TM   Maggio 2025

Se mi chiamassi Berlusconi?

Il cambio di nome in Svizzera non può essere autorizzato solo per facilitare un avanzamento sociale o economico (grazie alle virtù dell’“effetto halo”). L’Opinone di Fabio Nicoli, avvocato e notaio, partner studio legale Barchi Nicoli Trisconi Gianini, Lugano.

di Fabio Nicoli

Avvocato e notaio, partner studio legale Barchi Nicoli Trisconi Gianini, Lugano

Immaginate, come è successo a me, di accendere la radio e sentire il signor Berlusconi dare le previsioni del tempo. Sicuramente la vostra attenzione si accenderebbe e le informazioni sui movimenti dell’anticiclone delle Azzorre assumerebbero un suono particolare. Nel mondo della percezione pubblica, il cognome che si porta può essere più potente di un diploma, di un curriculum e perfino di un dottorato in climatologia. E il nostro meteorologo Daniele Berlusconi è probabilmente partito nella sua carriera con una interessante nuvola di attenzione tutta intorno, che non avrebbe avuto se si fosse chiamato Bernasconi o Rossi.

È il meraviglioso effetto halo (in italiano alone): il meccanismo mentale per cui un solo elemento – come un cognome famoso – fa brillare tutto il resto, anche se non ha nulla a che vedere. Se ti chiami Berlusconi, con ogni probabilità gran parte della gente automaticamente ti vedrà inizialmente carismatico, intraprendente e potenzialmente di successo. Questo effetto psicologico è spesso potente ed efficace nelle fasi iniziali di una carriera e può giocare (più o meno inconsapevolmente) un ruolo nelle assunzioni e, più in generale, nei rapporti sociali e anche in quelli d’affari.

Per citare un esempio internazionale, Ivanka Trump, dopo un esordio da modella, è diventata una figura pubblica di successo nel mondo della moda e del business, con un suo brand, anche sicuramente grazie al suo cognome che, evocando il potere economico e mediatico, ha creato attorno a lei un’aura di competenza imprenditoriale e di autorità.

Attenzione però: l’effetto halo può anche funzionare al contrario. Chi disapprova Donald Trump può giudicare Ivanka negativamente, anche senza conoscerla e senza particolari motivi. Questo si chiama effetto horn (corno), cioè l’opposto dell’effetto halo, che ha ad esempio condotto il colosso Intel, che aveva acquisito McAfee, dopo vari scandali legati al fondatore della celebre azienda antivirus, a rimuoverne il nome per proteggere la reputazione del prodotto informatico, ribattezzandolo Intel security.

Questi più o meno inconsci condizionamenti determinati da un nome possono spingere le persone a richiedere di cambiare il proprio, pratica più diffusa di quanto si possa pensare: solo in Ticino circa 140 persone ogni anno chiedono ufficialmente di modificare il proprio nome o cognome per le ragioni più diverse. A volte perché troppo esotico o difficile da pronunciare, altre ancora per cercare maggiore integrazione o per consolidare rapporti familiari.

Così una giovane zurighese che nel 2022 richiese di acquisire il cognome del padre, che si era lasciato con la madre quando la bambina aveva solo due anni per trasferirsi in Serbia. Le ragioni addotte erano che il cambio di nome avrebbe rafforzato ulteriormente il suo rapporto personale con il padre, la sua famiglia in Serbia e le sue origini. Inoltre, visto che quello del padre era un cognome di alto livello sociale in Serbia, il suo uso avrebbe facilitato l’avanzamento economico e sociale della richiedente, in particolare in patria, dove avrebbe voluto trasferirsi. Il cambio di nome avrebbe così favorito il suo ulteriore sviluppo personale e aumentato la sua autostima e la fiducia in sé stessa. Per contro, l’uso del cognome attuale avrebbe condotto a svantaggi, soprattutto in Serbia. Con una recente sentenza (Dtf 5A_126/2024) il Tribunale federale ha negato alla richiedente la possibilità di questo cambio di nome, sottolineando come, né singolarmente né nel loro complesso, i motivi addotti giustificavano un cambio di nome ai sensi dell’art. 30 cpv. 1 del codice civile svizzero, che richiede l’esistenza di “motivi degni di rispetto”. Nella sentenza si legge che l’asserita elevata posizione sociale del cognome del padre non costituisce da sé una ragione sufficiente per cambiare il nome. E neppure il fatto che la ragazza stesse prendendo piede tra i social quale influencer utilizzando il cognome paterno accanto al suo. Il tribunale le ha imputato di non avere neppure saputo spiegare e dimostrare come l’uso di un cognome illustre l’avrebbe in concreto facilitata nel proprio sviluppo economico, sociale e di altro tipo. Un’opinione contraria comprometterebbe la funzione di identificazione e il principio dell’immutabilità del nome. Determinante per l’Alta corte è quindi stato il fatto che la richiedente aveva trascorso tutta l’infanzia e la gioventù con la mamma e in Svizzera.

La giovane influencer dovrà quindi farsene una ragione. In questo esercizio le servirà forse ricordare che l’effetto halo è probabilmente una scorciatoia, ma non un garanzia di qualità e di successo. Un nome non può sostituire la sostanza e può anzi generare eccessive aspettative positive. Così, se delle previsioni sbagliate del nostro meteorologo Berlusconi ci rovinassero la grigliata estiva, la nostra irritazione nei suoi confronti rischierebbe di essere ancora maggiore.

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