TM    Febbraio 2026

IC Forum Switzerland, febbraio 2026: l’aiuto umanitario si reinventa

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Tecnologia, settore privato, priorità selettive: questo il nuovo vocabolario dell’aiuto umanitario esaminato a Ginevra nella 5° edizione dell’International Cooperation Forum Switzerland.

di Andreas Grandi

Ic Forum 2026, © Yara Hunziker EDA
©Yara Hunziker EDA In foto: Ignazio Cassis, Consigliere Federale, e responsabile del DFAE, Dipartimento Federale degli Affari Esteri.

Non è mai il momento adatto per parlare di cooperazione internazionale: ad esempio, mentre le guerre si moltiplicano, i finanziamenti internazionali per l’aiuto umanitario sono crollati di quasi il 45% rispetto al 2022. L’anno scorso, su 300 milioni di persone bisognose di assistenza, solo 98 milioni l’hanno effettivamente ricevuta.

Sono numeri che non lasciano spazio a commenti, ma aprono ad un dialogo con la voce della nostra coscienza.

È in questo contesto che Ginevra ha ospitato, il 26 e 27 febbraio 2026, la quinta edizione dell’IC Forum — l’International Cooperation Forum Switzerland — al Centro internazionale di conferenze del Centre International de Conférences Genève, nel quartiere della Place des Nations che, nella città del Lemano, ospita le organizzazioni internazionali e gli uffici delle Nazioni Unite. Oltre 1.500 partecipanti da 120 paesi. Sul palco, tra gli altri, il consigliere federale Ignazio Cassis, il sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari Tom Fletcher e la presidente del CICR Mirjana Spoljaric. Non è stato un convegno di routine.

Chi conosce anche la Ginevra dei corridoi del Palais des Nations, degli uffici dell’UNHCR e delle sale riunioni del CICR infatti sa che la città sul Lemano è il luogo dove il sistema umanitario multilaterale ha preso forma nel corso degli ultimi settant’anni. Le quattro Convenzioni di Ginevra, firmate nel 1949, ne hanno fatto la capitale morale e diplomatica della protezione dei civili in tempo di guerra. Ma la Svizzera, in quanto Stato depositario, porta questa responsabilità con una consapevolezza istituzionale che integra le competenze delle normali iniziative diplomatiche.

Si tratta di un presupposto chiaramente avvertito, e condiviso dai presenti, quando hanno ascoltato il responsabile del DFAE, Ignazio Cassis, aprire il Forum con un discorso volutamente sobrio nei termini, ma preciso nella analisi delle prospettive. «Concentrer nos efforts là où les besoins sont vitaux. Rechercher un impact réel. Facta, non verba»: concentrare gli sforzi dove i bisogni sono vitali, cercare un impatto reale, fatti e non parole. Tre affermazioni che valgono più di una qualsiasi dichiarazione d’intenti.

Gli obiettivi del Forum erano stati espressi senza mezzi termini già nel titolo: ridefinire le priorità umanitarie in un contesto geopolitico in evoluzione. In parole semplici: il vecchio modello non funziona più. Per decenni il settore si è mosso secondo una logica elementare — più crisi, più bisogni, più fondi. L’equazione era imperfetta ma reggeva. Oggi è obsoleta.

I bilanci pubblici dei principali paesi donatori sono sotto pressione. L’unilateralismo è tornato prepotentemente in scena. Basti ricordare che, a inizio febbraio 2025, il congelamento dei pagamenti da parte degli Stati Uniti aveva portato alla chiusura immediata di centri di distribuzione alimentare e di scuole nel campo profughi di Cox’s Bazar, in Bangladesh, dove vivono circa due milioni di rifugiati Rohingya. Lo ha raccontato direttamente Dominik Stillhart, delegato del Consiglio federale per l’aiuto umanitario, ricordando che dopo la rinuncia americana ha assistito ad una crisi sistemica che si è poi diffusa a livello mondiale.

La Svizzera, in questo periodo storico, oggi non sceglie di ritirarsi ma piuttosto di riorientarsi.

