

Si è soliti considerare le incisioni come opere statiche, che fissano una volta per sempre in immagine un pensiero, da riprodurre immutato nel tempo. Con la stessa facilità, si tende ad assegnare un ruolo ancillare alla produzione grafica all’interno del corpus di grandi pittori e scultori. Dedicare una mostra alla valorizzazione di questa antica, quanto trascurata tecnica, era da sempre uno dei desideri del Museo d’arte di Mendrisio che, quando possibile, già nell’ambito delle sue esposizioni monografiche, come quelle consacrate negli ultimi anni a Max Beckmann, Roger de La Fresnaye o Enrico Castellani ha ospitato stampe d’arte, in quanto elemento prezioso per la comprensione del percorso di un autore.
Ma finalmente il desiderio si compie appieno – anzi doppiamente – con l’attuale progetto espositivo che, con una formula originale e di grande qualità, offre una panoramica completa sul ventaglio delle tecniche calcografiche: puntesecche, acqueforti, linoleografie, litografie e acquetinte sono rappresentate dal multiforme ingegno di Pablo Picasso, mentre il bulino trova un acuto e rigoroso interprete in Markus Raetz. Due artisti indubbiamente distanti per stile, poetica e carattere, ancor più degli anni e dei chilometri che li separarono, ma accomunati proprio dalla passione per l’incisione, che della loro ricerca è stata un capitolo fondamentale, strettamente intrecciata al resto della loro produzione, che con la sua possibilità di sperimentazione ha nutrito.
Con intelligenza si è scelto di evitare accostamenti forzati, ideando due mostre (in programma fino al prossimo 25 gennaio) separate seppur complementari: distinte per allestimenti, curatela (Barbara Paltenghi Malacrida e Matthias Frehner per Picasso, Francesca Bernasconi e Rainer Michael Mason per Raetz) e nei cataloghi, due eccellenti volumi che con i loro saggi critici e le riproduzioni suggellano e perpetuano il progetto espositivo.
Si parte da uno straordinario insieme di 150 stampe di Picasso, esemplari di altissima qualità provenienti dal prezioso fondo donato nel 1972 da Georges Bloch, amico dell’artista e tra i massimi conoscitori delle sue incisioni, alla Fondazione Gottfried Keller per assicurare che fossero ben rappresentate in Svizzera, prevedendo che gli otto musei destinatari del lascito le esponessero a rotazione.
L’allestimento accompagna il visitatore attraverso sezioni tematiche che restituiscono l’ampiezza della tentacolare produzione grafica del maestro spagnolo, quasi 2400 opere: Ritratti e figura umana, Tauromachia, Mitologia, Parafrasi, Animali, Artista e modella, Natura morta, Eros e morte. Al loro interno è possibile cogliere i differenti approcci stilistici e tecnici con cui Picasso reinventa i suoi nuclei iconografici riuscendo con la sua energia creativa, pur privo di una formazione specifica, a spingere verso nuovi esiti le potenzialità del mezzo espressivo. Una sperimentazione dalla valenza autonoma, non finalizzata agli studi preparatori per dipinti e sculture. Tanto che il visitatore non avverte assolutamente la mancanza di questi ultimi. Ed è una delle rare volte in cui il numero molto elevato di opere esposte non si traduce in pochi pezzi notevoli e tanti di appoggio, ma in un vero e proprio tripudio di inventiva – interessantissimi anche i lavori realizzati lo stesso giorno che permettono di cogliere il modus operandi di Picasso, per cui ogni lavoro terminato non era che il punto di partenza per nuove metamorfosi.
Una incessante attività di cui si trova dimostrazione nella sezione che conclude il percorso presentando fra gli altri il ciclo forse più famoso e certamente più monumentale del tardo Picasso, la celebre suite 347, realizzata in sette mesi a 87 anni producendo fino a sette lastre al giorno: summa della sua creatività, una sorta di diario per immagini con cui si mette in scena insieme ai suoi mondi: gli amici e le donne amate, personaggi dell’opera lirica e dei programmi televisivi, sogni e ossessioni. Una potente rivendicazione di vitalità che trova nelle tecniche della grafica il suo linguaggio naturale, a cui si affiderà anche per i lavori dell’ultimissima cartella, la suite 156 (1970-72).
Dopo cotanta verve creativa, potrebbero rischiare di scomparire le opere di piccolo e medio formato di un Markus Raetz (1941-2020) alle prese con la tecnica da fine cesellatore del bulino, che richiede difatti un lungo apprendistato e un’infinita pazienza, fra le poche doti a non appartenere al dirompente Picasso, che pertanto se ne astenne. Anche al visitatore, va detto, è qui richiesta una maggiore concentrazione e contemplazione. Ma era in fondo proprio l’obiettivo dell’artista bernese stimolare l’autonomia estetica e spirituale dell’osservatore. Un esercizio dell’intelletto che sa ricompensare con la gioia di continue scoperte.
Se il largo pubblico apprezza Raetz per i suoi più accessibili palindromi, che qui ritroviamo anche con una selezione di lavori tridimensionali, il corpus delle 80 opere (in gran parte ancora inedite e mai esposte) generosamente condivise dalla vedova Monika Rätz, responsabile del suo lascito, offre la possibilità di esplorare in modo integrale un altro entusiasmante capitolo della smisurata produzione dell’artista, che comprende ben 1600 opere tridimensionali, più di 30mila disegni e 401 stampe.
L’allestimento, coerente anche nella circolarità del percorso che si inanella negli spazi dell’ex convento dei Serviti sede del museo, rivela la continua tensione fra metodo e immaginazione seguendo l’evoluzione del rapporto dell’artista con la tecnica del bulino a partire dal 1994 quando, già 53enne, inizia a sperimentarla, invitato dal dipartimento di Calcografia del Louvre a realizzare un’opera nell’ambito delle commissioni contemporanee ad artisti viventi. Gli si offre così lo spunto per aggiungere al suo bagaglio di tecniche grafiche – che sin da ragazzo aveva iniziato a frequentare nell’atelier del ticinese Peter Travaglini a Büren an Der Aare – anche quella più nobile ed esigente, testando incroci e modulazioni, dal solco finissimo ai tracciati serpentini fino alle incisioni puntiformi. Un vasto lessico che raggiunge l’apoteosi negli universi racchiusi nelle piccole 36 stampe del portfolio Das dünnste Loch (2014-2017), pubblicato postumo nel 2023 e qui presentato per la prima volta nella sua integralità. Un’arte che, dispiegando l’essenza plurale della linea, dal moto vorticoso alle più distillate geometrie, sa tenere in prodigioso equilibrio complessità e semplicità.
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Museo d’arte Mendrisio
Pablo Picasso, maestro dell’incisione
Markus Raetz. Le incisioni a bulino 1994-2017
Fino al 25 gennaio 2026




![Markus Raetz, "Ohne Titel (Gelbe Welle)", Anni Ottanta [1965]](https://www.eidosmedia.ch/wp-content/webp-express/webp-images/uploads/2026/01/markus-raetz-gelbe-welle.jpg.webp)


