TM    Novembre 2025

Il valore della pazienza

Il Private Equity, e in generale i mercati privati, restano al centro dell’interesse e degli investimenti dei Family Office. Cruciali il lungo periodo, ma anche l’esperienza dei gestori. Un’analisi di Paola Nisoli, Analyst di Lagom Family Advisors.

Paola Nisoli

di Paola Nisoli

Analyst di Lagom Family Advisors

In un mondo dominato dal breve termine, i Family Office spesso pensano con orizzonti temporali più lunghi. È questa la lente con cui bisogna leggere i dati del Family Office Investment Insights Report 2025 di Goldman Sachs, un’indagine su 245 Family Office globali che racconta come i grandi patrimoni familiari stiano riposizionando le proprie strategie in un contesto economico che cambia.

Al centro di questo scenario c’è il Private Equity (Pe), regina delle asset class alternative. Tra il 2023 e il 2025, l’allocazione media in Private Equity è scesa dal 26% al 21%. Questa asset class, comunque, non vive isolata; fa parte di un universo più ampio di investimenti alternativi che, nel complesso, rappresentano il 42% circa dei portafogli dei Family Office.

Il Pe rimane la parte più dinamica, orientata alla crescita di valore e all’espansione patrimoniale nel lungo termine.

La contrazione menzionata non sarebbe però un segnale di disaffezione, bensì il riflesso di un contesto complesso. Negli ultimi anni, infatti, diversi fattori hanno spinto gli investitori a ribilanciare i portafogli. Sebbene la maggior parte dei Family Office (61%) non abbia ridotto le proprie allocazioni in alternativi, per quelli che lo hanno fatto la motivazione principale è stata il ribilanciamento del portafoglio (22%), anche a causa del divario tra mercati pubblici e mercati privati, seguito dalla mancanza di capitale restituito o dalla delusione per la performance (14%).

Vi sono poi altri motivi per cui investitori scelgono di rimanere fuori da questo mondo. La scarsa liquidità è il primo: il denaro investito resta bloccato per anni, spesso in assenza di un mercato secondario efficiente. Il secondo fattore critico è il rischio operativo: non tutte le aziende finanziate riescono a crescere o a generare valore, e alcune possono fallire. I costi di gestione, poi, sono tra i più elevati del panorama finanziario. A questo si aggiunge un livello di trasparenza chiaramente inferiore rispetto ai mercati pubblici.

Il quadro, però, non è negativo. La ‘convinzione’ di lungo periodo sul Private Equity è infatti intatta. Dopo un paio di anni di prudenza, i Family Office sono tornati a guardare al Pe con ottimismo, seppure con uno stile diverso, più selettivo, analitico e consapevole. Il 2025 sembra infatti segnare l’inizio di un nuovo ciclo di entusiasmo e si evidenzia come il 39% dei Family Office analizzati preveda di aumentare la propria allocazione al Pe entro 12 mesi, più di ogni altro segmento.

Dietro questo cambio di passo ci sono diversi fattori:
– Il mercato delle Ipo e dell’M&A sta riprendendo vigore. Le condizioni di finanziamento si stanno stabilizzando;
– Le valutazioni sono tornate su livelli più ragionevoli;
– L’età media delle aziende ‘private’ continua a crescere. Nel 2014 si quotavano dopo 6,9 anni; nel 2024 il dato è salito a 10,7. Ciò significa che la fase di creazione di valore avviene sempre più spesso prima della quotazione, ed è lì che i Family Office vogliono essere presenti;
– La domanda di capitale privato è in aumento. Molte aziende innovative preferiscono restare ‘private’ più a lungo, cercando partner pazienti e competenti.

Il risultato è un misurato ottimismo, che si concretizza in investimenti più selettivi, focalizzati su qualità, governance e potenziale di crescita.

Ma come investire in Pe? Il modo più comune per accedere a questa asset class è attraverso fondi primari specializzati, gestiti da società professionali. L’investitore contribuisce con il proprio capitale senza partecipare alla gestione operativa. Le soglie d’ingresso sono elevate e ciò limita l’accesso a investitori qualificati o ad alta disponibilità patrimoniale.

