TM    Settembre 2026

Illustrare mondi, realizzare visioni

A Neuchâtel, un antico complesso carcerario torna a vivere come polo dedicato al fantastico, con l’ambizione di fare dell’immaginazione una risorsa concreta per generare sinergie, attrattività turistica e valore per il territorio. A dare una portata internazionale al progetto è John Howe, tra i principali illustratori di Tolkien e da 40 anni di casa in Svizzera.

di Susanna Cattaneo

Giornalista

Oggi John Howe è fra i cofondatori della Tour du Fantastique (sopra, a colori), che ha ridato vita all’ex complesso carcerario nel centro storico di Neuchâtel, © Tour du Fantastique
La Tour du Fantastique (in foto, a colori) ha ridato vita all’ex complesso carcerario nel centro storico di Neuchâtel, © Tour du Fantastique

Anche il fantastico ha bisogno di spazi reali. Raccontando l’eterna lotta fra il Bene e il Male, paure e desideri, conflitti interiori ed epici che muovono individui, regni e civiltà, le saghe che hanno contribuito a fare la storia di quella che si continua a etichettare come “letteratura di genere” sanno attraversare generazioni e culture, passando dalle parole alle illustrazioni, dai libri al cinema, dai videogiochi agli universi digitali. Ma per quanto irreali possano essere i mondi che raccontano, oltre che di pagine e pixel hanno bisogno di luoghi fisici. E allora, quale simbolo migliore di una torre carceraria medievale per celebrare la libertà dell’immaginazione? E quale padrino più adatto di John Howe, fra gli illustratori più influenti dell’opera di J.R.R. Tolkien?

Inaugurata lo scorso dicembre nel centro storico di Neuchâtel, la Tour du Fantastique riporta a nuova vita le antiche prigioni della città, rimaste inutilizzate per quasi trent’anni, trasformandole in uno spazio espositivo e di mediazione culturale, un luogo di creazione e incontro e, soprattutto, un nuovo punto di attrazione per una città che del fantastico ha fatto una propria peculiarità grazie al Neuchâtel International Fantastic Film Festival (Nifff).

Dopo aver impresso nell’immaginario collettivo alcune delle più memorabili illustrazioni delle torri create da Tolkien (a sinistra, l’oscura Barad-dûr, 1990, inchiostro, acquerello e tempera su carta, 47,3 × 47,3 cm), © Harper Collins Publishers / The 1991 Tolkien Calendar, Allen & Unwin,1990
John Howe, “Barad-dûr”, 1990, inchiostro, acquerello e tempera su carta, 47,3 × 47,3 cm), © Harper Collins Publishers / The 1991 Tolkien Calendar, Allen & Unwin,1990.

Fulcro del progetto, John Howe. La sua carriera lo ha portato oltre le edizioni illustrate: è stato direttore artistico delle trilogie cinematografiche Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit di Peter Jackson e ha lavorato al design della serie Gli Anelli del Potere. Canadese d’origine, vive a Neuchâtel ormai da quattro decenni. «Io e mia moglie eravamo stati chiamati a Losanna per un film di animazione e passando in treno ci siamo innamorarti della località. Anche nostro figlio è nato qui. Ed è sempre un piacevole punto d’approdo, quando per lavoro si è costretti a viaggiare nel mondo intero», racconta John Howe.

Quando nel 2015 l’architetto cantonale Yves-Olivier Joseph l’ha contattato per proporgli di sviluppare un progetto che valorizzasse quegli spazi così speciali insieme alla sua opera, il grande illustratore si è subito appassionato all’idea, diventandone una figura chiave. Oggi lo si può osservare all’opera al primo piano della Tour du Fantastique, circondato da strumenti, cimeli e testimonianze di oltre quarant’anni di lavoro che ricreano un atelier ideale, trasformando il luogo di produzione dell’artista in parte dell’esperienza del pubblico.

