Nel panorama del design contemporaneo esistono collaborazioni che non si limitano a generare un prodotto, ma producono un cambio di prospettiva. Sono quei momenti in cui due sguardi, provenienti da universi culturali e operativi molto diversi, si incontrano su un terreno capace di accogliere e trasformare le reciproche visioni. L’incontro tra Alpi, azienda italiana pioniera nella ricostruzione del legno, e nendo, studio giapponese fondato e guidato da Oki Sato, appartiene esattamente a questa categoria.
È un confronto che nasce dal materiale – il legno – ma che si espande molto oltre la sua fisicità, diventando un dialogo sul senso del progetto nel XXI secolo.
La relazione tra le due realtà, infatti, ha aperto un varco in cui si intrecciano memorie, tecnologie, culture, responsabilità, estetiche, emozioni. Ed è proprio in questo intreccio, articolato e complesso, che prende forma un racconto che va oltre il design di prodotto e tocca il cuore stesso della cultura del fare.

Per Vittorio Alpi, presidente dell’azienda di famiglia, fare cultura non è uno slogan, ma una pratica quotidiana: «Significa contribuire all’evoluzione del linguaggio del progetto, non tramite dichiarazioni astratte, ma attraverso ciò che si realizza concretamente. Alpi non produce semplicemente superfici: esplora, sperimenta, spinge il legno oltre i suoi limiti consueti, mostrando come un materiale antichissimo possa diventare contemporaneo senza perdere la propria identità».
Questo approccio ha radici profonde. Da più di quarant’anni l’azienda lavora con designer internazionali, aprendo il proprio processo produttivo come una piattaforma di confronto creativo. È un metodo che permette alla materia di acquisire nuove interpretazioni, come accade in installazioni e mostre che hanno segnato la storia del marchio: dalla più recente installazione, Layered Nature firmata da nendo, nello showroom milanese di Alpi, a Echoes of Form allestito da GamFratesi al Thorvaldsens Museum, fino alla retrospettiva Along the Edge, dedicata alle quattro decadi di ricerca».
Questi progetti non sono semplici episodi espositivi, ma manifesti di un modo di intendere la cultura materiale: la memoria della foresta, la manualità, la trasformazione industriale e la visione artistica convivono per generare una nuova consapevolezza del legno.
Nella loro collaborazione, l’azienda italiana – fondata nel 1919 – parte dalla materia, mentre Oki Sato – architetto, designer e fondatore giapponese dello studio di design Nendo – parte dall’osservazione. È Oki Sato a descrivere il proprio approccio come «Una ricerca continua di nuove forme di risoluzione. Un tentativo di cogliere le piccole irregolarità nascoste nella vita quotidiana, che utilizzo come punti di partenza, risolvendo le questioni con delicatezza, a volte con un tocco di umorismo o narrativa. Attraverso questo processo, spero di creare nuove relazioni tra le persone e gli oggetti, tra le persone e gli spazi e, in ultima analisi, tra le persone stesse, arricchendo la vita quotidiana in modi sottili ma significativi».

