TM    Giugno/Luglio 2026

E l’umana intelligenza?

Di intelligenza artificiale molti parlano, ma in pochi ricordano e ancora meno riflettono. Rifuggendo ogni sensazionalismo, si dovrebbe invece partire dal definire l’intelligenza naturale. L’Opinione di Ettore Accenti, esperto di tecnologia.

Ettore Accenti

di Ettore Accenti

Esperto di tecnologia

Da autore, imprenditore tecnologico e utilizzatore dell’intelligenza artificiale, seguo questo tema da diversi decenni e osservo con sorpresa il modo in cui oggi il dibattito pubblico sull’Ai venga spesso presentato come se fosse nato improvvisamente con ChatGpt. Si ripetono domande apparentemente nuove: l’Ai supererà l’uomo? Distruggerà il lavoro? Ha una coscienza? Deve essere regolamentata? ecc. Sono domande legittime, ma di molte si discute da decenni.

L’espressione “artificial intelligence” nasce formalmente nel 1956 al Dartmouth College, quando un gruppo di scienziati si riunì per discutere la possibilità che molti aspetti dell’intelligenza potessero essere descritti con precisione sufficiente da essere simulati da una macchina. Tra i protagonisti vi furono nomi famosi nell’informatica come John McCarthy, Marvin Minsky, Nathaniel Rochester, Claude Shannon, Allen Newell, Herbert Simon e Arthur Samuel.

Rileggendo quei documenti colpisce l’audacia delle previsioni che anticipavano come in pochi decenni i computer avrebbero potuto raggiungere, e forse superare, molte capacità dell’intelligenza umana. Allora si parlava di macchine enormi, primitive e a valvole, infinitamente meno potenti di uno smartphone odierno, eppure già allora si discuteva di apprendimento, linguaggio, ragionamento, gioco, traduzione automatica e simulazione del pensiero.

Sono passati quasi settant’anni, i computer sono diventati miliardi di volte più potenti e nonostante oggi si disponga di reti neurali, cloud computing, Gpu, supercomputer, big data e sistemi generativi, ma una cosa fondamentale non è ancora accaduta: non abbiamo chiarito davvero che cosa sia l’intelligenza umana.

Si parla di Ai “più intelligente dell’uomo”, ma raramente si definisce cosa si intenda per intelligenza. Se parliamo di calcolo, memoria o riconoscimento statistico, le macchine hanno già superato da tempo l’uomo in molti campi. Ma l’intelligenza umana è solo questo? Oppure include coscienza, intenzionalità, giudizio morale, esperienza vissuta, libero arbitrio, creatività autentica e capacità di dare senso al mondo?

Si discute su domande come fossero nuove senza sapere che sono già state poste molte volte nel passato. Nel 2006, cinquant’anni dopo Dartmouth, la conferenza “AI@50, The Dartmouth Artificial Intelligence Conference: The Next Fifty Years” rifletteva proprio sui problemi aperti dell’Ai, come apprendimento, linguaggio, coscienza, autonomia, limiti dei modelli, rapporto tra simboli e dati, relazione tra intelligenza artificiale e intelligenza umana. Oggi molti politici, commentatori e manager trattano questi argomenti come fossero nuovi, mentre dovrebbero sapere che il progresso tecnologico non deve cancellare la memoria storica ma, caso mai, renderla più attuale aggiornandola, non reinventandosi la storia stessa.

Incredibile è poi che nella richiesta di una normativa alcuni vedano un freno all’innovazione, mentre altri invocano divieti generici e seminano panico morale. Entrambe le posizioni sono semplicemente ingenue. Ogni tecnologia importante viene regolamentata: aerei, farmaci, automobili, banche, telecomunicazioni, dispositivi medici, … perché mai l’intelligenza artificiale dovrebbe fare eccezione? Regolamentare però, non significa bloccare, ma stabilire responsabilità, trasparenza, sicurezza, limiti d’uso e tutela dei cittadini. In poche parole il problema non è se regolamentare l’Ai, ma come regolamentarla senza ignoranza tecnica.

Attualmente e spesso si tratta l’Ai come una creatura autonoma affermando “l’Ai decide”, “l’Ai vuole”, “l’Ai ci sostituirà”. Ma l’intelligenza artificiale è costruita da uomini, addestrata su dati prodotti da uomini, gestita da aziende, finanziata da capitali, usata da governi e inserita in mercati. Quando un algoritmo discrimina o produce disinformazione, dietro ci sono scelte progettuali, dati, obiettivi, piattaforme e responsabilità umane e attribuirle alla macchina può diventare un modo comodo per assolvere gli uomini.

L’intelligenza artificiale non va pensata come fosse una magia, i modelli generativi sono impressionanti, ma sotto la loro apparenza non c’è un oracolo, ma matematica, statistica, calcolo distribuito, dati, reti neurali, ottimizzazione e hardware specializzato. L’Ai è una straordinaria evoluzione dell’informatica, non una manifestazione soprannaturale sorta per caso!

Temerla oggi per quanto farà nel futuro è ridicolo, significa trascurare il presente perdendo tempo a parlare di superintelligenza, coscienza artificiale e macchine fuori controllo da fantascienza! È molto meglio discutere dei rischi odierni, che sono quelli di sempre e che riguardano l’eccessiva concentrazione del potere tecnologico, la dipendenza dell’Ai da poche piattaforme, l’uso militare, la manipolazione dell’informazione, la sorveglianza, il plagio, l’opacità decisionale e, soprattutto, la perdita di competenze e uso irresponsabile nella scuola, nella medicina, nella giustizia e nel lavoro.

Va ricordato che ogni rivoluzione tecnologica è immancabilmente anche culturale e infatti l’Ai ci obbliga a chiederci che cosa siano lavoro, creatività, conoscenza, autorevolezza ed educazione. Se una macchina può scrivere un testo plausibile, generare immagini o assistere un medico, dobbiamo ridefinire il valore del pensiero umano, della competenza e della responsabilità in un ambiente in cui l’Ai opera e continuerà a operare ineluttabilmente.

La discussione sull’intelligenza artificiale avrebbe dunque bisogno di meno sensazionalismo e di più memoria storica. Dal 1956 a oggi l’Ai ha attraversato entusiasmi, fallimenti, rinascite, promesse, delusioni e successi reali. Non siamo davanti a un fulmine a ciel sereno, ma al naturale, potentissimo sviluppo dell’informatica, della matematica, dell’elettronica e della disponibilità globale di dati. Proprio perché l’intelligenza artificiale è importante, dobbiamo parlarne seriamente: non come moda, minaccia mitologica, bacchetta magica o giocattolo commerciale, ma come tecnologia storica, potente, umana, imperfetta, regolabile e responsabilizzante.

Il vero compito non è chiedersi ogni mattina se l’Ai salverà o distruggerà il mondo. Il compito vero è studiarla, comprenderla, usarla bene, regolamentarla con competenza e inserirla dentro un progetto umano, culturale, scientifico ed economico degno di questo nome. L’intelligenza artificiale, alla fine, ci obbliga a porre una domanda che non riguarda le macchine, ma riguarda noi: che cosa vogliamo fare della nostra intelligenza naturale?

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