Il suo rapporto con la Svizzera si intreccia con quello, più remoto, del giovane Tolkien che nel 1911, in un’estate torrida quasi quanto l’attuale, attraversò le Alpi in viaggio da Interlaken attraverso la regione di Lauterbrunnen e Grindelwald fino al Vallese: «Bisogna immaginare la Svizzera di inizio Novecento, senza autostrade, linee ad alta tensione, dighe, stazioni sciistiche. Una montagna molto alpina. Per un ragazzo di diciotto anni doveva essere un’esperienza indimenticabile. Così, quando vent’anni più tardi ha iniziato a scrivere la storia di Bilbo, è riaffiorata nelle sue ambientazioni», sottolinea John Howe, che ne trae a sua volta ispirazione. «Le montagne svizzere, anche le piccole vette qui vicine del Giura, offrono moltissimi spunti per la Terra di Mezzo, a differenza delle Montagne Rocciose del Canada che ben conosco ma non si prestano altrettanto. Passo molto tempo a osservare attentamente il paesaggio, poi però, nel momento in cui mi metto all’opera, senza più riflettere, le immagini arrivano spontaneamente», confessa.

Abbiamo tutti un lato pigro che vorrebbe arrivare al successo senza faticare e l’Ai promette esattamente questo. La conoscenza non va più conquistata: diventa questione di accesso. Ma, da artisti, l’interesse viene dal processo creativo stesso, dall’impegno nel realizzare qualcosa. Anche alla fantasia servono dei limiti per spingersi più lontano.

John Howe

John Howe

illustratore e cofondatore della Tour du Fantastique

Pensare che, dodicenne squattrinato, si era visto costretto a iniziare Il Signore degli Anelli dal secondo volume, non trovando in prestito in biblioteca il primo. «All’epoca mi restarono impresse soprattutto le scene di battaglia. A farmi poi capire che quell’universo poteva essere illustrato, sono stati verso la fine del liceo i celebri calendari tolkeniani di metà anni ’70 dei fratelli Hildebrandt: mese dopo mese cominciai a rifarne a modo mio le illustrazioni», ricorda John Howe. Da allora il suo rapporto con Tolkien è diventato un esercizio di interpretazione costante, che non consiste semplicemente nel tradurre in immagini ciò che il testo descrive. «Con un autore come Tolkien, c’è tutta una serie di elementi intorno al testo con cui familiarizzare per illustrarlo: fonti, riferimenti, lettere, i suoi stessi dipinti», spiega.

Il passaggio al cinema cambia ulteriormente la scala. Mentre nel caso dell’illustrazione il rapporto è essenzialmente fra artista, testo e tutt’al più editore, nel cinema la conversazione si gioca fra libro, sceneggiatura, regista e i vincoli della produzione. «Bisogna essere pronti a tornare costantemente su ciò che si è fatto, rielaborare le idee e trovarne di nuove. È un processo molto lungo, soprattutto quando si realizzano tre film di seguito, con persino migliaia di persone coinvolte nelle riprese», avverte John Howe. Complessivamente ha trascorso circa otto anni in Nuova Zelanda come consulente artistico per lungometraggi e serie. Ma il ritorno alla stessa materia narrativa non è mai ripetitivo. «Ogni volta è un universo allo stesso tempo familiare e diverso. Con un’opera così ampia si ha l’opportunità di esplorare altri luoghi, incontrare altri personaggi, altre trame, proprio come per la serie prodotta da Amazon, ambientata tremila anni prima de Il Signore degli Anelli», osserva.

Proprio a John Howe è dedicata la mostra annuale inaugurale della Tour du Fantastique, in programma fino al 18 ottobre. I quattro piani espositivi ospitano su oltre 600 mq un percorso attraverso la sua intera avventura artistica. «Con John abbiamo voluto mettere in evidenza il suo sguardo e il suo lavoro artistico. Abbiamo selezionato oltre 250 fra schizzi, disegni, dipinti e progetti realizzati per diversi supporti e universi di Tolkien, ma anche per altre opere come il Beowulf, Lancillotto e lavori personali. Le opere dialogano per accostamenti tematici, ci sono anche oggetti e video di commento. Si entra così davvero nei suoi Mondi», spiega Diane Launier, curatrice della mostra. È stato John, che già aveva avuto occasione di collaborare con lei per una precedente esposizione di grande successo in Bretagna, a invitarla nel Consiglio di Fondazione della Tour. Quando poi è stato indetto il concorso per assumere un direttore generale, si è imposta sull’ampia rosa di candidati con la sua solida esperienza nella creazione di ponti fra storia dell’arte e industrie creative.

