TM    Aprile 2026

Repressione finanziaria

La gestione di un debito pubblico ingente sarebbe una delle attività più costose in termini sociali e politici, dunque si è soliti evitare di parlarne, o di adottare correttivi espliciti. Nel corso dei secoli sono stati sviluppati meccanismi molto più sottili, ma altrettanto efficaci per farlo, che in gergo si definiscono ‘repressione finanziaria’. Lo Stato lascia che siano altri a intervenire per suo conto, drenando risorse dal sistema e dai risparmiatori, pareggiando i conti. La differenza? Come ‘vestire’ sempre la stessa ricetta: inflazione e tasse.

Intervengono: Elena Guglielmin, Cio di Ubs Wealth Management; Donatella Principe, Director Market and Distribution Strategy di Fidelity International; Jérôme Legras, Managing Partner e Head of Research di Axiom Ai; Gian Marco Salcioli, Strategist di Assiom Forex; Raffaele Fink, Portfolio Manager di Wmm Gestioni Patrimoniali; Vladimir Gorshkov, Macro Policy Strategist di State Street Investment Management; Sergio Rossi, Professore ordinario di macroeconomia all’Università di Friburgo; Thomas Wille, Lecturer della University of Zurich of Applied Sciences.

di Federico Introzzi

Responsabile editoriale Ticino Management

A Roma

Tra tante urgenze, e crescenti necessità, fronteggiando un’ampia gamma di emergenze, gli ultimi anni si sono dimostrati impegnativi per tutti, da un punto di vista economico, finanziario e sociale. Più di altri, a essere stato coinvolto nella loro gestione, pur con diverse intensità, è lo Stato e più in generale le istituzioni, che se da un lato hanno maturato un importante bagaglio di esperienze, dall’altro ne sono anche uscite molto appesantite in termini finanziari.

Sino a prima dell’emergenza pandemica le grandi sfide delle economie avanzate erano: demografia, dunque sanità e previdenza; clima e transizione ecologica; istruzione e finanza pubblica per qualche Paese mediterraneo. La Cina correva, e la geopolitica non spaventava. Pochi anni più tardi, si parla ancora di energia, ma ricorrentemente del come procurarsela; di sanità ma perché c’è stata una pandemia; di finanza pubblica, ma in quasi tutti i Paesi; di Washington, Pechino e tensioni geopolitiche che allarmano; con Ai e Difesa al centro del dibattito.

Se le pressioni su come e quanto lo Stato dovrebbe occuparsi di tutti questi problemi, in aggiunta ai precedenti, non accennano a diminuire, anzi, aumenta anche l’urgenza di trovare risposte e soluzioni circa le fonti di finanziamento. Lo spazio fiscale non sembra più infinito, i margini per aumentare l’imposizione non troppo generosi, e i bilanci delle Banche Centrali non così scarichi… dunque? Ecco giungere in soccorso la Storia.

In passato, la soluzione più immediata e facile era ‘stampare moneta’, emetterne di più, ma di minore valore. Se a determinarlo era il contenuto di metallo prezioso, ossia il ‘titolo’, era sufficiente diluire oro o argento con leghe metalliche molto meno preziose, a parità di valore nominale, almeno nell’immediato. Emblematici diversi secoli di storia del denario romano.

È al 211 a.C. che risale la prima emissione del denario d’argento (termine da cui deriva ‘denaro’), dunque gli anni tormentati della II Guerra Punica, e di Annibale in Italia, che da quel momento rimase l’unità di conto del mondo romano per i successivi cinque secoli. Inizialmente constava di 4,55 g. di argento quasi puro, ossia con un titolo del 95%, e un valore nominale di 10 assi. A parità di purezza dell’argento, intorno al 142 a.C. il peso fu limato a 3,9 g. e un valore di 16 assi. Tali equilibri sopravvissero alle riforme monetarie di Augusto, e rimasero invariati sino al 64 d.C. quando Nerone ne portò il peso a 3,4 g., pur conservandone la purezza al 90%. Un secolo più tardi, da Marco Aurelio il peso fu portato a 2,36 g. di cui il 75% d’argento, mentre con Settimio Severo, dunque a cavallo tra II e III secolo, arrivò a pesare solo 1,7 g. il cui 50% era ancora metallo prezioso. Intorno al 250 d.C. spirò infine, tagliando l’infausto traguardo di 0,17 g. e dello 0,5% d’argento rimasto. Ma i prezzi?

Ai tempi di Augusto un centurione percepiva circa un denario al giorno, con diversi altri benefit in natura; ancora nel I secolo con 1 asse si portavano a casa 542 g. di grano, un quarto di vino, o mezzo kg. di pane. Un semplice legionario, invece, con Augusto riceveva 225 denarii annui, e con Domiziano, un secolo dopo, circa 300; erano invece 500 quelli distribuiti ai legionari di Settimio Severo, e 750 a quelli di suo figlio, Caracalla.

Molto più stabile era invece la monetazione in oro, il cui valore aveva tenuto abbastanza sino alla fine del II secolo; per quanto il metallo giallo non fosse parte della quotidianità delle persone, ma legato a scambi internazionali, o trattative immobiliari importanti, ambito in cui aveva un ruolo determinante la moneta scritturale, tipica di un ambiente finanziariamente molto evoluto.

Dunque perché questi ‘giochi’ d’argento? Era un modo, più semplice di altri, di far quadrare i conti di un impero ormai grande e non più in espansione, con centinaia di migliaia di stipendi da pagare (non solo soldati, ma funzionari), e opere pubbliche da mantenere, distribuite in tre continenti. Era semplicemente un’antesignana forma di repressione finanziaria, simile a quella europea pre-2019, mista a inevitabile inflazione, poi scappata di mano, nonostante le buone intenzioni.