Sono ormai molti anni che scrivo in queste pagine, dedicando ampio spazio all’energia: rinnovabili moderne, nucleare da fissione e fusione, transizione ecologica. Paradossalmente, pochissimo ne è stato dedicato alla più antica di tutte, l’energia idroelettrica. E dire che mi sono laureato in ingegneria elettrotecnica proprio quando l’idroelettrico dominava la scena, in Italia e nel mondo. Ricordo ancora le parole del professore di Centrali, rivolte a noi studentelli del quarto anno: «Il vostro compito sarà progettare impianti che facciano costare sempre meno il chilowattora, perché l’energia elettrica entra in quasi ogni attività umana». All’epoca il costo alla fonte era di poche lire; sembra passato un secolo.
A riportarmi ‘sui banchi di scuola’ non è stato un convegno o un documento tecnico, ma mia nipote Giulia, la settima di dieci. Un giorno mi chiede: «Nonno, devo fare un tema sulle energie. Ho scelto l’idroelettrico: mi aiuti?».
In un mondo che parla solo di solare, eolico e nucleare, la sua scelta ha risvegliato in me una passione antica. Ho riaperto i miei vecchi appunti, consultato gli ultimi documenti del settore e, mentre preparavo per lei qualche spiegazione utile, ho capito che era il momento di tornare a scrivere anche per i miei lettori.
L’idroelettrico elvetico, forte delle sua unicità, ossia la geografia alpina e i bacini di pompaggio, si prepara a diventare in qualche decennio la più grande, e sicuramente più importante, batteria d’Europa, capace in prospettiva di offrire fino a diversi Twh annui di energia modulabile e di accumulo, un pilastro silenzioso ma decisivo della rete continentale di domani»
Premessa. Dovendo trattare l’idroelettrico nel tempo come componente delle rinnovabili occorre capire da quando si è guadagnato la medaglietta di ‘rinnovabile’ e perché questo complica l’analisi.
L’energia idroelettrica è considerata rinnovabile fin dagli anni Settanta, con le prime classificazioni internazionali. La sua inclusione formale nei bilanci energetici europei come fonte rinnovabile avviene con la Direttiva Res del 2001 e Direttiva 2009/28/Ce.
Questo crea un problema enorme: l’idroelettrico è una fonte storica, già dominante da decenni, ma nel discorso pubblico, e troppo spesso anche in quello politico, la parola ‘rinnovabili’ viene usata come se significasse soltanto solare ed eolico. Questo distorce la lettura dei dati: la categoria delle rinnovabili appare gonfiata da una tecnologia che era già pienamente sviluppata e che nulla ha a che vedere con la crescita recente delle nuove fonti.
Il boom post bellico. Nel secondo dopoguerra l’idroelettrico rappresentava la spina dorsale della produzione elettrica mondiale. Tra i Cinquanta e i Sessanta, la capacità installata era tra i 70-80 Gw, concentrata soprattutto in Nord America ed Europa (in Italia oltre il 70% nel ‘50).
Con la crescita industriale e la necessità di fonti stabili e programmabili, nei Settanta si superò i 150 Gw, mentre la produzione annuale si avvicinava ai 1.000 Twh: era la prima rinnovabile globale, prima che la categoria fosse formalizzata.
Tra gli anni ’80 e 2000 l’espansione si sposta fuori dall’Occidente: Brasile, Canada, Russia, India e soprattutto Cina avviano programmi di costruzione massicci. La capacità globale passa da circa 350 Gw nel 1990 a oltre 650 nel 2005, con una produzione che superava i 2.500 Twh. È in questi anni che l’idroelettrico diventa la principale infrastruttura energetica della galassia dei Paesi emergenti.
Il salto più grande avviene però negli anni 2000 ‑ 2020, trainato dalla Cina, che da sola installa oltre 300 Gw, culminando con la diga delle Tre Gole (22,5 Gw), il più grande impianto idroelettrico del mondo. Oggi la capacità idroelettrica globale supera i 1.300 Gw, con una produzione annua nell’ordine dei 4.300 – 4.500 Twh, pari a circa il 15–17% dell’elettricità mondiale e oltre il 50% di tutta la produzione da fonti rinnovabili.
