Negli ultimi anni il settore della sicurezza privata sta vivendo una crescita costante della domanda, trainata da normative più stringenti, una maggiore sensibilità alla gestione dei rischi e l’aumento delle esigenze operative legate sia al settore degli eventi e manifestazioni sia al settore della gestione del traffico. Ambiti in cui le agenzie private svolgono un ruolo essenziale accanto alle forze dell’ordine, assumendo gli incarichi delegati dall’ente pubblico.
Ma proprio mentre la richiesta di servizi di vigilanza incrementa, le agenzie si trovano a fare i conti con una difficoltà sempre più marcata nel reperire personale. Spartiacque è stata, nel 2021, l’entrata in vigore della Legge cantonale sulle prestazioni private di sicurezza e investigazione (LPPS), che ha ridefinito l’accesso alla professione di agente di sicurezza. «Da una parte, quest’evoluzione normativa ha avuto il merito di favorire la professionalizzazione del ruolo, con precisi requisiti di formazione e abilitazione, dando dignità a una funzione prima scarsamente regolamentata e valorizzata. Dall’altra parte, tuttavia, la maggior attrattività si scontra con alcune tortuosità procedurali per ottenere l’autorizzazione che rendono oggi molto difficile per le agenzie di sicurezza reclutare i collaboratori di cui hanno bisogno», avverte Alex Genini, direttore di Prosegur. Seconda realtà del settore a livello cantonale, con un organico di 250 agenti, in misura preponderante attivi proprio nei compiti soggetti ai nuovi criteri di autorizzazione cantonale, l’agenzia di vigilanza si è trovata a fronteggiare questo cambiamento strutturale.
Se prima era possibile avvicinarsi al settore cominciando da incarichi saltuari più semplici e successivamente abilitarsi, oggi il processo è inverso. «Le attività permesse senza autorizzazione sono decisamente marginali e di conseguenza poco remunerative. Prima ancora di aver testato il lavoro, una persona deve dunque investire tempo e denaro per ottenere l’“autorizzazione”», sottolinea Alessandro Tessaro, Capodipartimento Risorse Umane presso Prosegur.
Primo passaggio obbligato è infatti l’ottenimento del certificato CPSicur 1, che viene rilasciato dopo aver superato un corso a numero chiuso, da 40 ore-di lezione e con un costo di 700 franchi, organizzato diverse volte l’anno dall’Istituto di Formazione Continua. Qui il primo collo di bottiglia: i posti si esauriscono nel giro di poche ore dall’apertura delle iscrizioni. Ma è solo l’inizio: «Ottenuto l’attestato, per il quale potrebbe già passare diverso tempo dall’iscrizione al rilascio del certificato, è possibile presentare l’istanza di rilascio autorizzazione LPPS al Servizio armi, esplosivi e sicurezza privata della Polizia cantonale, allegando – nel caso di cittadini svizzeri, persone con il permesso C o con permesso B da più di 5 anni – anche l’estratto del Casellario giudiziale svizzero e del Registro delle esecuzioni. Fatte le dovute verifiche e un versamento di altri 250 franchi, si riceve il tesserino di autorizzazione che finalmente permette al possessore di poter esercitare la professione», osserva Alessandro Tessaro.
Se tutto va bene si parla dunque di diversi mesi dalla registrazione dell’interessato al primo corso CPSicur disponibile e l’ottenimento dell’autorizzazione cantonale LPPS prima di poter entrare in servizio. Un orizzonte temporale che mal si concilia con le esigenze di chi cerca un impiego. Inoltre, l’autorizzazione viene concessa normalmente per un periodo triennale, ed è necessario prima della sua scadenza l’ottenimento di 24 unità didattiche di formazione continua.
«Il risultato è stato un progressivo restringimento del bacino di candidati locali, confermato anche dall’evoluzione del nostro organico: se nel 2021 avevamo il 23% di non residenti (58 su 251) l’anno dopo siamo saliti al 32% e a fine 2025 eravamo al 43% (108 su 249), quasi il doppio», evidenzia il Capodipartimento Risorse Umane di Prosegur. Numeri in linea con le dinamiche del settore sul territorio.


La mancanza di un apprendistato per accedere alla professione, rarefà ulteriormente le occasioni di avvicinamento per i giovani del territorio, che una volta avevano invece la possibilità di iniziare a praticare arrotondando nel periodo di pausa estiva dagli studi.
