
Non poteva esserci promotore migliore di un museo di frontiera – geografica, tra Svizzera e Italia, e disciplinare, tra grafica, design, fotografia e comunicazione visiva – per rileggere da una prospettiva inedita una figura che di confini molti ne ha attraversati, mettendo in dialogo nuovi “territori”. Tra le maggiori personalità artistiche e intellettuali del secondo Novecento in Svizzera, Max Bill (1908, Winterthur – 1994, Berlino) ha incarnato il prototipo dell’artista universale: per la molteplicità dei linguaggi praticati – pittura, scultura, design, grafica, architettura – e per la capacità di costruire assi culturali grazie alla sua fitta rete di relazioni e al profondo impegno teorico. Assertore del valore sociale dell’arte, fu divulgatore attivo e sostenitore delle giovani generazioni; tra l’altro, fondatore e primo rettore (1952-56) della Hochschule für Gestaltung Ulm.
Su questa trasversalità, e sul ruolo centrale di Max Bill nelle relazioni tra Zurigo, il Canton Ticino e l’Italia, pone l’accento la mostra al m.a.x. museo di Chiasso (fino al 12 luglio), offrendo una chiave di lettura complementare alle molte antologiche che erano fiorite attorno al centenario della nascita.
A Milano lo si ritrova sin dal 1936, impegnato nel Padiglione svizzero alla Triennale: un allestimento che riesce a sottrarsi alla retorica della propaganda fascista grazie a un linguaggio già informato ai principi dell’arte concreta, capace di evitare il discorso politico sorprendendo invece per dinamismo, tensione plastica e cromatica.


Alle spalle, la formazione razionalista alla Kunstgewerbeschule di Zurigo e, soprattutto, tre semestri al Bauhaus di Dessau (1927-28) con docenti come Josef Albers, Wassily Kandinsky, Paul Klee e Oskar Schlemmer: un imprinting decisivo. Determinanti anche le relazioni sviluppate in una Svizzera che, negli anni della guerra, accoglieva artisti e intellettuali in fuga.
La mostra documenta in particolare il ruolo del Ticino nella definizione della visione etica e progettuale di Max Bill: dapprima è lo zio artista Ernst Geiger a introdurlo a una comunità artistica autarchica e a un ambiente culturalmente e politicamente impegnato, mentre dopo il matrimonio con la violoncellista e fotografa Binia Spoerri frequenta la casa “La Barca” di Aline Valangin e Wladimir Rosenbaum, a Comologno, fulcro di una serie di relazioni con il mondo artistico, fra cui Jean Arp, Sophie Tauber-Arp, Max Ernst, Meret Oppenheim, Vladimir Vogel e lo scrittore Ignazio Silone, per cui disegna anche due copertine di suoi romanzi.
Il suo percorso si intreccia anche con quello dei fuoriusciti italiani emigrati in Svizzera che all’indomani della guerra gli aprono la strada verso l’Italia: lo si ritrova così impegnato nel Congresso sulla ricostruzione del 1945 al Castello Sforzesco, poi promotore di una mostra seminale come arte astratta e concreta del 1947 a Palazzo ex-Reale, di cui è curatore insieme a Lanfranco Bombelli Tiravanti con la grafica di Max Huber. Nel 1951 partecipa alla sezione svizzera della IX Triennale, così come al congresso correlato De divina proportione, diretto da Le Corbusier. In dialogo con figure come Gillo Dorfles ed Ernesto Nathan Rogers, Max Bill rappresenta uno snodo cruciale nell’aggiornamento dei linguaggi visivi tra Milano e la Svizzera, dove diventa una figura di riferimento nel dibattito sul design, iniziando ad assumere anche incarichi istituzionali, nazionali e internazionali, tenendo mostre e conferenze oltre che in Europa, in Giappone, Brasile, Stati Uniti e Argentina. Un decennio intenso, in cui si dedica anche al programma culturale didattico della Hochschule für Gestaltung di Ulm in Germania, da lui cofondata, poi lasciata nel 1957 non condividendone più le linee guida, senza rinunciare però all’attività didattica, portata avanti con la cattedra di progettazione ambientale presso la Staatliche Hochschule für bildende Künste di Amburgo.
Tutte occasioni per affermare ed esercitare un’arte concreta: razionale e universale, fondata su principi logico-matematici e armonici con una sintassi di linee, forme e colori, espressione di un ordine immanente. L’opera non è più immagine riprodotta, ma si fa mediatrice di forze elementari rendendole sensibilmente percepibili e, quanto più si avvicina alla loro struttura originaria, tanto più si fa universale. Un modo matematico di pensare l’arte che, come rilevava lo stesso Max Bill nel testo in catalogo della mostra Pevsner-Vantongerloo-Bill al Kunsthaus Zürich (Die mathematische Denkweise in der Kunst unserer Zeit, 1949), nonostante i suoi elementi razionali conserva una componente visionaria, spingendosi verso ciò che ancora non è spiegato.

La “giustezza della forma” orienta anche i suoi oggetti di design, secondo l’approccio teorizzato nella celebre conferenza Bellezza dalla funzione e come funzione per lo Schweizerischer Werkbund (Basilea, 1948), sotto l’etichetta “Die Gute Form”: la bellezza non è ornamento, ma emerge quando la forma garantisce l’armonioso equilibrio fra requisiti funzionali ed estetici, come dimostrano anche alcuni esempi in mostra (fra cui il celebre sgabello Ulmer progettato nel 1954, tuttora in produzione). Non a caso l’esposizione adotta il sottotitolo “La grammatica della bellezza”, in dialogo con il tema annuale del Centro Culturale Chiasso, la pulchritudo, che in Max Bill coincide appunto con armonia, sintesi, unità e logica.
La white box del m.a.x. museo offre una perfetta ambientazione al percorso articolato in tre sezioni tematico-cronologiche: dagli esordi dopo il Bauhaus allo sviluppo dell’arte concreta, fino alla piena maturità. Le quasi 170 opere – tra dipinti, grafiche, sculture, fotografie, oggetti di design e materiali d’archivio – fanno di questa esposizione la più ampia mai dedicata a Max Bill in Ticino. Fra i 19 prestatori, accanto ai principali musei svizzeri e collezioni private, fondamentale il contributo del figlio Jakob, a sua volta artista e instancabile promotore dell’opera del padre, che con sua moglie Chantal ha aperto gli archivi della fondazione di famiglia alle curatrici Karin Gimmi e Nicoletta Ossanna Cavadini, consentendo nuove scoperte e un’interessante selezione di documenti che arricchiscono la mostra, insieme a lavori del primo periodo che non venivano esposti ormai da decenni. Proprio Jakob è stato protagonista, in dialogo con Mario Botta, dello spin-off con l’Accademia di architettura di Mendrisio lo scorso 23 aprile, fra i tanti eventi collaterali che affiancano la mostra, tra conferenze, laboratori didattici, visite guidate e altre iniziative di approfondimento, a conferma della vitalità di un’eredità che continua a interrogare il presente.
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