Nonostante questi numeri imponenti, la crescita attuale è più lenta: i nuovi progetti richiedono investimenti elevati e valutazioni ambientali complesse, ma l’idroelettrico resta la più grande fonte rinnovabile programmabile, essenziale per la stabilità delle reti.
Dal dopoguerra a oggi l’idroelettrico è passato da poche decine di gigawatt a oltre un terawatt (mille gigawatt) e solo separandolo dalle altre rinnovabili è possibile leggere correttamente questa traiettoria storica e comprendere il suo ruolo reale nella transizione energetica.
In Italia. Era uno dei Paesi più idroelettrici al mondo. Nel 1950 la capacità installata era nell’ordine dei 3,5-4 Gw, con una produzione che superava i 20 Twh, pari a oltre il 70% dell’elettricità nazionale. Le grandi dighe alpine e prealpine costituivano la spina dorsale del sistema elettrico italiano.
Tra i Cinquanta e i Settanta, l’idroelettrico cresce fino a circa 10 Gw di potenza installata e 45–50 Twh di produzione.
Negli Ottanta e Novanta la produzione resta stabile (tra 40 e 50 Twh), mentre la quota percentuale cala per l’ingresso massiccio delle centrali termoelettriche. Dal 2000 in poi, con la liberalizzazione del mercato e l’arrivo delle rinnovabili moderne, l’idroelettrico rimane la prima rinnovabile e la potenza installata si stabilizza intorno ai 18–19 Gw.
Oggi l’idroelettrico italiano produce mediamente 45–50 Twh/anno, pari a circa il 15–18% dell’elettricità nazionale e a oltre il 35% delle rinnovabili, preziosa per la regolazione della rete e soprattutto per la capacità di modulazione.
In Svizzera. È uno dei Paesi più idroelettrici al mondo in rapporto alla popolazione e alla superficie. Nel dopoguerra disponeva di circa 2 Gw di potenza idroelettrica, concentrata nei grandi bacini alpini. Negli anni Cinquanta e Sessanta, la capacità installata cresce fino a 6–7 Gw, con una produzione che supera i 20 Twh, ossia l’80% del fabbisogno elettrico.
Tra i Settanta e i Novanta la Svizzera completa la maggior parte delle sue grandi opere idrauliche, portando la potenza a 8–8,5 Gw. La produzione si stabilizza tra 32 e 36 Twh, variabile in base alle precipitazioni. L’ingresso del nucleare negli Ottanta riduce la quota dell’idroelettrico, ma non il suo ruolo strategico: resta la principale fonte rinnovabile e il pilastro della regolazione della rete.
Dal 2000 in poi la crescita è minima: la potenza installata sale lentamente verso i 9 Gw, grazie a potenziamenti e ottimizzazioni, mentre la produzione resta nell’intervallo 35–38 Twh. Oggi copre circa il 55–60% del fabbisogno di elettricità nazionale e rappresenta la risorsa chiave per la stabilità del sistema, soprattutto per la capacità di pompaggio‑turbinaggio, in cui la Svizzera è leader mondiale.
E dunque? Dalla ricostruzione del dopoguerra alla transizione energetica di oggi, l’idroelettrico resta il filo d’acqua che unisce il mondo, l’Italia e la Svizzera, una tecnologia antica che continua a sostenere il presente e a illuminare il futuro.
In questo scenario, l’idroelettrico elvetico, forte delle sua unicità, ossia la geografia alpina e i bacini di pompaggio, si prepara a diventare in qualche decennio la più grande, e sicuramente più importante, batteria d’Europa, capace in prospettiva di offrire fino a diversi Twh annui di energia modulabile e di accumulo, un pilastro silenzioso ma decisivo della rete continentale di domani.
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