Il Salone del Mobile.Milano 2026 ha messo in luce l’immagine di un settore in trasformazione. Mentre negli anni passati il dibattito ruotava attorno alla sostenibilità, oggi la riflessione sembra essersi spostata verso un tema più ampio: la permanenza.
In un mercato attraversato da instabilità geopolitiche, mutamenti nei consumi e crescente pressione competitiva internazionale, il design è chiamato a dimostrare non soltanto la propria capacità di innovare, ma soprattutto quella di durare. In questo scenario, il Made in Italy continua a rappresentare un riferimento globale, ma non più soltanto per ragioni estetiche. A fare la differenza sono la cultura progettuale, la qualità industriale, la flessibilità produttiva e la capacità di costruire prodotti destinati ad accompagnare la vita delle persone nel tempo.

È una visione che emerge con chiarezza dalle parole di Angelo Meroni, presidente di Lema, azienda che da oltre mezzo secolo rappresenta una delle espressioni più riconoscibili del design italiano. «Ci impegniamo a mantenere l’identità di Lema negli anni, pur con i dovuti adeguamenti», spiega Meroni. Una sfida tutt’altro che semplice in un settore spesso attratto dall’effimero. Negli ultimi anni l’azienda ha affrontato un cambiamento significativo, rinnovando direzione creativa, immagine e comunicazione dopo una collaborazione trentennale con Piero Lissoni. Una trasformazione importante che, tuttavia, non ha modificato l’essenza del marchio. «Il Dna di Lema è immutato. Cambia pelle, ma rimane fedele alla propria filosofia, sintetizzata oggi nel concetto di ‘Feel at Home’», prosegue il presidente dell’azienda, di famiglia, di cui rappresenta le terza generazione.
Non è uno slogan, ma una dichiarazione di intenti. L’obiettivo non è creare ambienti da contemplare, ma spazi da vivere.
Carlo Colombo, che ha siglato la maggior parte delle novità 2026 di Lema, parla della «volontà di costruire un vero e proprio linguaggio del design, capace di rendere il marchio immediatamente riconoscibile. Non il singolo prodotto destinato a seguire le mode del momento, ma una collezione coerente che unisce tavoli, divani, sedute e contenitori, reinterpretando i codici storici dell’azienda in chiave contemporanea. Forme morbide, eleganza misurata e attenzione alle proporzioni definiscono un’identità che evolve senza rinnegare le proprie radici, in linea con una tendenza sempre più diffusa nel settore: innovare attraverso la continuità piuttosto che attraverso la rottura».
Mentre tutto va veloce e si è alla continua ricerca della novità, il vero lusso sembra essere diventato la capacità di scegliere oggetti destinati a mantenere il proprio valore negli anni. Meroni porta un esempio significativo: «Nell’ultimo catalogo abbiamo ambientato le nostre collezioni in tre abitazioni molto diverse tra loro. In ciascuna convivono prodotti progettati quindici anni fa e arredi delle collezioni 2026. E, insieme, funzionano perfettamente». È forse questa la migliore definizione di sostenibilità applicata al design: creare prodotti che non diventino rapidamente obsoleti, dal punto di vista funzionale né da quello estetico. Dietro questa apparente semplicità c’è naturalmente un enorme lavoro di coordinamento tra direzione creativa, centro ricerche e designer. Una ricerca continua di equilibrio tra innovazione e continuità, aggiornamento del linguaggio e fedeltà all’identità del marchio.
Anche sul tema della sostenibilità, uno dei più discussi al Salone 2026, la posizione di Meroni appare pragmatica. «Per me va intesa più a livello di azienda che di prodotto». Una riflessione che sposta l’attenzione dal singolo oggetto all’intero processo produttivo. «Lema utilizza pannelli derivati esclusivamente da materiale riciclato, riduce i consumi energetici e investe costantemente nell’efficienza industriale. Una scelta che nasce dalla convinzione che la sostenibilità non possa essere soltanto una caratteristica commerciale del prodotto finale», precisa il presidente.
I paradossi del mercato non mancano: «L’azienda ha recentemente sviluppato un divano progettato secondo i più avanzati criteri di economia circolare: completamente disassemblabile e realizzato con materiali riciclati o riciclabili. Eppure», nota Meroni, «era sostenibile, ma non rispondeva completamente alle aspettative qualitative dei nostri clienti». Il progetto è stato quindi ripensato, mantenendo la filosofia originaria ma introducendo dettagli costruttivi capaci di elevarne ulteriormente la qualità percepita.

