TM    Marzo 2026

Regalarsi un Barbell

Pur trattandosi di una strategia tipicamente obbligazionaria, quale sarebbe il risultato se applicata a un portafoglio azionario? Non male per essere solo una simulazione! Un’analisi di Riccardo De Cenzo, Portfolio Manager di Bg Aequitum.

Riccardo De Cenzo

di Riccardo De Cenzo

Investment Manager di Bg Valeur

Archiviato un 2025 positivo per gli investitori, l’anno si è aperto con mercati forti ma sempre più fragili. La globalizzazione appare superata e l’economia mondiale entra in una fase segnata da frammentazione e tensioni geopolitiche. La volatilità recente dei titoli tecnologici e legati all’Ai, dopo forti afflussi nel 2025, ha riportato al centro l’importanza della diversificazione. In questo contesto è tornata popolare la strategia del barbell portfolio, cosiddetto portafoglio bilanciere, adottata da investitori e family office. Ispirata alla teoria di Nassim Nicholas Taleb, questa strategia nasce dall’idea che il vero rischio non sia la volatilità quotidiana, ma l’esposizione agli eventi rari. Per questo evita il posizionamento intermedio e punta su portafogli polarizzati, ‘iperconservativi e iperaggressivi’.

Originariamente sviluppato nel reddito fisso, questa strategia prevede investimenti concentrati agli estremi della curva dei rendimenti: obbligazioni a breve per liquidità e protezione, e obbligazioni a lungo per ottenere rendimenti più elevati.

Sebbene l’approccio Barbell sia stato ampiamente utilizzato negli anni dai gestori di portafogli obbligazionari globali, nel mondo azionario è stato, storicamente, molto meno applicato. In un barbell azionario, la componente difensiva include società leader, di grandi dimensioni, con bilanci solidi e flussi di cassa prevedibili: titoli ‘quality’ che tendono a mostrare maggiore resilienza durante le turbolenze.

Negli ultimi due anni e mezzo, applicando nella realtà questa strategia, costruendo un portafoglio composto da circa 40 titoli Growth americani, denominato ‘Crescita’, e da circa 50 titoli globali Value, denominato ‘Reddito’, emergono risultati molto interessanti rispetto al benchmark Msci World

La componente più aggressiva, invece, si concentra su aziende più volatili ma con un potenziale di crescita superiore nel lungo (ad esempio, Tech). Testando questo approccio, emerge che un portafoglio equiponderato che combini titoli statunitensi Large Cap Growth e Large Cap Value, ribilanciato annualmente, ha sovraperformato il mercato azionario americano lungo 54 anni di osservazioni. Non di poco: 10mila dollari investiti nel 1972 sarebbero diventati 3’411’521, contro 2’654’809 dell’indice; dunque 756mila in più, con volatilità inferiore.

Growth e Value non sono solo etichette stilistiche: rappresentano regimi di rendimento che si alternano nel tempo. I titoli Growth tendono a dominare nelle fasi di espansione guidata dall’innovazione (anni ’90, 2020–2024); i titoli Value, invece, prevalgono nelle fasi di rivalutazione ciclica e normalizzazione dei multipli (2000–2007, 2022). L’indice di mercato, essendo ponderato per capitalizzazione, finisce per ‘inseguire’ passivamente il vincitore di turno. L’ipotesi barbell è che un portafoglio 50% Growth + 50% Value, ribilanciato annualmente, sfrutti questa ciclicità: ogni anno vende la componente che ha sovraperformato per rafforzare quella rimasta indietro.

Tuttavia, è interessante osservare come la strategia barbell esprima il suo massimo potenziale quando si introduce anche una selezione attiva dei titoli.

Negli ultimi due anni e mezzo, applicando nella realtà questa strategia, costruendo un portafoglio composto da circa 40 titoli Growth americani, denominato ‘Crescita’, e da circa 50 titoli globali Value, denominato ‘Reddito’, emergono risultati molto interessanti rispetto al benchmark Msci World.

L’extra-rendimento annuo sale a +3,8% (contro +0,52 nel caso degli indici), l’alpha è +2,1% (contro +0,74) e l’Information Ratio raggiunge 1,08 (contro 0,26). In sintesi, la selezione attiva amplifica l’effetto barbell con un moltiplicatore compreso tra 3x e 7x, a seconda della metrica. I dati convergono su un punto chiave: il barbell può funzionare anche quando la correlazione tra le due gambe non è bassa, grazie al premio di ribilanciamento. Non serve una decorrelazione estrema per ottenere valore: basta una disciplina sistematica.

Tuttavia, quando la correlazione si riduce in modo significativo (ad esempio passando da una coppia Growth/Value ‘da indice’ a due strategie costruite con selezione attiva), il vantaggio non cresce in modo proporzionale: tende ad aumentare in modo molto più che lineare.

È una conseguenza della matematica della varianza di portafoglio: riduzioni anche marginali della correlazione possono tradursi in miglioramenti crescenti dell’efficienza complessiva. A questo si aggiunge un secondo livello di vantaggio: il passaggio dagli indici alla selezione titoli non introduce soltanto una decorrelazione più profonda, ma può generare alpha su entrambe le gambe del barbell, rafforzando la sovraperformance.

In un contesto di mercato che mostra segnali di fragilità crescente, la lezione centrale per l’investitore torna a essere la robustezza del portafoglio, più che la ricerca del ‘tema del momento’. La strategia si inserisce in tale paradigma: non come un semplice esercizio di stile, ma come un’architettura di investimento progettata per ridurre la vulnerabilità agli eventi rari, mantenendo al contempo esposizione alle fonti strutturali di rendimento.

In definitiva, in un 2026 dove il rischio non è tanto la volatilità quotidiana quanto l’imprevisto che rompe gli equilibri, il barbell rappresenta una risposta coerente: riduce l’esposizione agli ‘errori di previsione’ tipici della zona intermedia e impone una disciplina di ribilanciamento che, nel lungo periodo, trasforma la ciclicità dei mercati in un vantaggio strutturale.

(redatto pre 28-II-2026) © Riproduzione riservata