
Nel corso del Novecento l’architettura ha oscillato tra razionalismo, ricerca estetica e tensione tecnologica; oggi, in una realtà attraversata da nuove priorità, e da fragilità urbane e sociali, torna centrale una domanda essenziale: quale responsabilità ha il progettista nei confronti della collettività?
È a partire da questa riflessione che si sviluppa la visione di Gabriele Maria Rossi, architetto di fama internazionale, fondatore e direttore di Archilab, studio con sede nella Svizzera romanda, a Pully. Un percorso internazionale, il suo, sviluppato tra Italia, Stati Uniti e Svizzera, tre realtà profondamente diverse che hanno contribuito a forgiare una concezione dell’architettura insieme rigorosa e sensibile, nella quale la funzione dialoga con l’emozione, la tecnica con la dimensione umana, e il progetto diventa espressione culturale oltre che risposta costruttiva.
La sua traiettoria formativa e professionale si è sviluppata attraverso contesti caratterizzati da culture e tradizioni progettuali differenti. Come si sono intrecciate queste esperienze nella definizione del suo linguaggio architettonico?
Hanno contribuito in modo determinante alla costruzione di una visione architettonica articolata. Da un lato, il confronto diretto con alcuni dei più importanti patrimoni storici e artistici italiani, negli anni trascorsi tra Milano, Firenze e Roma, ha alimentato una profonda sensibilità per la bellezza, la proporzione e il valore della tradizione. L’osservazione delle opere del Rinascimento, del Barocco e dei grandi maestri dell’architettura rappresenta una scuola insostituibile. Successivamente, l’esperienza internazionale in un contesto particolarmente dinamico e innovativo, negli Stati Uniti, ha aperto la prospettiva verso una dimensione più sperimentale del progetto. Gli studi alla Columbia University e il coinvolgimento in importanti interventi di trasformazione urbana – il progetto del Battery Park City, per esempio – accanto a protagonisti di primo piano dell’architettura contemporanea come Richard Meier e Robert Stern, hanno favorito una riflessione sulla scala della città e sulle potenzialità dell’architettura come strumento di cambiamento. A completare questo percorso è stato l’incontro, in Svizzera, con una cultura professionale fondata sul rigore, sulla precisione, sull’affidabilità e su una solida etica del lavoro. La mia architettura nasce proprio dall’incontro di questi tre mondi: la memoria e la sensibilità italiane, l’apertura e l’ambizione americane, il rigore e la razionalità svizzeri.
La sua architettura sembra muoversi tra misura e suggestione: come si costruisce questa sintesi?
Credo che una buona architettura nasca sempre da un equilibrio. Razionalità, funzione, bellezza ed emozione non devono escludersi a vicenda, ma dialogare tra loro. L’edificio deve certamente funzionare, ma non può limitarsi a questo. Se un edificio è in grado di generare benessere, stupore o raccoglimento, allora l’architettura supera la semplice funzione tecnica e diventa esperienza umana a tutto tondo.
Lei ha progettato scuole, cliniche, porti, edifici amministrativi, anche in contesti molto diversi, come il Medio Oriente. Come si conciliano funzionalità e ricerca estetica con le varie identità culturali?
Ogni progetto rappresenta un nuovo inizio. Ogni volta occorre rimettersi in discussione, comprendere un programma specifico, un clima, una cultura, un modo di vivere. Quando abbiamo progettato una scuola a Dubai, ad esempio, ci siamo confrontati con una sfida complessa: applicare standard Minergie – tipicamente svizzeri – in un clima completamente diverso. È stato necessario studiare in profondità come integrare tecniche costruttive sostenibili all’interno di una realtà locale all’opposto. Lo stesso vale per le cliniche. Dal punto di vista funzionale devono rispondere a esigenze estremamente rigorose, ma sono dell’opinione che una clinica non debba sembrare una clinica. Abbiamo quindi cercato di creare spazi in cui le persone potessero sentirsi a proprio agio, accolte come se stessero entrando in una casa, un hotel o persino in un museo. Anche il porto di Lutry nasce da questa visione. Il Comune chiedeva semplicemente uno spazio per proteggere le barche. Vi ho visto invece l’opportunità di creare qualcosa di più: un intervento di land art capace di dialogare con il paesaggio e generare nuovi spazi di vita. Oltre a soddisfare l’esigenza funzionale, abbiamo introdotto negozi, bar, luoghi d’incontro. Oggi quel porto è diventato uno degli spazi più vivaci della regione. L’architettura deve sempre andare oltre la risposta puramente funzionale del progetto per estendere i benefici del progetto alla collettività di riferimento.

Si parla molto di città sostenibili e intelligenti. Quali sono le qualità umane che una città non dovrebbe mai perdere?
La sostenibilità è fondamentale, ma temo che spesso si perda di vista un aspetto essenziale: la capacità della città di creare relazioni umane. Attribuisco enorme importanza agli spazi pubblici – piazze, strade, luoghi di incontro – perché sono questi gli elementi che generano socialità e vita urbana. Da anni stiamo assistendo ad una perdita progressiva di questa dimensione collettiva. Le persone diventano sempre più individualiste, chiuse nei propri spazi fisici e digitali, sempre meno inclini al contatto diretto. Anche molte attività che storicamente costruivano l’identità urbana – negozi, commerci, luoghi di confronto – stanno scomparendo. Eppure la vera ricchezza di una città nasce proprio dalla possibilità di incontrarsi.Non esiste una formula magica per invertire questa tendenza, ma credo che il ruolo dell’urbanistica debba essere anche quello di difendere e favorire queste occasioni di relazione.
Quanto conta, per un progettista, la responsabilità sociale del proprio lavoro?