Una lezione significativa per tutto il settore, come sottolinea Meroni: la sostenibilità, da sola, non basta. Deve convivere con comfort, durata e qualità.
Tutti aspetti imprescindibili nel design contemporaneo, nel quale anche la firma del progettista continua ad avere un peso importante: «È prima di tutto una questione di sintonia culturale. Non è detto che un nome famoso sia automaticamente adatto a Lema. Nel corso degli anni è accaduto che collaborazioni avviate con designer di fama internazionale non arrivassero alla fase produttiva, così come è successo che giovani designer abbiano saputo interpretare perfettamente il linguaggio dell’azienda».

Una posizione che riflette una caratteristica storica dell’industria italiana del design: la capacità di fare sistema tra creatività e cultura d’impresa. «Non a caso, gran parte dei prodotti nasce internamente, grazie al lavoro del Centro Ricerche Lema, che costituisce uno dei principali patrimoni dell’azienda», aggiunge l’interlocutore, che prosegue: «Anche il concetto di lusso sta cambiando.Oggi fa spesso rima con personalizzazione. Non necessariamente una personalizzazione estrema o spettacolare. Al contrario, il valore risiede nella capacità di adattare il prodotto alle esigenze del cliente senza snaturarlo e senza compromettere l’efficienza industriale. Lema lavora in questa direzione da anni, soprattutto attraverso i sistemi d’arredo, che rappresentano circa il 70% del fatturato aziendale. Librerie, armadi, contenitori e soluzioni su misura richiedono una progettazione quasi millimetrica e una straordinaria flessibilità produttiva. Quando pensiamo un prodotto, ne immaginiamo anche tutte le possibili dimensioni e configurazioni», spiega Meroni. «Questo consente di rispondere sia alle esigenze delle abitazioni contemporanee, sempre più compatte nelle grandi città europee, sia ai mercati internazionali dove gli spazi abitativi possono raggiungere dimensioni molto più generose», prosegue il presidente dell’azienda, che oggi conta circa trecento punti vendita nel mondo e altrettanti in Italia.
E restando in tema di Belpaese: il Made in Italy si trova ad affrontare una sfida globale: «L’incertezza economica, le tensioni commerciali e l’aumento dei costi delle materie prime rappresentano oggi una scommessa per tutto il comparto», conferma Meroni.

È soprattutto sui mercati internazionali che si gioca la partita più importante. Gli Stati Uniti, l’India e i nuovi mercati emergenti rappresentano aree di forte interesse strategico, insieme a una continua attività di consolidamento in Europa e in Asia. La Cina, in particolare, continua a essere uno dei mercati più rilevanti per il marchio.
Nel frattempo tuttavia cresce anche la concorrenza locale. «I produttori cinesi hanno raggiunto livelli qualitativi sempre più elevati nella realizzazione di prodotti di design. Tuttavia, quando la scelta di un cliente si orienta verso l’eccellenza, sia nel segmento residenziale sia nel contract, il design italiano continua a rappresentare un punto di riferimento, forte di un patrimonio di competenze, cultura progettuale e valore riconosciuto a livello internazionale. Qualità costruttiva, affidabilità, competenze progettuali, servizio e cultura del prodotto restano elementi difficilmente replicabili e rappresentano, per questo, un patrimonio da difendere».
Si potrebbe forse concludere che il futuro del design non appartiene necessariamente a chi cambia più velocemente, ma a chi riesce a evolversi senza perdere la propria identità. In un momento storico dominato dall’incertezza, il Made in Italy continua a distinguersi per una qualità meno appariscente ma più profonda: la capacità di trasformare innovazione, competenza industriale e cultura del progetto in prodotti destinati a durare.Una qualità che non riguarda soltanto gli oggetti, ma il modo stesso di concepire l’impresa. Ed è probabilmente qui che risiede ancora oggi il vantaggio competitivo più autentico del design italiano.
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