TM    Ottobre 2025

La Svizzera è pronta?

La nuova legge sulle banche impone un capitale proprio giudicato troppo alto rispetto alla concorrenza. Ma quale impatto avrebbe in patria un’eventuale partenza di Ubs? L’Opinione di Ignazio Bonoli, economista.

Ignazio Bonoli

di Ignazio Bonoli

Economista

Da qualche tempo – e non solo in Svizzera – circolano voci che prevedono un possibile  abbandono della Piazza finanziaria elvetica da parte di Ubs, rimasta in pratica l’unica grande banca con sede nel Paese. Il motivo sarebbe quello della nuova legge sulle banche che prevede, per le banche ‘sistemiche’ un’ampia copertura di tutti gli affari, in patria e all’estero, mediante il capitale proprio della banca centrale.

Le banche considerate sistemiche in Svizzera, oltre Ubs, sono la Banca cantonale di Zurigo, Raiffeisen e Postfinance. Dopo l’assorbimento di Credit Suisse, Ubs è tuttavia la sola grande banca svizzera con importanti filiali all’estero e un’attività globale a livello mondiale.

Le cronache più recenti (fine settembre) ci dicono che gli stessi dirigenti di Ubs, dopo aver lasciato correre questa notizia, tendono ora a smentire questa eventualità. Sta di fatto che il primo atteggiamento è stato interpretato come un mezzo di pressione sulle autorità politiche che stavano discutendo della nuova legge. D’altro canto, il Consiglio federale, già per bocca della sua presidente, nonché responsabile delle finanze, ha sempre mantenuto una posizione rigida al riguardo. Prova ne siano le dichiarazioni della consigliera federale citata e, il 26 settembre, il fatto che il Consiglio federale ha messo in consultazione il testo senza alcuna modifica e tanto meno allentamento.

Tocca ora alle parti interessate, dalla finanza alla politica, esprimere il proprio parere sulla proposta che poi farà oggetto di un messaggio alle Camere federali, a cui spetta l’elaborazione della legge definitiva. Dal canto suo, l’Associazione svizzera dei banchieri (Asb) ha subito manifestato la propria opposizione, sostenendo che le misure previste “in materia di capitale proprio delle banche sistemiche ne pregiudicano la concorrenzialità”, soprattutto in campo internazionale.

Punto essenziale della riforma prevista è proprio l’obbligo di coprire integralmente con capitale proprio l’attività delle filiali estere. Si tratterebbe in sostanza di rafforzare il quadro legislativo detto “to big to fail” nato proprio dalle difficoltà conosciute anche da Ubs nella crisi dei “prime rate” americani, per la quale la Confederazione e la Banca Nazionale sono dovute intervenire con lo stanziamento di miliardi di crediti. Ben più grave è stato il caso del Credit Suisse, le cui conseguenze avrebbero avuto riflessi a livello nazionale e internazionale senza l’intervento di Ubs, sollecitato dal Consiglio federale e dalla Banca Nazionale.

La nuova legge costringerebbe Ubs ad aumentare il capitale proprio tra i 20 e 25 miliardi di franchi, secondo alcune fonti, o di 19 miliardi, che si aggiungerebbero ai 18 miliardi già richiesti per l’acquisizione di Credit Suisse, secondo fonti della Banca stessa. In realtà, questa legge si applicherebbe praticamente solo a Ubs e si possono così capire le reticenze dei suoi dirigenti, preoccupati dalla perdita di concorrenzialità a livello mondiale e tenuto conto del fatto che il capitale proprio è il più caro che una banca possa permettersi sul mercato mondiale. Infatti, secondo il Ceo Ermotti, le coperture sarebbero del 50% più alte rispetto alla media richiesta alle altre banche di rilevanza sistemica a livello globale. Questo spiega perché siano corse voci di un eventuale trasferimento della sede principale di Ubs all’estero, più precisamente negli Stati Uniti.

Se ne è parlato anche in America, dove il New York Post, considerato vicino al presidente Trump, citando fonti attendibili, ha affermato di essere a conoscenza di colloqui fra la grande banca svizzera e funzionari del Governo americano. Non è difficile immaginare come proprio l’amministrazione Trump vedrebbe volentieri un simile trasferimento nell’ambito della politica che cerca di attirare imprese negli Stati Uniti, offrendo anche maggiori libertà d’impresa rispetto ad altri Paesi.

È stato perfino detto che Ubs potrebbe acquistare una banca americana di media grandezza e trasferirvi la sede del Gruppo, oppure essere acquisita da una grande banca americana. Logicamente la notizia, che ha fatto il giro del globo, ha preoccupato non poco il mondo politico e finanziario svizzero. La partenza di Ubs potrebbe significare la fine di una Piazza finanziaria di livello mondiale, nonché la perdita di molti posti di lavoro e decisamente qualificati, la perdita di importanti entrate fiscali e quella di un prestigioso partner della finanza mondiale.

Potrà succedere? I dirigenti di Ubs non lo dicono, ma aspettano l’esito di tutta la procedura. Vi sono però molte ragioni perché non succeda. Ubs in America non avrebbe più l’attrattiva mondiale di cui gode (ancora) come banca svizzera, e dovrebbe comunque rivedere completamente la sua strategia, pur mantenendo la sua vasta diversificazione internazionale. Cosa questa di cui potrebbe soffrire con una banca domiciliata negli Stati Uniti.

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