Ulteriore preoccupazione, anche per i frontalieri il gioco potrebbe presto non valer più la candela: se da un lato la trattenuta delle imposte alla fonte rende per loro meno interessante il mercato del lavoro ticinese, dall’altro l’iter burocratico per gli aspiranti agenti non residenti è ancor più farraginoso. Oltre alla moltiplicazione dei documenti richiesti e dei passaggi fra autorità cantonali e italiane, ci si può imbattere in veri e propri vicoli ciechi amministrativi. «Senza un permesso G in corso di validità non si può avviare la procedura per l’istanza di richiesta autorizzazione, ma per ottenere il permesso occorre avere già un contratto di lavoro che però, senza autorizzazione, è poco attrattivo: l’azienda non può offrire molto, finché è vincolata a impiegare la persona solo in attività marginali e poco remunerative», spiega Alessandro Tessaro. Per le persone residenti in Svizzera da meno di cinque anni la situazione si blocca del tutto: essendo iscritte all’AIRE non possono ottenere il certificato di buona condotta dalla questura italiana, necessario per la procedura. Si creano così situazioni paradossali, in cui persone già qualificate non possono lavorare per impasse puramente amministrativi, mentre il settore è affamato di agenti.
Questo “contagocce” di nuove autorizzazioni ha di fatto posto un tetto agli agenti disponibili, acuendo la concorrenza per accaparrarseli. «In particolare, nella bella stagione, momento di picco per rifacimenti stradali e manifestazioni, la competizione sfocia in tattiche aggressive ed eticamente poco gratificanti. È capitato anche a nostri collaboratori di essere allettati da altre agenzie con proposte di condizioni molto appetibili, salvo poi con la stessa facilità pochi mesi dopo essere lasciati a casa», avverte Alex Genini. Un fenomeno che si inserisce in un contesto già teso, dove non tutte le realtà operano con gli stessi standard. Il fatto poi che la stragrande maggioranza delle agenzie sul territorio veleggi sotto la soglia di 10 collaboratori, al di sopra della quale vige il CCL, unitamente alla limitata capacità di controllo delle autorità, lasciano interrogativi sul reale rispetto delle regole. Con il rischio che chi invece è ligio al dovere ne esca penalizzato.
In questo scenario, la capacità di fidelizzazione diventa centrale. Per contenere il turnover, Prosegur ha scelto di investire in condizioni contrattuali sostenibili, formazione e qualità del rapporto umano. «Per noi il collaboratore non è un numero. È una persona con una storia, e cerchiamo di accompagnarla nel suo percorso», sottolinea Alessandro Tessaro. Un impegno che si traduce anche in un forte supporto: dall’assistenza nelle pratiche amministrative, come nel caso delle autorizzazioni e dei loro rinnovi, al finanziamento di alcuni corsi di formazione continua, retribuiti come ore lavorative. L’azienda ha inoltre sviluppato strumenti per affrontare temi sempre più rilevanti, come i rischi psicosociali, il mobbing o le molestie sessuali, ottenendo anche la certificazione ISO 45001 (Salute e sicurezza sul lavoro). «Abbiamo procedure strutturate e figure dedicate, anche esterne, per garantire un supporto reale, inoltre sensibilizziamo il personale con apposite campagne su aspetti critici. E la porta del nostro ufficio è sempre aperta per chi ne ha bisogno», precisa il Capodipartimento Risorse Umane di Prosegur.
Nonostante gli sforzi, resta il nodo strutturale. Una possibile soluzione? «L’introduzione di autorizzazioni provvisorie a chi è in possesso dell’attestato CPSicur 1. Uno strumento che permetterebbe ai futuri agenti di iniziare a lavorare subito, in attesa di completare l’iter burocratico, recuperando velocemente gli investimenti sostenuti. Una modalità sperimentata a suo tempo durante la pandemia e che oggi potrebbe rappresentare un correttivo efficace. Il punto, in fondo, è proprio questo: senza abbassare gli standard, trovare un equilibrio tra professionalizzazione e sostenibilità/esigenza del sistema», conclude il direttore di Prosegur.
Se la legge ha portato benefici evidenti, è dunque arrivato il momento di fare un passo ulteriore, ascoltando dal settore quello che ancora non funziona e che rischia di metterlo in precarietà, garantendo la necessaria flessibilità laddove opportuno. Perché in un ambito delicato come quello della sicurezza, la qualità delle risorse umane è un interesse collettivo.
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