Libro, mostra Viaggio nei Mondi di John Howe, © Jaquet Droz
© Jaquet Droz

L’ampia retrospettiva neocastellana offre all’autore stesso un’occasione per tornare sulle opere che altrimenti costituiscono per lui il punto finale di un lungo processo. «Per il pubblico, invece, un’immagine è nuova anche quando la scopre decine o centinaia di anni dopo la sua realizzazione. Si crea quindi una speciale connessione che attraversa il tempo e, insieme gli sfugge», nota l’artista, che di frequente è possibile incrociare mentre passeggia per la mostra, apprezzando come le sue illustrazioni sappiano coinvolgere un pubblico trasversale, dai nonni ai genitori ai nipoti. «Le generazioni più mature sono invitate a riconnettersi al loro immaginario, per rivedere forse più chiaramente o diversamente ciò che hanno vissuto, mentre i bambini ascoltano i loro racconti fantasticando invece su quei mondi per loro nuovi…», osserva John Howe.

Nei primi otto mesi la Tour du Fantastique ha già attirato 45mila visitatori. «Un bilancio estremamente positivo, quando l’obiettivo era di arrivare a circa 50mila all’anno. Arrivano dall’intera Svizzera, da Francia, Belgio e anche da molto più lontano. Molti vengono per la mostra di John Howe, ma poi visitano anche la città, mangiano qualcosa in un ristorante e si fermano una notte. Un turismo molto interessante per il Cantone», sottolinea Diane Launier. Per Neuchâtel, la scommessa è dunque costruire attorno alla Tour un posizionamento internazionale.

Il progetto di riconversione della torre del XIII secolo e dell’annesso complesso carcerario ottocentesco ha richiesto circa undici anni fra riflessioni, studi, progettazione e lavori, con un investimento complessivo di circa 6,5 milioni di franchi, di cui circa 5 destinati alla trasformazione delle antiche prigioni finanziata dal Cantone, mentre la Città ha contribuito alla realizzazione museografica e scenografica. Il potenziale economico dipenderà dalla capacità di mantenere il flusso di pubblico oltre l’effetto novità. «Per la gestione è stata costituita una fondazione privata, con l’obiettivo di sviluppare un modello economico capace di sostenerne nel tempo l’autonomia finanziaria attraverso biglietteria, boutique, partnership e attività», spiega la direttrice generale.

Ogni anno una nuova esposizione sarà dedicata a un artista, un collettivo o uno studio capace di attirare un pubblico internazionale. Diane Launier sembra avere le carte in regola: lo testimoniano le oltre 220 esposizioni ideate, realizzate e non di rado portate in tournée, da quando nel 2003 ha creato con il marito a Parigi la prima galleria al mondo – e dieci anni dopo il primo museo – dedicati all’arte contemporanea proveniente dalle industrie creative di videogiochi, animazione, manga, fumetto e cinema. Disney, Warner, Ghibli, DreamWorks, Guillermo del Toro e lo stesso John Howe sono alcuni fra i nomi con cui ha collaborato.

Il bilancio dei primi otto mesi della Tour du Fantastique è molto positivo, con 45mila visitatori. Arrivano numerosi anche dall’estero e di tutte le età. Molti vengono per la mostra di John Howe, poi visitano la città, mangiano in un ristorante e si fermano una notte. Una forma di turismo estremamente interessante per il Cantone.

Diane Launier

Diane Launier

direttrice generale della Tour du Fantastique

Attorno alla mostra annuale, verranno organizzati incontri, conferenze, sessioni di autografi, laboratori, masterclass, attività di mediazione e sinergie con altre istituzioni del territorio. Fra queste il Nifff, cofondatore insieme a Città, Cantone e John Howe della Tour du Fantastique, al cui ultimo piano trova spazio la “Fabrique de l’imaginaire” destinata a ospitare residenze di artisti presentati al Festival.

Ma come si spiega che il fantastico continui a esercitare una forza così grande sul pubblico? «Se si guardano i film più visti e i libri più venduti, il fantastico è sempre presente: Star Wars, Il Signore degli Anelli, Avatar, Harry Potter, … sono la nostra mitologia contemporanea e torna alla ribalta anche l’antica con l’Odissea di Nolan. La quête dell’eroe, il conflitto fra potere e libertà, il confronto con l’ignoto, la difesa della natura – pensiamo a Tolkien che apparteneva a una generazione che ha visto l’industrializzazione trasformare il paesaggio – parlano al nostro presente», evidenzia Diane Launier. «Credo che l’immaginazione sia una dimensione fondamentale dell’esistenza», concorda John Howe. «Questa capacità può tradursi in mille modi diversi, fra cui il fantastico. Ciò che trovo particolarmente affascinante è che non sia un genere di pura evasione, al contrario non di rado veicola un forte impegno etico. Nascosta nel racconto, c’è infatti spesso un’ipotesi: l’autore si chiede “Cosa succederebbe se…?”», sottolinea l’illustratore. In questa prospettiva, il successo del genere non dipende soltanto dalla spettacolarità dei suoi mondi immaginari, ma dalla capacità di renderli metafore del reale.