Un’alternativa è rappresentata dai fondi di fondi, che investono a loro volta in più veicoli di Private Equity. Si tratta di strumenti più diversificati, che presentano però costi di gestione più alti a causa della doppia struttura commissionale.

Alcuni investitori preferiscono un approccio più diretto, finanziando imprese non quotate o attraverso Club Deal. In questi casi è possibile influenzare attivamente la gestione, ma ciò richiede spesso competenze specifiche e capitale elevato.

Negli ultimi anni, l’evoluzione normativa e tecnologica e l’innovazione delle strutture hanno aperto la strada a ulteriori soluzioni d’investimento. I fondi evergreen semiliquidi, ad esempio, rappresentano una nuova soluzione che consente agli investitori di accedere a un universo tradizionalmente riservato ai grandi istituzionali, con maggiore trasparenza, rendicontazione più frequente e finestre di liquidità periodica. Dunque una soluzione intermedia, ideale per investitori con orizzonte lungo ma che desiderano più controllo e flessibilità. Per i Family Office, che uniscono visione di lungo termine e necessità di gestione dinamica della liquidità, tali fondi possono essere uno strumento strategico per diversificare l’esposizione ai mercati privati, senza rinunciare del tutto ai margini di manovra.

Negli ultimi anni, è inoltre esplosa la crescita dei mercati secondari del Private Equity. Nel 2025, il 72% dei Family Office investe in ‘secondaries’, contro il 60% del 2023. Il motivo è semplice: i secondari offrono accesso a portafogli di asset già maturi, con durata residua più breve e rendimenti più prevedibili. Questo approccio permette di mitigare la J-curve, in particolare la fase iniziale, in cui i rendimenti dei fondi Pe tendono a essere negativi prima di risalire. I secondari sono visti come porta d’ingresso al Pe che consente di diversificare il portafoglio, testare gestori e strategie, e mantenere una certa flessibilità nel tempo.

Ma come costruire un portafoglio e avvicinarsi al Pe? Non ci sono formule predefinite. Occorre comprendere le esigenze dell’investitore, il profilo di rischio e le aspettative di ritorno. La regola aurea rimane sempre quella della diversificazione, tra strategie d’investimento e aree geografiche, settori, tipologia d’investimento, dimensioni e annate. Distribuire gli impegni nel tempo, diversificando per vintage, permette di mantenere un’esposizione stabile e un flusso regolare di rendimenti. Fondamentale è infatti la gestione della liquidità dato che i fondi ‘classici’ richiamano il capitale in più fasi e serve una pianificazione attenta per evitare squilibri di cassa.

Cruciale è anche la scelta dei gestori. La due diligence deve valutare competenze, trasparenza e allineamento di interessi. Molti Family Office iniziano con fondi di fondi, per poi passare nel tempo a investimenti diretti o co-investimenti.

Alcuni player, internamente o attraverso collaborazioni qualificate, hanno la competenza per scegliere attentamente investimenti diretti. Spesso si opta per un modello ibrido: una parte di capitale gestita internamente, con pieno controllo sulle decisioni strategiche, e una parte affidata a partner di fiducia, scelti per track record e allineamento di valori.

Guardando al futuro, il Private Equity dei Family Office sarà sempre più selettivo e tematico. Goldman Sachs evidenzia l’attenzione a settori come tecnologia, salute ed energia. Spesso si scelgono investimenti che rispecchiano i valori della famiglia stessa. Anche la componente Esg e la sostenibilità economica sono criteri importanti, non tanto per moda, quanto per allineamento con la visione intergenerazionale che caratterizza questi investitori. In diversi casi, i Family Office preferiscono progetti che uniscano ritorno finanziario e valore sociale, con un legame diretto tra capitale e identità familiare.

Il Private Equity diventa quindi uno strumento di espressione e continuità, oltre che di rendimento, un’estensione della filosofia familiare, un modo per creare valore e un ponte tra le generazioni.

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