TM    Dicembre 2025

L’orologiaio di Roma

L’orologiero svizzero affonda le sue radici in secolari tradizioni, che nel corso del tempo hanno saputo costantemente rinnovarsi per rimanere al passo, e al polso di ogni nuova generazione. Gli ultimi anni si stanno dimostrando particolarmente complessi, e la disaffezione dei più giovani è palpabile, eppure c’è speranza e molti atout che potrebbero facilitare una rincorsa silente che è già iniziata. L’innovazione è la tradizione di domani, e non va dimenticato.

Intervengono Elena Guglielmin, Cio di Ubs Wealth Management; Aurélie Streit, Vice President at Fhh (Fondation de la Haute Horlogerie); Federico Ziviani, Ceo di Gerald Charles (Maison indipendente); Laurent Ferrier, fondatore e direttore creativeo di Laurent Ferrier (Maison indipendente); Julien Tornare, Ceo di Hublot (Gruppo Lvmh); Manuel Lang, Analyst Swiss Equity Research, Consumer & Industry di Vontobel; Sandrine Donguy, Responsabile prodotto e innovazione di Vacheron Constantin (Gruppo Richemont); Oliver Müller, fondatore di LuxeConsult, azienda di consulenza specializzata nel settore orologiero; e David Pantillon, Country General Manager Switzerland di Audemars Piguet (Maison indipendente).

di Federico Introzzi

Responsabile editoriale Ticino Management

A Roma

Tradizione e innovazione sono spesso facce della stessa medaglia, di cui bisogna sempre tener conto, e dunque rispettare, non lasciando che l’una prevalga sistematicamente sull’altra, a prescindere da quale delle due possa essere. Si aprono cicli, se ne chiudono degli altri; temporaneamente l’innovazione prende le redini della corsa, svolge il necessario, reinterpreta la medaglia alla luce di – ad esempio – un diverso spirito del tempo, per poi tornare a fare un passo indietro, lasciando che la tradizione prosegua, storicizzando l’innovazione.

È una dinamica non nuova nella storia dell’economia, dell’arte, e più in generale dell’uomo stesso. Una società immobile, forte di una granitica tradizione, è destinata a crollare, uscendo dal tempo e dalla storia; solo adeguandosi alle mutate circostanze conserva la speranza di poter sopravvivere alle generazioni, lasciando un’eredità, preziosa e dai delicati equilibri. 

La storia antica consegna un esempio straordinario di come innovazione e tradizione abbiano saputo garantire un millenario successo a un ideale: Roma. Fondata, si dice, il 21 aprile 753 a.C., chiude la sua prima lunghissima maratona il 29 maggio 1453, dunque 22 secoli più tardi, con la caduta di Costantinopoli, la nuova Roma, e con essa dell’Impero Romano d’Oriente, erede di quel progetto che Cesare Ottaviano Augusto aveva iniziato. In seguito all’assassinio di Giulio Cesare, nel 44 a.C., si riapre una fase travagliata di lotte intestine all’alta aristocrazia romana del tempo, divisa tra cesariani e cesaricidi, che sfocerà in un lungo decennio di spargimenti di sangue, consuetudine che in vero attraversa l’intero I secolo, chiusasi definitivamente nel 27 a.C. quando Augusto restituì le cariche al Senato, ‘restaurando’ l’ordine repubblicano. Questo atto gli guadagnò il titolo di ‘Augusto’, ossia degno di venerazione. 

In questo particolare caso il termine ‘restaurazione’ assume però significati tra loro antitetici. La restituzione delle cariche, e non propriamente dei poteri a esse connessi, segna infatti l’inizio di un lungo processo trasformativo che interesserà gli assetti istituzionali, sociali e culturali dell’intera società romana. Almeno formalmente, nel 27 il Senato torna a essere la massima autorità di Roma, una repubblica di nome, ma sempre meno di fatto. È del resto lo stesso Senato che pochi anni più tardi, nel 23, riconosce ad Augusto la Tribunicia potestas, dunque il diritto di veto su qualunque decisione del Senato, e l’Imperium proconsulare, il controllo dell’esercito. Nel 12 a.C. divenne poi Pontefice Massimo, ossia la massima autorità religiosa. Titoli e poteri che conserverà sino alla morte nel 14 d.C.

Con Augusto si spegne lentamente la Roma repubblicana e inizia il principato, altro termine sottile ma sostanziale. Egli è infatti Princeps, è Primus inter pares, è Pater Patriae e qualche altra decina di titoli onorifici, tra cui figlio di un Giulio Cesare nel frattempo divinizzato, o anche garante della Pax Augusta. Questione fondamentale è che, però, non è imperatore: il Senato almeno formalmente è tornato la massima autorità, lasciandogli mano libera a riformare lo Stato, in suo nome.

La fase della netta contrapposizione tra tradizione e innovazione all’interno dell’industria orologiera è ormai appartenente al passato, quello che stanno facendo le grandi Maison è tradurla, ma senza tradirla, per renderla comprensibile alle nuove generazioni

Aurélie Streit

Aurélie Streit

Vice President della Fondation de la Haute Horlogerie

Durante i 45 anni di principato, Augusto ridisegnò quasi tutti gli equilibri della società romana, dello Stato da un punto di vista amministrativo, politico e militare. Finanziò importanti opere pubbliche a Roma e nell’impero, inaugurò un generoso welfare per i romani meno abbienti, riformò il sistema monetario e riconfermò molte delle riforme di Cesare, ridefinì i valori civici, etici e morali di una società romana rinnovata dalle fondamenta. L’economia prosperò, si guadagnò una tale auctoritas che nessuno dei suoi eredi, pur non tutti brillanti come lui, necessitò mai di riaffermare il proprio potere. Erano suoi eredi, e questo bastava. Da un punto di vista formale l’impero nasce in concomitanza con il suo primo imperatore, ossia nel dicembre 69 d.C., quando Vespasiano, dunque non più erede di Augusto, e nemmeno della stessa dinastia Giulio Claudia, sentirà la necessità di sancire per legge la sua autorità indiscussa sugli altri ‘poteri’ dello Stato.

L’abilità di Augusto è talmente straordinaria che risulta difficilissimo stabilire il momento in cui la Repubblica cessa di esistere e inizia la nuova vita di Roma. È in primis un innovatore, che ha saputo interpretare lo spirito del suo tempo, rinnovando la tradizione, e assicurando un’eredità, destinata a durare ancora diversi secoli, di quell’ideale repubblicano che era nato già cinque secoli prima.