Dopo la donazione di Giovanni Züst che sessant’anni fa le ha dato origine e nome, la Pinacoteca cantonale di Rancate ha continuato ad accrescere il suo patrimonio non solo grazie ad acquisti, ma anche tramite ulteriori lasciti e depositi, diventando un punto di riferimento per la conservazione, lo studio e la valorizzazione di opere di artisti attivi sul territorio ticinese dal XVII al XIX secolo.
Fresca di inizio anno, la donazione di un importante dipinto che si inserisce nel filone della “pittura della realtà” in voga nel Seicento in tutta Europa, realizzata da un autore ancora anonimo, ma che negli ultimi anni ha goduto di crescente attenzione da parte della critica. Il curioso soprannome con cui viene identificato, Maestro della tela jeans, indica la presenza in una decina delle sue opere a noi giunte del tessuto oggi comunemente definito jeans: probabilmente una storpiatura anglofona di “Blue de Gênes”, espressione usata per indicare il fustagno che i genovesi adoperavano per le vele delle navi e che già dal Cinquecento veniva spedito in Inghilterra (ben prima di Levi Strauss). Mentre due delle tre più importanti opere del “Jean Genius” messe in vendita lo scorso anno dalla Galleria Canesso – che è stata centrale nella riscoperta di questo autore – hanno preso la strada di importanti destinazioni museali estere che saranno svelate prossimamente, Madre mendicante con due bambini ha trovato casa a Rancate grazie alla generosità della Dr. Joseph Scholz Stiftung, che da anni contribuisce ad arricchire le raccolte dei principali musei svizzeri e che questa volta ha scelto una collocazione a pochi chilometri da dove l’opera è stata conservata per secoli (inscritta negli inventari di Villa Airoldi ad Albiate dal 1665) e dall’area lombarda dove probabilmente il pittore fu attivo.
La si può scoprire nella nuova mostra che apre la programmazione del 2026 della Pinacoteca Züst, la prima sotto la gestione integrale del nuovo direttore Elio Schenini che raccoglie il testimone dall’esemplare Mariangela Agliati Ruggia. Lo “sguardo di insieme” offerto dalla rassegna appena inaugurata, in corso fino al 23 agosto, vuole essere una ricognizione sull’arte fra il XIV e XIX secolo nelle collezioni pubbliche ticinesi, a partire dalla quale riflettere su come gestire e ulteriormente valorizzare questo patrimonio.
Alla soglia dell’importante intervento di ristrutturazione e ampliamento in programma a fine 2027, la Pinacoteca Züst ha sentito infatti l’esigenza di interrogarsi sulla propria “collocazione” anche in senso più ampio. Ha dunque voluto riunire alcune delle opere più significative risalenti al periodo compreso tra il tardo Medioevo e la seconda metà dell’Ottocento, integrando pezzi della sua collezione con prestiti di dipinti e sculture conservati presso il Museo d’arte della Svizzera italiana, l’Archivio di Stato, il Museo di Casa Rusca, il Museo Vela, il Museo d’arte di Mendrisio, il Museo di Villa dei Cedri, il Museo storico etnografico della Valle di Blenio e alcuni edifici ecclesiastici. Oltre a capolavori dei due principali esponenti della pittura seicentesca ticinese, Giovanni Serodine e Pier Francesco Mola, fra il centinaio di opere esposte figurano dipinti e sculture di Bernardino Luini, Tommaso Rodari, Domenico Fetti, Giuseppe Antonio Petrini, Angelika Kauffmann, Carlo Bossoli, Vincenzo Vela e Antonio Ciseri, ma anche autori esteri, quali i paesaggisti fiamminghi confluiti nelle raccolte pubbliche ticinesi grazie a collezionisti privati originari del Nord Europa insediatisi in Ticino.
Il percorso, che segue un ordinamento cronologico per raggruppamenti tematici e di genere, tratteggia così gli snodi principali dell’arte ticinese durante i secoli in esame, testimoniando come abbia saputo proiettarsi ben oltre i confini regionali sulla scia dell’emigrazione delle maestranze artistiche, che portò schiere di lapicidi, stuccatori, capomastri e poi architetti, pittori e scultori nelle principali città d’Italia e del Nord Europa, fino alla Russia. Vitale, sin dal Medioevo, l’intenso rapporto con la Lombardia e, più in generale, con la penisola italiana, sino ai moti risorgimentali che trovano espressione in opere come lo Spartaco del Vela e L’Italia risorta del Ciseri, al centro della nona ampia sezione dedicata all’Ottocento che chiude la rassegna. Anni in cui la frequentazione dell’Accademia di Brera era un passaggio obbligato per gli artisti ticinesi che spesso rimanevano poi a Milano.
Al di là della piacevolezza della visita, come anticipato la mostra lancia una riflessione sul ruolo che la Pinacoteca Züst potrà svolgere in un panorama culturale cantonale profondamente evoluto rispetto alle sue origini. Se all’epoca della sua istituzione i musei del territorio si contavano sulle dita di una mano, oggi ci si confronta infatti con un’offerta variegata che affianca realtà come il Masi Lugano e il Museo d’arte di Mendrisio, alle collezioni pubbliche nate dalla libera iniziativa di artisti e collezionisti (in particolare, Spartaco Vela, Antonio Caccia, Marianne von Werefkin, Jean Arp, Emilio Sacchi, Adolfo Rossi e Max Huber, oltre ovviamente a Giovanni Züst), affiancate da istituzioni cantonali prestate alla conservazione di dipinti e sculture pur senza esser veri e propri musei, quali l’Archivio di Stato o la rete dei musei etnografici e i numerosissimi edifici ecclesiastici. Un’eterogeneità che se da un lato è arricchente, dall’altro evidenzia la mancanza di una regia unitaria nella politica culturale cantonale che ha determinato uno sviluppo non sempre organico e coerente. Di qui la necessità di definire con un approccio più razionale l’identità e la missione delle diverse realtà museali, in un’ottica di complementarità che, senza intaccarne l’autonomia, possa anche suggerire sinergie, sempre benvenute quando si sa che i fondi a disposizione della cultura non largheggiano.
Già annunciata anche l’esposizione autunnale, una monografica dedicata a uno degli artisti di cui già la presente mostra offre un assaggio, trattandosi di un protagonista del Settecento lombardo e italiano: Giuseppe Antonio Petrini (1677-1759). Il suo nome è legato a Carona dove nasce nel 1677 e, dopo la formazione tra Genova e la Torino sabauda, e successivamente l’avvio di carriera in Valtellina e Piemonte, rientra non tardando a imporsi sulla scena artistica locale. A oltre trent’anni dall’ultima monografica a Lugano, sarà l’occasione per fare il punto sugli studi dedicati a quest’artista di straordinaria qualità pittorica affiancando ai quindici dipinti conservati dalla Pinacoteca Züst importanti prestiti.
La mostra attualmente in corso troverà invece l’anno successivo un suo pendant in una rassegna complementare con focus sulle collezioni private. Un secondo capitolo che avrà anche l’obiettivo di stimolare ulteriormente famiglie, fondazioni o altre realtà che conservano opere d’arte antica del territorio meritevoli a condividere il loro patrimonio rivolgendosi a istituzioni che possano custodirle e studiarle, mettendole in dialogo con il loro contesto e contribuendo alla loro valorizzazione.
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