Nelle ultime settimane il mercato obbligazionario è tornato al centro dell’attenzione. In molte economie sviluppate i rendimenti dei titoli di Stato sono risaliti. La volatilità sembra alimentata da domanda e offerta, competizione per il capitale, rischi d’inflazione e una revisione delle aspettative sui tassi.
Sul fronte dell’offerta, i Governi, specie negli Avanzati, aumentano deficit ed emissioni. Ma a competere per le stesse risorse ci sono anche grandi emittenti privati. In particolare, gli hyperscaler americani devono finanziare capex rilevanti, mentre i flussi di cassa risultano meno abbondanti rispetto al recente passato. Più titoli in circolazione e maggiore concorrenza richiedono rendimenti più elevati per attrarre capitali più scarsi.
Il secondo tema riguarda le aspettative. Una domanda pubblica e privata robusta, in un contesto geopolitico instabile e con prezzi energetici elevati, potrebbe riaccendere pressioni sui prezzi. La crescita salariale contenuta limita per ora i rischi. Tuttavia, in un mercato del lavoro rigido negli Stati Uniti e vicino alla piena occupazione, un’accelerazione dei salari potrebbe alimentare le aspettative d’inflazione e costringere le Banche Centrali a reagire, spingendo ancora i rendimenti.
In questa direzione sono stati interpretati anche i toni del presidente della Fed. Le condizioni finanziarie statunitensi non appaiono particolarmente restrittive e l’economia mostra una buona tenuta. Warsh sembra inoltre concentrarsi sugli effetti inflazionistici di ‘second round’: le prossime decisioni della Fed dipenderanno dalla persistenza dell’inflazione sopra l’obiettivo. La maggiore opacità della Fed potrebbe anche aggiungere un premio di incertezza ai tassi lunghi.
La reazione dei mercati è stata marcata e globale. Il rendimento del Treasury decennale ha raggiunto il 4,81%, il massimo da novembre 2023. In Giappone, il decennale ha toccato il 3% per la prima volta dal 1996; in Germania e Regno Unito i rendimenti decennali hanno raggiunto livelli che non si vedevano da circa 15 anni.
Il sell-off ha riportato alcune valutazioni su livelli più attraenti, ma le incertezze geopolitiche e sul percorso di disinflazione suggeriscono cautela. Può quindi essere opportuno privilegiare esposizioni di qualità e con duration più breve, capaci di offrire un carry ragionevole limitando la volatilità sul tratto lungo della curva.
Il quadro è complicato dall’aumento del debito pubblico, dalle emissioni sovrane e dalla geopolitica, inclusa l’escalation tra Stati Uniti e Iran, che ha spinto il petrolio oltre 95 dollari al barile. Anche le dinamiche tecniche di domanda/offerta non sono rassicuranti. Il finanziamento dei disavanzi richiede nuove emissioni, mentre il Tesoro ha ampliato il programma di buyback per contenere i rendimenti a lungo termine. Al ritmo attuale, gli acquisti potrebbero arrivare a circa 66 miliardi di dollari l’anno: un sostegno utile, ma forse temporaneo e insufficiente.
Potrebbe dunque essere l’inizio di una fase di tassi strutturalmente più elevati, sostenuti da un’inflazione più persistente e dalla competizione tra emittenti. Il fixed income può tuttavia offrire valore grazie a rendimenti reali positivi e protezione nelle fasi economiche meno favorevoli. Un rallentamento della crescita e dei mercati azionari, o una disinflazione più evidente potrebbero favorire le obbligazioni.
In un mondo con inflazione più elevata e più instabile, può infine essere utile affiancare alle tradizionali esposizioni azionarie e obbligazionarie un insieme più ampio di classi di attivo, inclusi gli alternativi, poiché le correlazioni potrebbero diventare meno prevedibili.
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