opere, soprattutto acquistate a Parigi, che nel 2019 hanno consegnato come deposito a tempo indeterminato al Musec.
I due curatori, Paolo Maiullari e Moira Luraschi, insieme a Marta Santi, responsabile dell’allestimento, hanno saputo interpretare alla perfezione la filosofia del Musec: un’antropologia dell’arte che, invece di focalizzarsi su un singolo momento storico – per quanto fondante e complesso – cerca di percorrere l’intera traiettoria di assimilazioni e risemantizzazioni, dal substrato che porta alla germinazione di un’opera alle sue estreme rifioriture, nella consapevolezza di come la stagione presente non sia che transitoria nel ciclo di un perenne divenire. Frutto di oltre sei anni di ricerche, African design. I metalli del potere (in programma fino al 21 settembre) a sua volta è un perfetto tassello del progetto Altrarti, lanciato dal Musec nel 2005 richiamandosi alle sue stesse ragioni fondanti, indicate da Serge Brignoni (1903-2002) nel valore che le arti etniche hanno avuto nell’elaborazione dei linguaggi artistici dell’umanità. Ecco allora che le quattrocento opere qui convocate, osservate attraverso ottiche disciplinari complementari, evidenziando la complessità di significati e valori in gioco, inscrivendo la creatività nel multiforme divenire delle manifestazioni della cultura. Fino ad arrivare alla contraddizione odierna, illustrata a fine percorso, di un’Africa che, nostalgica di sé stessa, della propria identità spazzata via dalla modernità ma ancora parte della sua coscienza collettiva, incontra la domanda di un Occidente che a propria volta idealizza un’Africa altrettanto inesistente. Ecco dunque gli artigiani locali di oggi esoticizzare la propria stessa cultura, emulando forme e oggetti della tradizione per soddisfare le richieste degli acquirenti, enfatizzandone gli elementi particolarmente apprezzati, ma tradendone lo spirito: da monete a merce.
Arte e finanza, affinità elettiva
Una mostra sulle monete non poteva che essere sostenuta da una banca? EFG non si è improvvisata principale sponsor di African Design. Metalli del potere per il facile richiamo esercitato dal tema. «Nel tempo, Banca del Gottardo, Bsi ed Efg non solo hanno collezionato complessivamente 1500 opere di artisti svizzeri e internazionali, giovani e affermati, ma anche avviato importanti collaborazioni come quella con la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, di cui siamo Institutional partner da diversi anni, oltre aver sostenuto iniziative che dimostrano l’interesse per gli ambiti uniti con maestria da questa nuova mostra del Musec, quali la numismatica e l’arte africana. E già vent’anni fa, Banca del Gottardo è stata il primo sponsor del rilancio del Museo delle Culture», sottolinea Franco Polloni, Responsabile della regione Svizzera e Italia di EFG.

L’intreccio fra finanza e arte è d’altronde inscritto nel private banking, con l’arte fra gli investimenti alternativi e i collezionisti fra i clienti delle banche. «Ma colgo un’ulteriore analogia. Ancor prima della Bns, dal 1883 al 1907 la Banca della Svizzera italiana è stato l’unico istituto di credito autorizzato a emettere banconote per il territorio del Canton Ticino. Ecco che le figure allegoriche cesellate da grafici svizzeri su quei biglietti di banca per indicare valori come la solidità e la coesione rappresentati dall’Helvetia con scudo e spada sul taglio da 50.- Chf o la laboriosità cui alludeva la filatrice su quello da 100.-, trovano un corrispettivo nell’estrema cura estetica posta dagli anonimi fabbri africani nelle opere presentate in questo progetto espositivo. E, in entrambi i casi, era richiesta una grande fiducia affinché degli oggetti, siano pezzi di metallo o di carta, potessero effettivamente rivestire il valore espresso», evidenzia Franco Polloni. Una sponsorship che conferma come un istituto bancario possa contribuire a preservare e promuovere il valore dell’arte, nonché supportare la vita economica e sociale delle comunità in cui opera.
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