TM    Febbraio 2026

Quindi, si riparte?

Pur disponendo di enormi risorse naturali e grandi potenzialità, lo sviluppo del Venezuela resta bloccato dall’assenza di sicurezza giuridica e investimenti. La Spagna emerge come snodo chiave per capitali e relazioni. L’uscita di scena di Maduro è un’opportunità storica, ma la ripresa dipenderà da una transizione democratica stabile e credibile. L’Opinione di David Mülchi, Avvocato e Socio dello Studio Mülchi & Asociados.

David Mülchi

di David Mülchi

Avvocato e Socio dello Studio Mülchi & Asociados

Piattaforme marine / © Bob Oh / Unsplash
Corruzione sistemica, legami con il narcotraffico, così come relazioni con Cuba, la Colombia di Petro, la Russia e l’Iran, hanno distrutto un Paese con incredibili risorse (petrolio, gas, minerali) e potenziale (turismo, agricoltura). Occorre un assetto stabile per favorire fiducia e investimenti.

Da quando mi sono trasferito in Spagna, nel 1998, ho avuto modo di seguire abbastanza da vicino le vicende politico-economiche della “República Bolivariana de Venezuela”.

Come vedremo, le relazioni economiche con la Spagna sono state e, a mio avviso saranno, importanti e sicuramente interessanti storicamente per le interrelazioni politiche. Nella prima decade degli anni 2000 sono stati frequenti i casi in cui abbiamo creato le allora “nuove” Etve (Entidades de Valores Extranjeros, un regime fiscale speciale per le società holding), non tanto per ragioni fiscali quanto piuttosto per garantire agli investimenti in Venezuela la protezione conferita dall’accordo bilaterale in vigore tra la Spagna ed il Venezuela sulla protezione reciproca degli investimenti (Bit – Bilateral Investment Treaty). Era infatti il periodo in cui il presidente Hugo Chávez passeggiava per il Paese annunciando in televisione il famoso “expropiense” (che si espropri). Tali passeggiate dovevano essere frequenti perché tra il 2002 ed il 2012 Chávez ha espropriato più di millecento imprese, la maggior parte delle quali ha poi diminuito la produzione o è andata in fallimento.

Il principale vantaggio dell’applicazione di un Bit per l’investitore estero è quello di avere, come ultima ratio in caso di mancato accordo, la possibilità di reclamare un risarcimento attraverso un arbitrato internazionale (normalmente presso il Ciadi-Centro internazionale per il regolamento delle controversie relative ad investimenti, Icsid nella sigla inglese, un’instituzione della Banca Mondiale con sede a Washington).

Ma non sempre le espropiazioni erano poi così “ostili”. Ricordo per esempio il caso del Banco Santander. Il 31 luglio 2008 la televisione pubblica spagnola annunciava: “Chávez anuncia que nacionalizará la filial venezolana del Banco Santander” ed informava di una caduta del 3% delle azioni della banca nella borsa di New York. La notizia ebbe eco in altri media, solo per pochi giorni, fino al due agosto. Finalmente lo Stato venezuelano e la banca arrivarono ad un accordo di vendita nel maggio del 2009 per un prezzo di 1,05 miliardi di dollari. Ricordo perfettamente come una fonte molto attendibile mi disse che in realtà nel 2008 la Banca Santander aveva già deciso di uscire dal Venezuela e che stava addirittura pensando di venderla ai manager locali ad un prezzo “scontato” e che la notizia dell’interesse di Chávez per la nazionalizzazione era stata un’ottima notizia (è questo probabilmente il motivo del repentino silenzio dei media spagnoli). Il fatto è che in Paesi come il Venezuela nulla è come sembra e la grande difficoltà per gli stranieri è proprio capire ed adeguarsi alle idiosincrasie locali. Un amico che all’epoca frequentava spesso il Palacio de Miraflores, mi raccontava che un imprenditore estero gli aveva riferito con orgoglio che lo stesso presidente Chávez lo aveva chiamato “hermano” (fratello). In realtà, mi diceva, non era poi una così grande notizia dato che se il presidente ti chiamava “hermano” voleva dire che ormai era venuto a mancare il rispetto professionale e che la relazione si trasformava in “informale” (con tutte le conseguenze).

Dopo la morte di Hugo Chávez, nel 2013, e l’avvento del suo successore Nicolás Maduro, il regime “Chavista” (movimento politico-ideologico e un sistema di potere di tipo populista-autoritaro, fondato sulla leadership carismatica, sull’uso plebiscitario delle istituzioni democratiche e sul controllo statale delle risorse strategiche, che ha trasformato il Venezuela da democrazia imperfetta a regime autoritario-dittatoriale) si è evoluto in una deriva decisamente dittatoriale, causando un colasso economico.

La corruzione sistemica – già dai tempi di Chávez –, i legami con il narcotraffico denunciati negli ultimi anni soprattuto dalle autorità statunitensi (che hanno poi motivato la recente “estrazione” di Maduro) così come le relazioni con Cuba, la Colombia di Petro, la Russia e l’Iran, hanno distrutto un Paese con incredibili risorse e potenziale. Solo nel settore del petrolio il Venezuela conta riserve provate di circa trecentotré miliardi di barili (le più ricche al mondo) di greggio extra-pesante.

