
Frivola all’apparenza, industria la moda lo è a tutti gli effetti e di quelle dall’impronta più pesante: alta intensità di emissioni, elevatissimo consumo idrico, inquinamento chimico, sfruttamento sociale… un impatto esploso con i ritmi della fast fashion. Dell’immensa mole di capi prodotti ogni anno, si calcola che decine di milioni di tonnellate si riversino in discariche come quella del deserto di Atacama in Cile o le ghanesi, ma non ne mancano di ben più vicine. Se da gennaio in tutti gli Stati membri dell’Ue è entrato in vigore l’obbligo di raccolta differenziata dei tessuti, che introduce anche la Responsabilità Estesa del Produttore per spingere a progettare soluzioni più sostenibili dall’origine, l’opacità della filiera e le difficoltà poste da materiali sintetici difficilmente trattabili non agevolano il compito.
Forte dell’esperienza pluridecennale in gestione, recupero e valorizzazione di rifiuti speciali non pericolosi dell’industria pesante, Giuseppina Li Vigni intende mettere il suo know-how a servizio della moda. Dopo esser riuscita nell’impresa di creare le sue società di consulenza, intermediazione e shipping, LVG (una basata a Lugano e una a Genova, sua città natale), raggiungendo risultati cui realtà molto più strutturate non arrivano – sfida nella sfida con un team prevalentemente femminile -, vuole ora rivolgersi anche a un mondo che è stata la sua prima aspirazione di ragazza, quando sognava di diventare stilista.

Se a 19 anni, non avendo superato la prova di ingresso alla Marangoni, ha dovuto scegliere altri percorsi di studi e si è trovata catapultata nel settore hightech dell’elettronica, con l’occasione di crescere all’interno di aziende leader prima di mettersi in proprio, il destino sembra aver intrecciato molto abilmente i fili della sua vita per permetterle oggi alla Marangoni di entrarci grazie alla collaborazione per il progetto della sua NewCo, ZUTRE.
«Su tecnologia, ambiente e persone, i tre valori alla base di LVG, si fonda anche questa nuova avventura. ZUTRE nasce come invito a esprimere il meglio di sé prendendosi cura della propria persona e del mondo… a partire dal proprio guardaroba. Se infatti con LVG stiamo anche esplorando soluzioni per riciclare gli scarti tessili, si tratta di progetti che richiedono competenze multidisciplinari e importanti investimenti in R&D, i cui tempi di realizzazione oggi non sono ancora prevedibili. Per iniziare da subito a ridurre la produzione di rifiuti in un’ottica futura, con ZUTRE metteremo invece a disposizione dei consumatori e dell’intera filiera strumenti concreti che favoriscano scelte consapevoli e diffondano una cultura che combatta la compulsività degli acquisti», anticipa Giuseppina Li Vigni, che sta collaborando anche con l’Istituto sistemi informativi e networking (ISIN) della SUPSI sugli aspetti più disruptive del progetto, che coniuga intelligenza artificiale, sostenibilità, praticità d’uso e una non meno importante componente emozionale in un’esperienza altamente coinvolgente.
Come il più abile personal stylist il sistema sarà in grado di tener conto di un’ampia gamma di preferenze personali e di tutte le variabili che entrano gioco quando si acquista un capo, dalle occasioni di utilizzo a ciò che già si possiede nel guardaroba, dove solitamente rimane inutilizzata almeno metà dei capi. «Sarà così possibile evitare il classico doppione e contrastare i resi che gravano sull’e-commerce, acquistando capi davvero utili e che ci calzano a pennello. E questo ovunque ci si trovi, quando si desidera, in maniera semplice e divertente. Componenti sintetizzate dal logo, con la U che richiama l’anta di un armadio, ma anche un volto sorridente», prosegue Giuseppina Li Vigni, affiancata da Claudia Beldon, Chief Innovation Officer di ZUTRE.
Riuscire a smuovere le abitudini anche di una minima percentuale di centinaia di milioni di consumatori avrebbe un enorme ritorno in termini di sostenibilità. Un progetto dal significato davvero speciale per Giuseppina Li Vigni, tanto da averlo battezzato anagrammando i nomi dei suoi genitori, Nunzio e Teresa. Un simbolico passaggio generazionale, per contribuire al futuro del pianeta e dei giovani che dovranno coltivarlo meglio di chi l’industria del fast fashion l’ha incentivata.
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