Conta enormemente. Parlo spesso di responsabilità morale. Ogni volta che costruiamo qualcosa, modifichiamo una realtà esistente. Ma la responsabilità dell’architetto non riguarda soltanto il presente: riguarda anche – e soprattutto – il futuro. Bisogna chiedersi che cosa diventerà quel luogo grazie, o a causa, del nostro intervento. Un progetto non dovrebbe limitarsi a risolvere un problema funzionale. Dovrebbe migliorare la qualità della vita delle persone, creare relazioni, generare esperienze positive. Come nel citato esempio del porto di Lutry, dove, andando oltre il programma iniziale che prevedeva solo un’infrastruttura tecnica, sono stati aggiunti spazi pubblici, negozi e luoghi di socialità, con la conseguente trasformazione di un luogo ‘di servizio’ per pochi (i proprietari di imbarcazioni), in un luogo di fruizione potenzialmente per l’intera collettività. L’architettura può e deve avere un impatto culturale e sociale, non solo funzionale ed estetico.
Nel suo ultimo libro lei definisce l’architettura come ‘dialogo con lo spazio e il tempo’. Che ruolo hanno memoria e durata nel progetto?
Per me spazio e tempo sono le due dimensioni fondamentali dell’architettura. Non si può progettare senza comprendere ciò che esisteva prima. Ogni luogo porta con sé una memoria: bisogna capire perché un quartiere è nato lì e così, perché gli edifici hanno determinate proporzioni, perché quello spazio è diventato ciò che è oggi. Solo comprendendo il passato si può progettare correttamente il futuro. Il progetto non nasce mai da un’intuizione improvvisa. È un processo lento, costruito attraverso analisi, osservazione, comprensione del contesto e del programma. Quando queste analisi vengono fatte bene, la risposta progettuale emerge quasi naturalmente. La durata, poi, è essenziale. Oggi si tende spesso a costruire pensando soltanto all’immediato. Sono invece dell’avviso che un’architettura ben riuscita debba possedere una proiezione nel tempo, deve poter continuare a generare valore, relazioni ed emozioni anche molti anni dopo la sua realizzazione.
Esiste, secondo lei, un principio universale che definisce un buon progetto, al di là delle culture e delle geografie?
Sì. Credo che un buon progetto nasca dall’equilibrio tra varie dimensioni: la risposta razionale, la risposta estetica ed emotiva e la risposta sociale. L’armoniosa convivenza di questi differenti aspetti conferisce qualità al progetto. Naturalmente, ogni contesto richiede una specifica sensibilità, ma questi principi restano universali. L’architettura deve sempre comprendere profondamente il luogo in cui interviene, la sua storia, la sua cultura, le esigenze della collettività che qui vive.
Qual è il rapporto corretto tra architettura e urbanistica? Un singolo edificio può davvero trasformare una città?
L’ideale è sempre poter lavorare su una visione urbana complessiva. Quando si pianifica un intero quartiere, le possibilità di incidere positivamente sul territorio sono molto maggiori. Ma anche un singolo edificio può diventare il primo seme di una trasformazione più ampia. Un edificio modifica inevitabilmente il contesto in cui si inserisce. Per questo è fondamentale interrogarsi su quale tipo di cambiamento si vuole generare: migliorare la qualità della vita, creare socialità, restituire dignità a uno spazio urbano fino a quel momento trascurato. Anche un unico intervento può innescare un processo virtuoso.
Qual è il suo rapporto con i materiali?
Mi interessano i materiali autentici, mentre non prendo mai in considerazione i materiali che imitano altro. Credo che ogni progetto richieda la propria materialità specifica. Per la sede di Msc Crociere di Ginevra, ad esempio, volevo utilizzare materiali eleganti e sofisticati come il vetro e il metallo, che riflettessero l’identità dell’azienda e la precisione del loro lavoro. L’edificio è stato concepito ispirandosi al motore di una nave, con componenti realizzati su misura da artigiani specializzati. In altri progetti invece è il legno ad essere protagonista, soprattutto quando il contesto naturale lo richiede. È importante per me l’uso dei materiali ‘locali’. Utilizzare materiali del luogo significa anche costruire un rapporto più autentico con il territorio.
Dove trova ispirazione?
Un progetto per me nasce da un lavoro continuo di ricerca e osservazione, più che dall’ispirazione poeticamente intesa. Ma sicuramente, la pittura e la scultura, ambiti artistici che mi appassionano da sempre e nei quali nel tempo libero mi diletto, hanno avuto un’influenza enorme sul mio modo di progettare. Mi aiutano a comprendere le proporzioni, il rapporto tra pieni e vuoti, le geometrie, la luce. Quindi, per rispondere alla sua domanda, posso affermare che alcune intuizioni nascono per me da momenti di sperimentazione artistica.
Che cosa vorrebbe lasciare attraverso il suo lavoro?
Vorrei che gli spazi costruiti continuassero a trasmettere emozioni a chi li vivrà. Dopo quasi quarant’anni di attività e circa cinquecento progetti realizzati finora, spero che le persone possano percepire, entrando in questi luoghi, un senso di generosità, di bellezza e di apertura verso l’altro. A mia volta, ricordo di essere rimasto alcune ore a disegnare San Carlo alle Quattro Fontane di Borromini, a Roma. Dopo oltre tre secoli quell’opera continua ancora oggi a emozionare profondamente chi la osserva. È una testimonianza straordinaria della capacità dell’architettura di attraversare il tempo senza perdere la propria forza espressiva. Quando un edificio riesce a instaurare un dialogo autentico con le persone e con il luogo in cui si inserisce, continua a vivere ben oltre l’epoca in cui è stato costruito. L’architettura è questo: un modo di scrivere nel paesaggio qualcosa che possa continuare a parlare alle persone nel tempo.
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