Il recente caso di cronaca giudiziaria scoppiato a Roveredo, nel Moesano, in cui 6 mafiosi muniti di permesso di residenza sono stati arrestati in procedimenti internazionali per traffico di stupefacenti e riciclaggio di denaro, ha riproposto con forza una vulnerabilità ben nota agli addetti ai lavori. La regione grigionese, apparentemente periferica e idilliaca, occupa in realtà una posizione strategica tra la lontana Coira e la vicina Bellinzona. Una frattura amministrativa che la criminalità organizzata sa sfruttare con grande efficacia.
Il dissidio latente tra le prassi di controllo del Cantone Ticino e quelle dei Grigioni, e più in generale di Berna, evidenzia un’asimmetria procedurale che favorisce le molte organizzazioni criminali ormai notoriamente presenti in Svizzera.
Non si tratta più di una mera questione intercantonale, bensì ormai nazionale.
La prima linea di difesa. In questo delicato scenario, il settore degli intermediari finanziari si è verosimilmente confermato, anche nel caso moesano, prima solida linea di difesa del sistema elvetico di contrasto alla criminalità. L’elevato standing regolamentare della Piazza finanziaria sta vieppiù sviluppando una mappatura capillare del substrato economico e dei flussi di capitale, intercettando e segnalando schemi transazionali anomali, permettendo in tal modo alle autorità inquirenti di intervenire prontamente.
L’esperienza del Moesano dimostra che il solo presidio finanziario non è sufficiente. Consentire alle reti criminali di ottenere titoli di soggiorno significa consegnare loro una chiave d’accesso al sistema legale svizzero
I dati ufficiali dell’Ufficio di comunicazione in materia di riciclaggio di denaro (Mros) parlano chiaro: nel 2025 l’ufficio ha ricevuto complessivamente 21.087 comunicazioni di sospetto dagli intermediari finanziari. Rispetto al 2024 (15.141) si tratta di un incremento del 39,3%.
Tra limiti e princìpi. Il controllo dei flussi finanziari, per quanto stringente, interviene tuttavia ex post, ovvero quando il ‘personale’ malavitoso e le relative strutture societarie hanno già fatto il loro ingresso nel circuito legale e quindi il radicamento territoriale è già avvenuto, come visto a Roveredo.
Le infiltrazioni mafiose non possono quindi essere contrastate unicamente davanti a uno schermo bancario; esse richiedono un presidio costante ex ante del territorio anche sul piano amministrativo.
Il primo atto di una difesa preventiva risiede nelle procedure di rilascio dei permessi di soggiorno.
In questo ambito trova piena giustificazione normativa il cosiddetto principio della proporzionalità. Secondo tale concetto giuridico, le verifiche amministrative si sviluppano per gradi successivi di approfondimento: qualora i primi riscontri ordinari evidenzino elementi di opacità o incongruenze nel profilo del richiedente, lo spettro investigativo si amplia attraverso l’attivazione di strumenti di controllo via via più incisivi, sino alla richiesta di attestazioni formali sulle eventuali procedure penali o ispezioni.
Questo metodo progressivo garantisce di principio la conformità delle verifiche ai dettami dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone (Alcp) tra Svizzera e Unione Europea, legittimando nel contempo misure istruttorie più invasive laddove sussista un effettivo e comprovato indice di rischio per l’ordine e la sicurezza pubblica, come nel caso delle cosche.
Quantomeno tale metodo non pare sia stato adottato nel caso di Roveredo, laddove, una breve analisi di fonti aperte (Osint) prima del rilascio del permesso avrebbe consentito di individuare connessioni malavitose.
Il modello Ticino e la realtà dell’infiltrazione mafiosa. A fronte di un pericolo concreto crescente, il Cantone Ticino dimostra innegabilmente consapevolezza della grave minaccia, adottando misure rafforzate straordinarie, quali la richiesta sistematica dell’estratto del casellario giudiziale, dell’attestazione dei carichi pendenti e l’analisi delle ricerche Osint.
La gravità dell’infiltrazione mafiosa emerge con estrema chiarezza anche dai rapporti di attività Mros, che evidenziano come l’azione delle mafie in Svizzera non si limiti al riciclaggio, ma comprenda traffico di armi e stupefacenti, estorsioni, tratta di esseri umani e bancarotte.
L’infiltrazione, sempre stando ad Mros, contamina progressivamente l’economia reale: immobiliare, edilizia, gastronomia, fiduciari o studi legali. Come rilevato dall’ufficio, all’infiltrazione tramite bassi profili segue sistematicamente il tentativo di influenzare i meccanismi di mercato e i processi decisionali.
L’obiettivo finale è, altrimenti detto, l’accesso alle stanze dei bottoni di politica ed economia. Tergiversare oltre a livello nazionale sarebbe un errore fatale.
In tal senso il Consiglio federale ha iniziato a muovere qualche primo timido passo, pur respingendo la proposta di richiedere su base sistematica a livello federale un estratto del casellario giudiziario, come avviene invece in Ticino, ha proposto la celere adesione della Svizzera al sistema europeo di condivisione agevolata delle informazioni penali (Ecris).
Pur adducendo discutibili motivazioni, l’aumento del carico amministrativo nel disbrigo delle pratiche, la mossa è un chiaro indicatore di come la questione dei ‘permessi’ stia velocemente, e finalmente, scalando la lista delle priorità.
Blindare la porta d’accesso. L’esperienza del Moesano dimostra che il solo presidio finanziario non è sufficiente. Consentire alle reti criminali di ottenere titoli di soggiorno significa consegnare loro una chiave d’accesso al sistema legale svizzero.
Come recentemente sottolineato anche da fedpol, i permessi di soggiorno rivestono un’importanza strategica per le cosche, poiché formalizzano il passaggio dall’illegalità alla legalità, consentendo il riciclaggio pulito dei proventi illeciti.
De facto si riporta, rilasciati tali permessi, la responsabilità (anche penale!) dei primi controlli in capo ai soli intermediari finanziari, che non dispongono per altro di registri ufficiali come le autorità.
Gli istituti finanziari hanno, infatti, l’obbligo di una costante sorveglianza delle relazioni e delle transazioni e di implementare tutte le misure antiriciclaggio necessarie; in caso contrario, l’istituto rischia una multa fino a 5 milioni di franchi. A livello di personale, la carente diligenza in operazioni finanziarie può comportare sino alla pena detentiva di un anno, mentre se i valori patrimoniali sono di origine criminale, la passività ‘cosciente’ del collaboratore potrebbe finanche costituire reato di riciclaggio di denaro per omissione, punibile con una pena detentiva fino a cinque anni o pena pecuniaria.
Al contrario di questo severo regime per il settore finanziario, i funzionari pubblici che concedono permessi di residenza senza predisporre ed effettuare alcun controllo, non corrono, di massima, alcun rischio sanzionatorio penale diretto per la loro passività o negligenza.
Fatto salvo laddove sia dimostrabile una loro complicità verso organizzazioni mafiose o criminali, o favoreggiamento o corruzione passiva. Una disparità di trattamento che non è più ammissibile.
È pertanto indispensabile che pure le autorità migratorie svizzere si dotino di strumenti normativi e operativi moderni, in grado di attuare un filtro ex ante efficace, supportato da organi di polizia e altre autorità competenti se necessario.
La lotta alle mafie non si vince solo nei database bancari, ma anche sul territorio, prima che l’infiltrazione criminale si trasformi in normalità sociale ed economica.
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