Pochi, e grandi. Ma?
Se tra i problemi che i prodotti passivi stanno causando l’alta concentrazione di alcuni indici e titoli è tra i principali, la medesima dinamica si sta verificando a livello di industria, con una pressione crescente cui sono soggetti gli attori di medie dimensioni, che dovrebbe portare a un’ulteriore fase di consolidamento del settore. «È in primis il forte aumento dei costi, in un arco temporale relativamente ristretto, a causare molte delle attuali difficoltà, le società sono chiamate a strutturarsi sempre di più, il che unito ai costi imposti dalla regolamentazione rischia di mandare fuori mercato soprattutto gli operatori di medie dimensioni, con un gestito tra i 100 e i 500 miliardi. Attori che vorrebbero competere su scala mondiale, ma che non ne hanno ancora le forze. I gestori più grandi sono già attivi su scala mondiale, e possono contare su modelli di business consolidati e diversificati, mentre i più piccoli possono mantenersi snelli, e agire in quelle che sono nicchie di mercato particolarmente remunerative, tipiche delle boutique d’investimento svizzere, esternalizzando una parte dei costi», evidenzia il responsabile di Bny Mellon.
Se da un lato il consolidamento può sicuramente offrire maggior efficienza, dall’altro a cosa sarà necessario rinunciare? «Il concentrarsi del mercato nelle mani di pochi operatori fortemente specializzati, e molto grandi, concentrati in pochi hub finanziari, al pari che in altri ambiti espone al rischio di una perdita di pluralità di approcci e prospettive dell’industria, riducendone grado d’innovazione e più in generale la competitività. A risentirne potrebbe anche essere l’economia reale, specie quei mercati meno coperti e apprezzati, che finirebbero con l’essere ancora più esclusi dal mercato dei capitali», precisa il responsabile di Eurizon.
A perderci sarà anche l’investitore medio, che avrà sì a disposizione strumenti meno cari, ma al tempo stesso molto più omologati e uniformi. «La diversificazione delle strategie d’investimento tenderà inevitabilmente a ridursi, impattando il grado d’innovazione delle società, tendenza però controbilanciata dal diffondersi dell’adozione delle nuove tecnologie, che dovrebbero almeno in parte tamponare il problema. Digitalizzazione e nuove tecnologie hanno garantito negli ultimi anni alle boutique la possibilità di emergere, a costi ragionevoli, e ritagliarsi un ruolo, per continuare a farlo sarà necessario scommettere ancora su strategie di nicchia, e dunque competenze specifiche, tali da garantire una proposta attraente, in termini di costo e rendimento. Non potendo competere con i giganti del settore per capacità di distribuzione, la loro vera forza, bisogna puntare tutto sui risultati, e sulla qualità di quanto offerto al mercato», nota l’esperto di Asteria.


