Le pene di Diocleziano
Trasmettere, trasferire e tramandare. Tre concetti tra loro diversi, pur condividendo diverse analogie non solo etimologiche e semantiche, ma tali da renderli quasi perfetti sinonimi. Quasi. Del resto a cambiare è l’oggetto del contendere, quel ‘qualcosa’ che giustifica l’atto; quella ‘potenza’ di Aristotele. A essere trasmesso è solitamente un messaggio, di qualunque natura; l’attenzione ricade dunque sul canale, strumentale alla sua corretta trasmissione. A essere trasferito è invece un oggetto, intorno al quale ruota un microcosmo di quanto necessario a renderne possibile la movimentazione in sicurezza. Il ‘tramandare’ è invece tutta un’altra storia, ben più impegnativa ed esponenzialmente complessa: un macrocosmo di idee, valori, tradizioni, e ‘oggetti’ spesso di iconica declinazione.
Con la morte di Carino, e l’ascesa al soglio imperiale di Diocle, noto alla storia come Gaio Aurelio Valerio Diocleziano, nel 285 si chiuse quella caotica fase definita Anarchia militare che aveva attanagliato l’Impero, portandolo a un soffio dalla dissoluzione, sin dalla morte di Alessandro Severo nel 235, scandita dal succedersi di 20 imperatori ‘legittimi’, e circa 40 usurpatori. È sulla base di tali premesse che fu eletto imperatore il 37enne generale vittorioso Diocleziano, che nominò nell’arco di pochi mesi il proprio vice, il commilitone Massimiano.
La situazione era certo delle più complesse: Elpidio Achille seminava scontento ad Alessandria; l’Egitto era minacciato dall’invasione dei Blemmi; i Bavari razziavano la Numidia; Sarmati e Germani valicavano a giorni alterni il Danubio, mentre i Franchi il Reno; orde di pirati sassoni e Bagaudi saccheggiavano in libertà la Gallia. Comprensibile dunque, a fronte dei rischi, la decisione di nominare un vice, e di regolare sin da subito un complesso meccanismo che avrebbe dovuto garantire la successione, definito tetrarchia: il governo dei quattro.
All’interno del disegno erano previsti due Augusti, Diocleziano in Oriente e Massimiano in Occidente, le cui capitali erano Nicomedia (Turchia) e Milano, che nominarono i due Cesari, Galerio in Oriente e Cloro (poi padre di Costantino) in Occidente, le cui vice-capitali erano Sirmio (Serbia) e Treviri. Tutte città prossime alle frontiere, da cui sarebbe stato più semplice coordinarne le difese, che non Roma. Nelle intenzioni, alla morte dell’Augusto, sarebbe succeduto il rispettivo Cesare, che avrebbe a sua volta nominato un nuovo Cesare, garantendo prevedibilità e stabilità nelle delicate fasi della successione. È meglio prevenire che curare: Cloro sposò la figlia di Massimiano, Galerio quella di Diocleziano.
Chiuso il capitolo successione, e risolte le più immediate minacce, l’attenzione dell’Augusto si spostò rapidamente alle riforme necessarie a stabilizzare i due traballanti imperi. Fu profondamente rivisto l’ordinamento provinciale, separando potere civile e militare; il numero delle province aumentò da 57 a 96, raggruppandole in diocesi. Reclutò nuovi corpi pretoriani, aumentando gli effettivi dell’esercito da 350mila a mezzo milione di uomini. Rinnovò il catasto, e il sistema fiscale, iniziando a riscuotere le tasse anche in Italia, esente da sempre. Nel tentativo di frenare l’iper inflazione ereditata coniò nuove monete, aureus e argenteus, e nel 301 introdusse l’Editto dei prezzi.
Avviata una delle più violente persecuzioni per sradicare il cristianesimo, i due imperatori abdicarono ‘volontariamente’ nel 305 (primo e unico caso), nominando Augusti i loro vice, e scegliendo i due nuovi Cesari. Dunque, tutto a posto? Morì nel 313 a Spalato, non prima però di avere assistito al rapido collasso del suo complesso meccanismo successorio.
Neanche la lotta all’inflazione fu un successo, l’editto venne rapidamente sospeso, ma nel complesso sarebbe ingeneroso definire un fallimento quello di Diocleziano. Molte delle sue riforme gli sopravvissero, bloccò l’annunciata disgregazione dell’impero, gettò le fondamenta per i molti successi che negli anni successivi inanellò Costantino il grande, imperatore (unico, senza vice), che regnò dal 306 al 337 a Costantinopoli, la nuova capitale (caduta nel 1453), riportando l’impero ai suoi fasti, almeno in apparenza.
Ma cosa era andato storto? Il modello era imposto e non condiviso, se il messaggio era stato trasmesso, e lo scettro trasferito, l’impero non era stato tramandato.


