Il tramonto demografico che stanno da tempo vivendo le principali economie avanzate, con la significativa eccezione degli Stati Uniti, seppur per altre ragioni, pone sotto crescente stress i sistemi previdenziali nazionali, disegnati in un’altra epoca storica, e su presupposti non più così scontati.
Il sistema previdenziale svizzero gode di una salute migliore rispetto a molti altri Stati europei, ma non per questo è immune ai mali di oggi, tra cui per l’appunto un’avversa dinamica demografica che porta a crescenti uscite di capitali, rendite a beneficio della popolazione non più attiva, ed entrate decrescenti, da parte di una popolazione attiva e occupata che soprattutto andrà riducendosi. La coesistenza però dei tre pilastri, tra loro molto diversi per logiche e forme di finanziamento, in parte ammortizza i probabili effetti, almeno nel medio termine.
Ciononostante, la tematica è in cima alla lista delle preoccupazioni della popolazione residente, la cui maggioranza è sempre più prossima al traguardo della pensione. Risparmiare non basta più, dunque non può essere la soluzione, fermo restando che un patrimonio, piccolo o grande che sia, non si costituisce in un giorno, ma in anni di scelte consapevoli e ponderate, soprattutto investendo.
La dimostrazione che però sia possibile costituirlo è la Previdenza professionale (II Pilastro) a circostanziarlo nei numeri ogni giorno: il 40% degli averi di vecchiaia disponibili all’atto del pensionamento sono infatti il frutto di decenni d’investimenti condotti dalle Casse pensioni, il cui contributo è ampiamente superiore a quanto versato dai lavoratori (25% del totale), e anche dai datori di lavoro (35%), e che in quanto tale viene abitualmente definito ‘terzo contribuente’.
L’attività d’investimento continuativa nell’arco dei decenni è la leva strategica che consente il raggiungimento di questi sorpredenti risultati. Dovrebbe iniziare il prima possibile, ad esempio grazie ai genitori, e non terminare all’atto del pensionamento, ma ‘adeguarsi’ alle pur significatamente mutate circostanze.
Prima. La costituzione del patrimonio è un processo che in molti casi attraversa le generazioni, essendo in parte anche trasmesso alle successive, e i dati mostrano che spesso anche le abitudini dei più giovani siano influenzate da quelle dei meno. Avere genitori che investono, rende più probabile che i figli facciano lo stesso.
Dunque, quando iniziare? Alla nascita di un figlio le preoccupazioni sono molte, e la sicurezza finanziaria non è in cima alle priorità, seguita da un proverbiale ‘tanto c’è tempo’. Non è propriamente così, e comunque potrebbe anche non esserlo. Il tempo è il migliore alleato degli investitori, a prescindere da quanto si decida di investire. Un importo minimo mensile di 100 franchi, a dipendenza di come venga investito, può dare al compimento del 20esimo anno di vita risultati già notevoli. Forse sbalorditivi?
Il capitale iniziale versato in 20 anni è di 24mila franchi, ma: laddove sia stato accantonato in un semplice conto risparmio, con un rendimento dello 0,5% annuo, se ne aggiungono 1’200 di interessi maturati; laddove sia stato investito in un portafoglio equilibrato (3% annuo di rendimento medio) se ne aggiungono quasi 9mila; laddove sia stato investito in una strategia azionaria (5% medio) i proventi maturati sarebbero superiori ai 17mila. La base è sempre la stessa: 100 franchi al mese, per 20 anni. Risultato? Un cuscinetto finanziario, e una sana abitudine appresa per i decenni successivi.
Dopo. Presupponendo una vita professionale senza buchi troppo significativi, all’atto del pensionamento dovrebbe essere stato maturato un certo capitale, in gergo gli ‘averi di vecchiaia’, ed è lì che ci si trova confrontati con una prima fondamentale scelta: rendita, capitale o una combinazione dei due.
La fine della vita attiva è un traguardo importante sotto molti aspetti, anche in termini d’investimento, seppur con qualche caveat. L’attenzione si sposta dalla costituzione del patrimonio, alla sua conservazione e un utilizzo pianificabile. L’obiettivo dichiarato è che, nel loro complesso, l’Avs e le altre prestazioni pensionistiche garantiscano lo standard di vita desiderato per tutti gli anni successivi, auspicabilmente molto a lungo.
Nonostante ogni individuo sia diverso, e valga la pena di richiedere una consulenza ad hoc, la situazione è particolarmente delicata nel caso di coloro che optano per ritirare l’intero capitale accumulato, presupponendo un’attenta pianificazione finanziaria.
Ammettendo di ritirare 700mila franchi, tutti i propri averi di vecchiaia, depositandoli su un conto risparmio, e prelevando 25mila annui per coprire le proprie esigenze, a integrazione della rendita Avs, a distanza di 30 anni l’intero patrimonio risulterà esaurito, senza che siano occorse emergenze o imprevisti, e avendo mantenuto una ferrea disciplina.
Laddove invece il capitale fosse comunque investito, in una qual misura, con un rendimento annuo medio del 3%, e continuando a prelevarne 25mila annui, a 95 anni si disporrebbe di ancora 500mila franchi. Laddove raggiungesse invece un rendimento medio del 5%, al netto dei prelievi, il capitale continuerebbe a crescere, quasi raddoppiando (1,3 milioni).
I tre vasi. Investire il capitale dopo il pensionamento può dunque fare la differenza, o meglio, continuare a farla, in linea con i decenni in cui si è formato. Ma come?
Un primo aspetto da considerare è che ‘qualcosa è cambiato’, dunque anche i potenziali investimenti devono essere diversi, o più strutturati. Un buon modello è quello che si definisce ‘dei tre vasi’, ossia la suddivisione del capitale in tre diversi depositi, gestendoli differentemente.
Il primo vaso, quello delle emergenze, è una piccola quota di liquidità immediatamente utilizzabile, non investita. Il secondo è quello utilizzato per le spese correnti, che deve coprirle con un orizzonte temporale di dieci anni, investendo in attività poco rischiose e stabili nel tempo.
Il terzo è quello che guarda a oltre 10 anni, e che continua a far ‘lavorare’ il capitale, investendo a lungo termine, rimpinguando ad esempio con i suoi rendimenti il secondo, e preparandosi anche a essere trasmesso alla generazione successiva.
La previdenza si conferma essere una materia fondamentale ma anche estremamente complessa, in cui è meglio non improvvisare, per non incappare in situazioni potenzialmente esplosive.
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