TM    Ottobre 2026

L’inverno democratico

La popolazione sta invecchiando per i molti successi di medicina ed economia, ma il benessere degli Stati avanzati ha ucciso la fertilità: di figli non se ne hanno, e spesso non li si vogliono. La tenuta del sistema economico è però fortemente dipendente dagli equilibri del passato, e tutti sono impreparati a gestire la sfida, seppur annunciata da decenni. Soluzioni? Non molte, salvo adattarsi al cambiamento: più vecchi, più sani, e meno numerosi.

Intervengono: Philippe Wanner, Professore dell’Istituto di demografia dell’Università di Ginevra; Elena Guglielmin, Cio di Ubs Wealth Management; Aneeka Gupta, Director della ricerca macroeconomica di WisdomTree; Fabrizio Mazzonna, Professore dell’Usi, e direttore del Cepra; Roland Nötzel, Delegato alla domiciliazione del Canton Neuchâtel; Qian Zhang, Emerging Markets Investment Specialist di Baillie Gifford; Hans-Jörg Naumer, Global Head Markets Research di Allianz Global Investor; Livio Dalle, Responsabile Portfolio Management di Indosuez Wealth Management; Valentin Bissat, Chief Economist and Strategist di Mirabaud Asset Management.

di Federico Introzzi

Responsabile editoriale Ticino Management

Demografia romana

Troppo spesso i cambiamenti epocali sono anche quelli che passano sottotraccia, con un’eleganza discreta degna del più celebre dei couturier, e che solo a distanza di decenni tutti ne riconoscono grandezza e incisività sulla vita delle generazioni successive. Se presi per tempo, determinati fenomeni sono infatti plasmabili e contenibili, una volta scappati di mano è troppo tardi, e i ‘mea culpa’ di rito, seppur dovuti, alquanto inutili.

In ambito socio-economico, ma in chiave storica, la demografia è probabilmente il più notevole tra questi possibili fenomeni, per tutte le implicazioni che reca in dote. Si tratta, almeno inizialmente, di piccoli dettagli all’apparenza, un’abitudine che cambia quale conseguenza di uno shock macroeconomico importante ma temporaneo, ad esempio petrolifero, e che a distanza di anni si scopre invece essere stato l’inizio di una rivoluzione, silenziosa. È solo allora che subentrano economisti e statistici, snocciolando dati e dimostrando l’ormai conclamata evidenza che loro per primi non avevano in realtà visto. Un esempio? Prendendola da lontano, le Guerre Puniche. In che senso?

Nel 264 a.C. la guerra fredda in essere tra Roma e Cartagine, per il dominio del Mediterraneo centrale e delle sue isole, infine divenne calda, e iniziarono le ostilità. La I Guerra Punica si svolse in larga misura nelle acque del Mare Nostrum, e mai troppo lontana dalle sue rive. Certo, i Romani portarono a casa una prima importante vittoria, Cartagine ne uscì ridimensionata, ma a quale costo?

L’invecchiamento demografico è un successo sociale e sanitario, ma la vera sfida non è come meglio riformare i sistemi previdenziali, ma come organizzare la società, salvaguardando la coesione sociale tra generazioni sempre più numerose e diverse

Philippe Wanner

Philippe Wanner

Professore dell’Istituto di demografia dell’Università di Ginevra

Si stima tra i 50 e i 100mila cittadini Romani morti in armi, e quasi 200mila dei popoli italici alleati. Comunque nulla a confronto della II, la guerra di Annibale (218 – 202 a.C.), i giorni più bui di Roma. Almeno altri 125mila cittadini sotto terra, bilancio che potrebbe arrivare a 300mila includendo gli alleati, e a 500mila con i civili. Certo, Cartagine ne uscì molto ridimensionata, e di lì a pochi decenni sarebbe stata rasa al suolo (146 a.C.), durante la breve III Guerra Punica, ma il costo era stato altissimo. Stando ai dati ufficiali romani, probabilmente sottostimati, tra il 264 e il 201 a.C. il 20% della popolazione di Roma, e di una precisa coorte demografica, scomparve.

Le conseguenze economiche e sociali del fenomeno furono devastanti, e di lunghissimo periodo. Sino a quel momento il legionario romano era sempre appartenuto al ceto medio: doveva essere in grado di armarsi e sostentarsi per l’intera durata della leva, senza gravare sulle casse dello Stato, provvedendo alla sua famiglia. Tipicamente era proprietario di una modesta azienda agricola, nelle regioni limitrofe a Roma, in grado di garantirgli una rendita annua dignitosa, senza ricorrere a troppo personale esterno al nucleo famigliare.

La moria generalizzata del ‘fiore della gioventù’ romana a intervalli regolari per ben più di mezzo secolo, oltre al prevedibile crollo verticale della natalità, costrinse in miseria migliaia di aziende e quindi famiglie, causò gravi carestie e malnutrizione diffusa, portando alla quasi scomparsa del ceto medio e di una precisa tipologia di elettorato colto e benestante, indebolendo la coesione sociale, e soprattutto spalancando le porte ai populismi che nei due secoli successivi portarono al crollo della Roma repubblicana.

Del resto, chiusa o quasi la partita con Cartagine, era già tempo di occuparsi della ricca e affascinante Grecia, e della ormai vicina Asia, gestendo alla meglio le ‘ristrettezze umane’. L’Italia era sempre stata una penisola prolifica e popolosa, ma gli uomini in età d’armi stavano rapidamente finendo, soprattutto entro le mura cittadine. Problema molto concreto e soluzione molto pragmatica: se era finito un certo tipo di legionari, ne andavano trovati degli altri. Come? Allargando il bacino anche ai ceti più bassi, sino ai nullatenenti, prassi ufficializzata nel 107 a.C. per ironia della sorte da un parente molto prossimo di Giulio Cesare, Gaio Mario. Da qui il termine di ‘riforma mariana’.

Era nata la formidabile macchina da guerra dei legionari: soldati professionisti e ben addestrati, sempre in armi, il più delle volte vittoriosi anche nelle situazioni più disperate; ma da quel momento anche stipendiati, fedeli al loro generale che operativamente corrispondeva il salario, e che al termine dei 20 anni di leva era incaricato di ‘liquidarli’ con un piccolo appezzamento di terra fertile.

Era cambiato il Dna della società romana, e questo avrebbe comportato un’inattesa evoluzione della Storia, ma alla radice la demografia aveva fatto quasi tutto.