La Tour du Fantastique nasce proprio nel momento in cui la produzione di immagini sta attraversando una trasformazione radicale, ora che è possibile chiedere all’intelligenza artificiale di generarne in pochi secondi. Senza sentimentalismi, John Howe non nasconde le proprie riserve: «Abbiamo tutti un lato pigro che vorrebbe arrivare al successo senza faticare e l’Ai promette esattamente questo. Siamo passati da un mondo nel quale la conoscenza andava conquistata a un mondo nel quale diventa semplicemente una questione di accesso. Se però potessimo tutti correre i 100 metri in 9 secondi, non avrebbe più alcun valore. E se si è artisti, come accontentarsi di opere delle quali non si padroneggia il processo creativo? Delegando a una macchina mi sembra che si faccia un passo indietro. L’interesse viene dal lavoro stesso, dalle sfide che si affrontano per realizzare qualcosa. Sono in particolare preoccupato per le giovani generazioni esposte a questa tentazione», paventa l’illustratore, all’alba dei 70 anni con un’agenda artistica fitta di impegni, dalle produzioni per grande e piccolo schermo a mostre e incarichi speciali, oltre ai suoi progetti personali.

In un’epoca nella quale la tecnologia sembra promettere l’eliminazione di ogni ostacolo, la Tour du Fantastique diventa allora un baluardo del valore di un’immaginazione che non risiede soltanto nella spettacolarità del risultato, ma nella disciplina necessaria per arrivarci. «A volte servono proprio dei limiti per spingersi ancora più lontano. Non si può far leva sul vuoto. Bisogna avere uno stimolo che esorti a superarsi», conclude John Howe. Un luogo non dedicato alla fuga dalla realtà, ma alla capacità di guardarla e comprenderla attraverso altre forme.

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Jaquet Droz Imperial Dragon Automaton Sapphire - OpalFra le molteplici collaborazioni, John Howe è approdato anche al mondo dell’Alta orologeria. Da cinque anni unisce il suo talento all’audacia creativa di Jaquet Droz, contribuendo ai pezzi unici realizzati nei suoi Ateliers di La Chaux-de-Fonds secondo la filosofia distintiva della Maison. Per i Montres d’Art di Jaquet Droz, l’illustratore ha disegnato il suo animale-totem, il drago. «Ad affascinarmi è l’incontro tra la dimensione fluida dell’immaginazione e un oggetto estremamente concreto, con tutte le complessità meccaniche e di miniaturizzazione che comporta. Maîtres d’art e ingegneri fanno un lavoro impressionante: io disegno su formati grandi, mentre loro riescono a racchiudere tutto nelle dimensioni di un orologio. Lo trovo davvero straordinario», commenta John Howe.

Jaquet Droz Imperial Dragon Automaton Sapphire - Opal, © Jaquet DrozCon l’Imperial Dragon Automaton Sapphire, Jaquet Droz ha realizzato con ogni probabilità l’orologio-automa moderno più complesso. Grazie alle sue 16 animazioni, i movimenti del drago, che ghermisce una perla Akoya, seguono una sequenza casuale che ne preserva l’aura di magia e mistero. Ciascun componente è stato scolpito e cesellato a mano, nei materiali più preziosi voluti dal collezionista: una vera opera d’arte, che ha richiesto tutto il savoir-faire sviluppato da Jaquet Droz dal 1738. La sua partnership con la Tour du Fantastique conferma la passione per l’universo di John Howe e consolida il radicamento della Maison nella vita culturale neocastellana, presente anche al Museo d’arte e di storia di Neuchâtel, al Museo Internazionale di Orologeria e all’Accademia di Meuron.

Foto: Jaquet Droz Imperial Dragon Automaton Sapphire – Opal © Jaquet Droz.