TM    Giugno/Luglio 2026

Silenti testimoni, taciti protagonisti

L’Arte orafa e l’Alta Gioielleria cavalcano la storia dell’uomo da centinaia di anni, inseguendo un delicato equilibrio tra innovazione e tradizione. La sfida è continuare a rimanere rilevanti culturalmente, nonostante il cambio generazionale che trasformerà il settore nei prossimi anni. Il gioiello è ancora protagonista, o è la dimensione esperienziale e immaginifica il nuovo epicentro? Un pubblico globalizzato e digitalizzato a che valore guarda?

Intervengono: Caroline Scheufele, Direttrice artistica e Copresidente di Chopard; Lucia Silvestri, Jewelery Creative and Gems Buying Director di Bulgari; Ida Färber, Head of Färber Collection e Cofondatrice di GemGenève; Elena Guglielmin, Cio di Ubs Wealth Management; Manuel Lang, Analyst Swiss Equity di Vontobel; e Gabriele Barbaresco, Direttore area studi di Mediobanca.

di Federico Introzzi

Responsabile editoriale Ticino Management

Alle origini

Testimoni silenti della storia, eterni spettatori della nascita e del crollo di imperi e dinastie, simboli potenti e tesori di inestimabile valore, i gioielli concentrano da sempre un fascino che ha rari eguali nella lunga odissea umana. Sono stati elevati a forma d’arte, e più d’un’arte hanno creato, sono stati protagonisti di scandali e contese, si confermano essere il più tangibile degli attestati d’amore. Certo, cambiano le mode e passa il tempo, scorrono i secoli: i metalli perdono e i gioielli cambiano forma, nonché proprietario, spesso anche in virtù di lieti eventi; le pietre sopravvivono alle loro montature, e tornano a fare capolino nella storia, salvo trovare poi il loro posto, come nel caso di Cullinan o Koh-I-Noor, per altro entrambi felicemente a Londra. Eppure, non sempre è stato così.

In epoca antica, a Roma o ad Atene, nonostante un’avanzatissima arte orafa, e competenze estremamente all’avanguardia, in parte derivanti dalla lavorazione di altri metalli di uso più comune, andate poi perse intorno alla metà del I millennio, l’ostentazione non era ben vista, e i gioielli non godevano di particolare stima al di fuori di determinati ambienti, e sempre in ambito esclusivamente privato. Sin dalla sua fondazione il Mos Maiorum, ossia il culto degli antenati o l’equivalente della ‘morale’ di oggi, predicava sobrietà e integrità quali stelle polari dello stile di vita di un buon cittadino, indipendentemente dal sesso e dall’età. Nonostante al crepuscolo della Repubblica tale ideale si fosse annacquato, Augusto e a intervalli regolari diversi dei suoi successori tentarono di ripristinare usi e costumi delle origini, con fortune alterne.

Lusso e sfarzo erano considerati allarmanti indici di una decadenza tipicamente orientale, dove invece erano la normalità, che lo Stato stesso si preoccupava di sdradicare. Per quanto discutibile, sia Atene che Roma, con la filosofia della prima che aveva avuto un ruolo decisivo nel plasmare le convinzioni della seconda, erano repubbliche, e il consenso non un dettaglio, il che dimostra di come fosse il popolo stesso contrario alle esagerazioni.

In epoca romana a più riprese furono introdotte draconiane forme di Lex sumptuaria, leggi volte a limitare lo ‘sperpero di risorse’ in periodi difficili, combattendo lusso e ostentazione in quasi tutte le loro forme, soprattutto pubbliche. Pratica per altro ripresa in epoche storiche anche molto successive. Il problema di fondo era sempre il medesimo; nonostante un’estrema finanziarizzazione dell’economia, paragonabile a quella di fine Novecento, la monetazione di uso corrente si basava sull’uso di metalli per definizione scarsi, o preziosi. Tra le più note e più restrittive, e non a caso introdotta durante gli anni più bui della II Guerra Punica, con Annibale alle porte e ingenti prestiti obbligazionari tutti da collocare, figura la Lex Oppia del 215 a.C. rimasta in vigore sino al 195.