Nel 2025, i fondi di emergenza sono stati esauriti rapidamente a causa delle crisi simultanee. Ma, ad esempio, il Parlamento ha approvato un credito supplementare di oltre 50 milioni di franchi svizzeri per il Sudan. Dall’inizio del conflitto sudanese la Svizzera ha stanziato circa 190 milioni di franchi, includendo il sostegno ai paesi limitrofi come Ciad, Sudan del Sud ed Egitto. Sono cifre reali, non promesse di intervento. E questo fa la differenza quando si parla di credibilità diplomatica in ambito multilaterale.

Ma il nodo che l’IC Forum ha messo al centro del dibattito è strutturale, non contingente. Il sistema umanitario tradizionale — fondato su grandi organizzazioni internazionali, flussi di finanziamento pubblici e cicli di progetto pluriennali — si trova oggi a operare in un ambiente radicalmente mutato. Perché le crisi non si susseguono, si sovrappongono. Gaza, Sudan, Ucraina, Afghanistan, Congo: non sono emergenze isolate ma epicentri permanenti di un sistema globale che produce instabilità in modo cronico.

In questo contesto, la logica del «più fondi uguale più impatto» si è rivelata, come ha detto Cassis richiamandosi alla semplicità della evidenza, «une illusion» — un’illusione. I risultati poco duraturi nello sviluppo e la persistenza delle crisi umanitarie inoltre ricordano che il problema è sistemico, non finanziario. La risposta proposta dal Forum, e che la Svizzera ha scelto di incarnare operativamente attraverso la propria agenzia di cooperazione (DSC), si muove lungo tre obiettivi che nel discorso di apertura Cassis ha enunciato con precisione.

Il primo: integrare le nuove tecnologie — e in particolare l’intelligenza artificiale — non come slogan, ma come strumento al servizio dell’azione umanitaria.

Il secondo: mobilitare nuovi partner, in particolare nel settore privato, perché le sfide sistemiche richiedono nuove alleanze.

Il terzo: concentrarsi dove si è davvero efficaci, accettando di «fare meno, forse, ma fare meglio». Tre metodiche procedurali che delineano una strategia di riposizionamento selettivo dalle importanti implicazioni operative e geopolitiche.

Sul fronte tecnologico, l’adozione di strumenti di intelligenza artificiale nell’azione umanitaria apre prospettive concrete: analisi predittiva per l’allocazione delle risorse, ottimizzazione delle catene logistiche, monitoraggio remoto delle crisi in tempo reale. Ma introduce anche rischi che la comunità internazionale non ha ancora percepito in modo adeguato, come i pregiudizi degli algoritmi, i bias, nelle decisioni su quando intervenire, le dipendenze tecnologiche dai fornitori privati, i divari digitali tra gli operatori internazionali e le comunità locali. Non si tratta di ipotesi astratte — si tratta di variabili operative che incidono direttamente sull’efficacia e sulla legittimità degli interventi. Il dibattito è aperto, e il Forum lo ha posto sul tavolo senza pretendere di chiuderlo.

Il coinvolgimento del settore privato è il punto più delicato del nuovo orientamento dell’aiuto umanitario. Non è una novità assoluta: da anni alcune grandi aziende tecnologiche e finanziarie partecipano a meccanismi di finanziamento innovativo e di contrasto alle emergenze. Ma ciò che si profila oggi è un cambiamento di scala e di ruolo: non più sponsorizzazioni marginali o accordi di partnership formali, ma un’integrazione sostanziale di capitali, competenze logistiche e capacità di innovazione privata nella risposta umanitaria. I vantaggi potenziali sono reali: velocità di risposta, efficienza operativa, accesso a risorse che i bilanci pubblici non possono garantire. I rischi sono altrettanto concreti: conflitti di interesse, deresponsabilizzazione degli stati, subordinazione delle priorità umanitarie a logiche di rendimento.

Trovare il punto di equilibrio tra queste due polarità è esattamente il lavoro che il sistema multilaterale deve fare, e che la quinta edizione dell’IC Forum ha messo formalmente all’ordine del giorno. Il programma della due giorni ginevrina ha infatti rispecchiato questa evoluzione costruttiva. La prima sessione dei lavori infatti è stata dedicata al quadro globale — le grandi trasformazioni geopolitiche e le loro implicazioni per il settore umanitario. In seguito, i lavori si sono concentrati su obiettivi precisi: soluzioni concrete, approcci innovativi, casi di studio dal campo. Ricordiamone alcuni: il rispetto del diritto internazionale umanitario in tempi incerti, il futuro della Ginevra internazionale, il ruolo della diplomazia umanitaria, il coinvolgimento del settore privato nelle crisi, l’innovazione accademica applicata alla cooperazione, l’attacco alle cause delle crisi piuttosto che ai loro sintomi.