Dopo la morte di Hugo Chávez, nel 2013, e l’avvento del suo successore Nicolás Maduro, il regime “Chavista” (movimento politico-ideologico e un sistema di potere di tipo populista-autoritaro, fondato sulla leadership carismatica, sull’uso plebiscitario delle istituzioni democratiche e sul controllo statale delle risorse strategiche, che ha trasformato il Venezuela da democrazia imperfetta a regime autoritario-dittatoriale) si è evoluto in una deriva decisamente dittatoriale, causando un colasso economico.

Il problema attuale è che proprio questo tipo di greggio richiede importanti investimenti in tecnologia, impianti specializzati e competenze che a causa delle conseguenze del “chavismo” sono venuti a mancare ed hanno bloccato lo sviluppo di tale potenziale. Si pensi che, anche in questi giorni, dopo l’intervento voluto dal presidente Trump (che ha pronunciato ben ventitré volte la parola “petrolio” nella sua breve conferenza stampa dopo la cattura di Maduro), non è per nulla chiara l’intenzione da parte delle grandi multinazionali petrolifere convocate da Trump alla Casa Bianca (tra le quali anche la spagnola Repsol e l’italiana Eni) di impegnare capitali significativi senza avere prima delle condizioni legali e istituzionali più chiare. Anche il gas naturale rappresenta un potenziale enorme (riserve di circa 195 Tcf-trillion cubic feet nel 2023), ma con monetizzazione limitata dall’infrastruttura (sempre motivata dalla mancanza di sicurezza legale e istituzionale). Nel settore minerario, il Venezuela ha depositi noti di oro, bauxite, ferro, diamanti e coltan. Oggi purtroppo tale potenziale è frenato da una illegalità diffusa, danni ambientali e rischi sociali (deforestazione, mercurio, impatti su bacini idrici e sul sistema elettrico).

Il Venezuela ha una base agricola e un mercato interno rilevante, ma la crescita è frenata dai costi (fertilizzanti, agrofarmaci), scarsità di dollari, deficienza del sistema finanziario e incertezza macro. Il profilo industriale è stato eroso; una parte della ripresa recente è legata indirettamente al petrolio e alla “ri-dollarizzazione” parziale, ma l’industria soffre la difficoltà di importare materiale e l’instabilità dei servizi. Il Venezuela ha asset turistici eccezionali (Caraibi, Andes, Amazzonia/tepui), ma i numeri internazionali restano molto bassi rispetto alle altre destinazioni della regione. Sono necessari investimenti nel settore dell’energia elettrica, dalla produzione alla trasmissione da parte di imprese specializzate e con esperienza che può essere trovata all’estero.

Ancora una volta, la “conditio sine qua non” è garantire agli attori, dalle imprese agli investitori, un quadro istituzionale e legale efficiente e stabile. Non da ultimo, il recupero di un’economia nel quadro di una sicurezza giuridica affermata, porterebbe lo sviluppo di settori, come quello immobiliare (commerciale, residenziale e turistico) in un Paese di circa 28,5 milioni di abitanti. A proposito di abitanti, si pensi che, secondo le stime attuali, 7,7 milioni di venezuelani vivevano fuori dal Venezuela alla fine del 2024 (rifugiati, richiedenti asilo e migranti). L’Unhcr e l’Oim sottolineano che si tratta del secondo più grande esodo al mondo, superato solo da quello causato dalla guerra in Ucraina. Tra i venezuelani all’estero, secondo l’Ine (Instituto Nacional de Estadistica) 377,809 persone di nazionalità venezuelana risiedevano in Spagna al 1° gennaio 2025. Lo stesso Inr indica anche che, tra le principali nazionalità straniere, quella venezuelana è stata tra quelle maggiormente aumentate di numero nel corso del 2024. A Madrid, ed in particolare nel quartiere dove si trova il nostro studio, il “Barrio de Salamanca” è sempre più palpabile la presenza di venezuelani con un grande potere di acquisto. In effetti, in Spagna in generale ed a Madrid in particolare sembra si siano riunite le fortune scappate dal regime chavista e le fortune costruite durante il regime chavista. Resta così il fatto che, una volta di più, la Spagna si posiziona come un Paese privilegiato come ponte per sviluppare affari ed investimenti in Venezuela. Se il governo socialista di Zapatero e Pedro Sánchz ha mantenuto sempre buone relazioni con il chavismo (così come una nutrita schiera di politici riconvertiti in “uomini d’affari” legati al Venezuela), gli esponenti dell’opposizione hanno sempre sostenuto i dissidenti venezuelani e dunque dovrebbero essere ben posizionati nel momento in cui vi sarà il cambio di governo in entrambi i Paesi.

Inoltre, è evidente che gli imprenditori ed investitori venezuelani presenti a Madrid saranno probabilmente adattabili alle evoluzioni politiche del loro Paese.

Se è evidente che l’estrazione di Maduro rappresenta una pietra miliare ed una grande opportunità per il Venezuela (così come per gli Stati Uniti, l’Europa ed in generale l’ordine mondiale), l’incognita risiede su quanto tempo sarà necessario per una transizione odinata ed effettiva che permetta finalmente ed effetivamente di restaurare una democrazia con un ordinamento giuridico stabile ed affidabile che offra e garantisca il quadro indispensabile per investimenti e sviluppo degli affari nazionali ed internazionali.

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