Alla dimensione più ideale, durante la Repubblica se ne affiancava una più pragmatica, che invece venne gradualmente meno in epoca imperiale, dove la gioielleria conobbe una vera e propria età dell’oro, non solo metaforica, con l’intensificarsi degli scambi commerciali con l’Oriente e il Nord Europa, che fecero aumentare soprattutto l’import di gemme, smeraldi, zaffiri, rubini (di cui l’India era già grande esportatrice), e pietre dure. Per le notevoli difficoltà di lavorazione, i diamanti non ‘bucarono’ mai.

Il cliente percepisce il valore dell’opera; dietro a una creazione non vede solo un oggetto prezioso, ma anche tempo, ricerca, maestria artigiana, creatività e la storia che lo hanno reso possibile. L’unione di tutti questi elementi rende un gioiello assoluto nel tempo

Lucia Silvestri, © Antonio Barrella

Lucia Silvestri

Gems Buying Director di Bvlgari

Capitolo a parte: le perle. Ebbero per l’intera epoca romana un fascino che le gemme nemmeno sfioravano. Provenienti dalla Britannia, dal Mar Rosso o dall’Oceano Indiano, furono spesso al centro dell’attenzione. È il caso di Cleopatra e Marco Antonio, e di due perle dal valore complessivo di 10 milioni di sesterzi, o di Cesare che donò a Servilia, sua amante favorita e per ironia della sorte madre di Bruto, un’unica perla straordinariamente grande e nera, da 6 milioni di sesterzi, oggi oltre 1 miliardo di dollari.

L’arte orafa che progressivamente in epoca imperiale accolse le pietre, riconoscendogli un ruolo di primo piano, non aveva nulla da invidiare ai secoli successivi, alla tecnica a cloisonné opponeva filigrana, niellatura granulazione, incisione e intaglio, cameo e cesello oltre a molte forme di fusione ancora oggi in uso. Tipiche le forme zoomorfe, con l’intramontabile serpente quale indiscusso protagonista che cavalca la tradizione romana, e che ha poi trovato anche nella contemporaneità un degno erede che ne raccogliesse il prezioso scettro.

I grandi protagonisti
Fonte: DIamonds Research 2025.

Spingendosi sui più alti segmenti del mercato, tutto cambia, dalle logiche ai linguaggi, ed è lì che ha davvero senso parlare di arte orafa. Ma come nasce una collezione? «Una creazione è una vera e propria opera d’arte. Quando lavoro a una collezione, il mio obiettivo è in primis quello di rispettare gli altissimi standard di eccellenza della nostra Maison. Si tratta di spingere sempre un po’ più oltre i limiti della creatività, della maestria artigiana e della ricerca di gemme uniche. La mia creatività si nutre di queste sfide, cerco di sorprendere, introducendo design inaspettati, accostamenti cromatici audaci, nuove proporzioni o tecniche particolarmente complesse. È questa continua tensione verso l’innovazione che contribuisce in misura decisiva a creare pezzi che assumono negli anni anche un importante valore collezionistico. Tutto nasce dall’emozione, dalla bellezza e dal desiderio di creare qualcosa che possa durare nel tempo, essere tramandato, custodito e continuare a emozionare», riflette Lucia Silvestri, Jewelry Creative and Gems Buying Director di Bvlgari.

Sono molti gli step che consentono di raggiungere determinati standard di perfezione. Ma quali sono le fasi più delicate? «Tutto inizia dalla ricerca e dalla selezione delle pietre, che rappresentano sempre il cuore della creazione. È un processo complesso, che richiede tempo, esperienza, relazioni costruite negli anni, e una profonda conoscenza del mercato internazionale delle gemme. A Roma, osservo le pietre, le abbino, ‘gioco’ con colori e abbinamenti, ed è a quel punto che coinvolgo i designer e inizia il dialogo. Il mio ruolo è analogo a quello di un direttore d’orchestra: ogni persona apporta la propria nota, e insieme costruiamo l’armonia. Il progetto passa poi al laboratorio, dove il confronto continua, ma con gli artigiani, che da bidimensionale fanno nascere una creazione tridimensionale, indossabile e perfettamente equilibrata, grazie a infinite prove, passaggi, modifiche… È questa dimensione collettiva, e il dialogo costante tra creatività e savoir-faire che rendono ogni pezzo unico davvero speciale, capace di emozionare», conclude Lucia Silvestri.