Per nendo, la funzione include anche la componente emotiva. Il divertimento, la familiarità, l’accenno di umorismo o di sorpresa sono parte della performance stessa del progetto. Non sono aggiunte marginali, ma elementi strutturali: un oggetto è ben progettato quando riesce a riorientare il nostro sguardo, anche solo per un istante. È una filosofia che trova nei materiali – e nel modo in cui reagiscono – un terreno fondamentale. Lavorando con Alpi, Sato racconta di aver scoperto l’importanza di lasciare spazio alla natura del legno ricostruito: «Mentre mantengo un forte controllo durante la fase concettuale, la fase di prototipazione richiede l’opposto: lasciare che il materiale si comporti in modo naturale e accogliere le sue espressioni inaspettate. Sono proprio le micro-differenze, le leggere deviazioni, a generare l’unicità del risultato. Accogliere l’imprevisto diventa quindi parte della poetica progettuale».
La collaborazione tra i due mondi nasce da una domanda posta da Alpi a nendo, disarmante nella sua semplicità: “Ti andrebbe di disegnare un nuovo legno?”.
Non un prodotto, non un arredo, ma una nuova identità della materia. È questo che ha affascinato Sato: l’idea che il legno potesse essere reinterpretato come un linguaggio e non soltanto come un supporto.
Da qui è iniziato un dialogo serrato, in cui si sono intrecciate questioni estetiche, tecniche e culturali. Come conciliare la sottrazione tipica del design giapponese con la complessità materica dei processi Alpi? Come mantenere un’idea semplice al centro di un procedimento altamente tecnologico? Come evitare che la varietà delle superfici diventasse mero decorativismo?
La risposta è arrivata nella forma delle collezioni Alpi Futae e Alpi Kasumi: superfici che dialogano con la trasparenza, le sovrapposizioni, le variazioni minime, evocando fenomeni naturali reinterpretati attraverso la precisione industriale.
Insomma, due culture progettuali che si incontrano nel tempo del fare. «La distanza culturale tra Italia e Giappone, lungi dall’essere un ostacolo, è diventata uno dei motori della collaborazione. Da un lato la tradizione manifatturiera italiana, radicata nel fare, dall’altro la sensibilità giapponese verso la sottrazione, la misura, il gesto essenziale, che è proprio della poetica di nendo», spiega Vittorio Alpi, per il quale questo confronto ha introdotto un nuovo ritmo nel lavoro comune: osservare, attendere, lasciare maturare. Non forzare la forma, ma accogliere ciò che emerge dall’interazione tra visioni diverse. Il progetto diventa così un ponte tra temporalità differenti, che si riflettono nelle superfici finali.
Il tema centrale della collaborazione è forse il rapporto tra minimalismo e complessità. Da un lato, nendo opera per sottrazione; dall’altro, Alpi costruisce la propria identità sulla stratificazione e sulla moltiplicazione delle possibilità del materiale. Eppure, i due approcci trovano una sorprendente coerenza. Il minimalismo di nendo non è un diminutivo: è una ricerca dell’essenza, un processo che filtra e distilla, «garantendo al contempo che il risultato finale rimanga caldo, emotivo e accessibile, piuttosto che puramente tecnico», spiega il designer. La complessità di Alpi non è accumulo: è una ricchezza strutturale, necessaria a generare superfici vive, capaci di esprimere continuità e differenza allo stesso tempo.
«Il design italiano spesso trasmette un’eleganza intuitiva e appassionata, mentre quello giapponese tende a perseguire la chiarezza attraverso la logica e la delicatezza», sintetizza Oki Sato: «Questo progetto ha permesso la coesistenza di entrambe le sensibilità – istinto e precisione, spontaneità e moderazione – arricchendo la mia comprensione di come la forma, il materiale e il tempo possano essere interpretati in modo diverso nelle diverse culture».
La responsabilità ambientale è un altro punto di contatto. Intesa come responsabilità concreta, non narrativa. Spiega Alpi: «La filiera è certificata e tracciata, ogni innovazione mira a migliorare sia la qualità del prodotto sia il suo impatto ambientale. Crediamo che l’estetica etica nasca proprio dalla verità dei processi: è la coerenza a generare bellezza».
La sostenibilità, per Alpi, dunque non si racconta: si pratica. Non è una cornice etica da applicare al progetto, ma una condizione imprescindibile del progettare stesso. Per nendo, la sostenibilità assume una dimensione più emotiva: «riguarda il bisogno umano di toccare, sentire, confrontarsi con la materia. In un’epoca digitale, il valore dell’oggetto fisico cresce proprio perché porta con sé una densità sensoriale che gli ambienti immateriali non possono replicare». Il legno, poi, possiede una memoria che nessun algoritmo può simulare: il tempo che contiene si percepisce, si ascolta, si abita.
La produzione industriale tende alla ripetizione; il design ricerca l’unicità. Come si può conciliare l’identità del singolo pezzo con la serialità del processo?
Per nendo, «la risposta è nella capacità interpretativa: una caricatura può risultare più vera di una fotografia, perché amplifica le caratteristiche essenziali del soggetto. Allo stesso modo, un legno ricostruito può rivelare più profondamente ciò che il materiale contiene nella sua natura». Per Alpi, «Il legno è vivo, e questa vitalità non scompare nella produzione industriale. Ogni foglio è parte di una stessa famiglia ma mantiene una propria sfumatura, una variazione sottile che gli conferisce autenticità. La serialità diventa così una costellazione di unicità, un equilibrio tra regola e naturale differenza, che definisce l’identità delle superfici Alpi».

Entrambi concordano su un punto cruciale: il design rimane una disciplina umanistica. Per Vittorio Alpi: «La tecnica può ottimizzare, ma non può creare senso. Gli algoritmi possono calcolare, ma non possono interpretare. Il design nasce da uno sguardo umano, da un’intuizione e un’emozione che precede il dato.
Oggi più che mai il progettista ha il compito di orientare il processo industriale, di dargli una direzione, di trasformarlo in cultura». Il progetto è ancora – e forse sempre più – un atto culturale. «Più i nostri sistemi diventano precisi e automatizzati, più il design acquista valore sovvertendoli delicatamente, aggiungendo elementi emotivi e imprevedibili che ricollegano le persone a un senso di umanità», aggiunge nendo, che ribadisce, «Man mano che le esperienze digitali diventano sempre più pervasive, il valore esperienziale degli oggetti fisici diventa ancora più importante. Al di là della funzione, cerchiamo il comfort tattile, la presenza e una narrazione che giustifichi il motivo per cui un oggetto esiste in forma fisica. La ricchezza emerge spesso dal dialogo tra il digitale e il fisico».
Quanto alla vera essenza del legno, per Alpi, «Il legno è materia, texture, memoria ed emozione insieme. È il tempo dell’albero, della foresta, delle mani che lo trasformano. È una materia che rimane viva anche quando diventa superficie, capace di mutare, reagire e soprattutto raccontare. La sua essenza sta proprio in questa vitalità, un equilibrio naturale che cerchiamo di rispettare e valorizzare in ogni progetto». E Oki Sato: l’essenza del legno è Emozione. È il cuore della filosofia progettuale di nendo. Estraendo le qualità emotive del legno, la sua consistenza, la sua memoria e altre caratteristiche si rivelano naturalmente».
E così, nella collaborazione tra le due realtà, il legno diventa molto più di un elemento naturale: si trasforma in uno spazio di confronto, in una soglia tra naturale e artificiale, in un medium che permette di riformulare la nostra idea di autenticità, di bellezza, di esperienza. Alla fine, ciò che emerge da questo lungo dialogo non è solo un insieme di superfici. È un modo nuovo di pensare il progetto: un design che nasce dall’ascolto, dalla contaminazione culturale, dalla responsabilità ambientale, dalla ricerca dell’essenza e dalla valorizzazione della complessità.
È un design che riconosce il valore del tempo e della materia, e che attraverso la tecnologia cerca non di semplificare il mondo, ma di rivelarne nuove possibilità. In questo senso, il lavoro tra Alpi e nendo non è soltanto una collaborazione, ma una dichiarazione: la cultura del progetto si alimenta quando sguardi, tradizioni e sensibilità differenti si incontrano attorno a un materiale vivo, capace di continuare a raccontare il futuro.
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