Una linea rossa corre all’altezza di 162 cm lungo tutto il perimetro del chiostro quattrocentesco, cuore del Complesso di San Giovanni, sede del Museo d’arte Mendrisio: senza soluzione di continuità attraversa pareti e arcate del porticato, inglobando aperture e intermittenze in una circonferenza quadrangolare. Il punto di vista è quello dello sguardo di Felice Varini (Locarno, 1952), per la prima volta omaggiato in Svizzera e in ambito culturale italofono da una mostra monografica, in programma fino all’11 ottobre, che ripercorre i principali capitoli della sua cinquantennale carriera attraverso l’attualizzazione di nove suoi progetti emblematici e che uno nuovo ne scrive, presentando una creazione inedita. Un meritato riconoscimento istituzionale per l’artista ticinese, francese d’adozione, da decenni apprezzato a livello internazionale, con memorabili interventi dall’Europa a Stati Uniti, America Latina, Asia e Australia, sempre immediatamente riconoscibile.

Forse la definizione più calzante è quella di “pittore dello spazio”, con cui lui stesso ama presentarsi: dall’arrivo a Parigi nel 1978, ha deciso infatti di andare oltre la superficie bidimensionale della tela e il perimetro della cornice. Non più per rappresentare lo spazio, ma per rivelarlo. Senza rinnegare pennelli e colori, ma applicandoli a volumi tridimensionali, dal salotto di casa sua a strutture industriali, fino a interi edifici, quartieri urbani e paesaggi naturali. Essenziale il lessico, fatto di campiture uniformi nei colori primari e figure geometriche elementari che affiorano subitanee, restituite da un’unica posizione privilegiata. E poiché ogni epifania implica l’occhio a cui si manifesta, ecco che lo spettatore diventa condizione stessa del compiersi dell’opera.
La tentazione di estrarre lo smartphone per instagrammare quei momenti di assoluta perfezione, in cui i frammenti di colore distribuiti nello spazio si allineano e compongono un motivo bidimensionalmente accampato sulla profondità dello spazio, è forte per la nostra società appiattita sulle immagini. Ma questo non è l’approdo bensì il punto di partenza del lavoro di Felice Varini. La scoperta comincia infatti dal passo successivo: quando si “entra” nell’opera e l’immagine si dissolve, scomponendosi nei suoi segmenti costitutivi, tornando a essere pura pittura nello spazio. “Percorrendo” l’opera la si attiva, smarrendola e riconquistandola, in un incessante processo dinamico.


Un esercizio che il complesso storico di San Giovanni rende particolarmente interessante. Già avvezzo a progetti espostivi di grande spessore, questa volta il Museo d’arte Mendrisio – sotto la guida della direttrice Barbara Paltenghi Malacrida che questa mostra l’ha fortemente voluta – compie un ulteriore passo, smettendo le vesti di contenitore espositivo per diventare parte attiva delle opere. Gli interventi di Felice Varini fanno emergere la stratificazione di epoche, funzioni e comunità che lo hanno abitato: dapprima ospizio degli Umiliati per pellegrini, indigenti e malati; dal 1477 convento dei Serviti; infine, dopo oltre un secolo come ginnasio cantonale (1852-1958), convertito in spazio per mostre e manifestazioni culturali, dal 1982 accoglie il museo cittadino, nato dal generoso lascito dei fratelli collezionisti Aldo e Aldina Grigioni.
Il chiostro, i corridoi, le sale più raccolte e gli ambienti più ampi, si innestano in un percorso fatto di improvvise aperture e scorci inattesi, che amplificano l’efficacia degli interventi di Varini grazie alla tensione generata dai continui rimandi tra ciò che si vede e ciò che si intuisce.


Per lunghe settimane l’artista ha lavorato qui con i suoi assistenti, dipingendo quasi mille metri quadrati di superfici e applicando speciali pellicole viniliche dove non sarebbe possibile ritinteggiare al termine dell’esposizione. Un modus operandi raramente svelato, presentato in mostra dal documentario a cura della collaboratrice scientifica del museo Francesca Bernasconi, insieme ad Andrea Pellerani. Felice Varini è infatti compositore ma anche esecutore di ogni sua pittura nello spazio, interpretandone la “partitura” per il contesto in cui la attualizza. Non performance, né installazioni, ma opere che (ri)prendono forma e vita in situ. Ad aggiungersi anche il “punto di vista del sole”: gli scuretti sono stati spalancati lasciando entrare la viva luce naturale, che a ogni ora introduce nuove variazioni, ombre e riflessi imprevedibili.
L’effetto complessivo è duplice e contrastante: da una parte, gli interventi di Varini portano lo sguardo su dettagli architettonici e decorativi solitamente trascurati dal visitatore nel museo, focalizzato sulle opere: angoli, capitelli, lesene, elementi prosaici come termosifoni o preziosi come la pendola settecentesca. Dall’altra parte, servendosi come supporto dell’architettura la pittura ne assorbe i volumi, alterando la percezione spaziale e la funzione strutturale di pareti, soffitti, pavimenti. L’edificio risulta così, al contempo, protagonista e vanificato.


Comprimendo lo spazio reale in un’immagine bidimensionale, Varini compie un’operazione di segno opposto a quella rinascimentale che costruiva l’illusione della profondità su una superficie piana. Opposta non solo tecnicamente ma anche concettualmente: contro il dominio razionale sullo spazio di un uomo artefice del proprio destino, ecco qui la fragilità dell’attimo rivelatore che subito si sottrae.
Come anticipato, la mostra propone un’opera inedita, Dischi volanti, che introduce un’ulteriore novità, divergendo dal concetto dell’allineamento del punto di vista perché ne presenta ben diciannove, necessari per individuare gli altrettanti dischi ricavati nella rete nera che avvolge le due ultime sale del museo: due ambienti profondamente diversi, il primo ampio e generosamente illuminato da finestre, il secondo cieco e dal soffitto altissimo. Un’opera che testimonia l’energia, la vitalità, la continua voglia di mettersi in discussione dell’artista settantaquatrenne, accettando nuove sfide. Destinata di certo anch’essa a future attualizzazioni, in altri luoghi del mondo.


Accanto agli interventi pittorici, la mostra presenta anche tre sculture, un progetto ipotetico e una sala dedicata a materiali d’archivio per esplorare il sostrato teorico, estremamente affascinante.
Volutamente ci siamo astenuti dal descrivere altre opere, ad eccezione dell’ultima nata e dell’accenno iniziale a 360° rouge n°2, una fra le più iconiche, realizzata nel 1989 per il museo Fridericianum di Kassel e poi entrata nella collezione del Centre Pompidou. L’invito, in quest’occasione più che mai, è infatti a immergersi analogicamente nella mostra di un artista che sa restituire all’atto del guardare la sua dimensione non solo di fenomeno fisico, ma anche di processo intellettuale, conoscitivo. Una grande lezione, in questi tempi di visioni unilaterali, sull’importanza di cambiare punto di vista. E, al contempo, anche la speranza, fra divagazioni, esitazioni, deviazioni e aporie delle nostre esistenze troppo spesso caotiche e dispersive, che esista un punto di vista dal quale anche il più insignificante e smarrito frammento diventi imprescindibile parte di un disegno coerente.
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