Quest’ultimo punto merita attenzione: spostare il baricentro dall’emergenza alla prevenzione strutturale è una delle trasformazioni più profonde — e più difficili — che il sistema umanitario possa intraprendere, perché richiede orizzonti temporali, strumenti di valutazione e meccanismi di finanziamento completamente diversi da quelli cui sinora il settore era abituato. Ecco quindi che la sessione conclusiva della due giorni ginevrina — «Reality check Switzerland: Is the Swiss humanitarian aid ready for tomorrow?» — ha proposto un obiettivo che non ha lasciato spazio alle interpretazioni. Era un interrogativo reale, posto davanti a una platea che includeva esponenti delle pubbliche amministrazioni, volontari, rappresentanti del mondo accademico e del settore privato.

La Svizzera ha costruito decenni di credibilità su questi principi. La sfida attuale è mantenere quella credibilità in un contesto in cui le risorse si riducono, la competizione geopolitica per l’influenza nelle aree di crisi si intensifica e le aspettative delle popolazioni colpite non diminuiscono. Non è una sfida solo elvetica: è la sfida cui è chiamato anche il multilateralismo nella sua forma attuale. «La clarté. La discipline. L’efficacité»: chiarezza, disciplina, efficienza. Con queste tre parole Cassis ha riassunto il discorso con cui a Ginevra ha avviato la quinta edizione dell’IC Forum — l’International Cooperation Forum Switzerland.

Le risposte, hanno ricordato i relatori, definiscono un quadro complesso: alcune pratiche svizzere funzionano, alcune andrebbero ripensate, mentre la pressione esterna — finanziaria, operativa e geopolitica internazionale— richiede adattamenti rapidi.

Queste le priorità che hanno dunque giustificano l’intervento di Ignazio Cassis. Quest’ultimo infatti ha ricordato che «dans le bruit du monde, ajouter des mots aux mots ne suffit plus» — nel rumore del mondo, aggiungere parole alle parole non basta più.

Altra variabile di cui si deve tener conto, e sovente trascurata, è il parallelismo cronologico tra il 5° l’IC Forum e la 61ª sessione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, svoltasi sempre a Ginevra ma pochi giorni prima, il 23 febbraio. Anche in quella riunione Cassis aveva anticipato, confermandole, le sue priorità. «Nous ne pouvons pas tout faire. Nous devons concentrer nos efforts là où les droits sont le plus menacés et viser un impact réel» — non possiamo fare tutto, dobbiamo concentrare gli sforzi dove i diritti sono più minacciati e mirare a un impatto reale, questo l’esordio del responsabile del DFAE.

Non è casuale la coerenza del messaggio di Cassis in queste due riunioni. Anzi, riflette una scelta politica deliberata della Svizzera di presentarsi, in questo momento di ridefinizione dell’ordine multilaterale, come un attore che si distingue per chiarezza di priorità e disciplina di esecuzione. Nel quadro geopolitico attuale, questa posizione ha un valore strategico che va al di là della filantropia istituzionale. Chi dimostra capacità di intervento rapido, trasparente e misurabile consolida relazioni strategiche e ispira le norme e la prassi a livello multilaterale.

La Svizzera ha costruito decenni di credibilità su questi principi. La sfida attuale è mantenere quella credibilità in un contesto in cui le risorse si riducono, la competizione geopolitica per l’influenza nelle aree di crisi si intensifica e le aspettative delle popolazioni colpite non diminuiscono. Non è una sfida solo elvetica: è la sfida cui è chiamato anche il multilateralismo nella sua forma attuale. «La clarté. La discipline. L’efficacité»: chiarezza, disciplina, efficienza. Con queste tre parole Cassis ha riassunto il discorso con cui a Ginevra ha avviato la quinta edizione dell’IC Forum — l’International Cooperation Forum Switzerland.

Sono constatazioni da interpretare oltre la semplice evidenza dei termini. Infatti, nel contesto in cui sono state pronunciate — davanti alla platea della cooperazione internazionale, in una città che testimonia e riassume settant’anni di storia umanitaria, in un momento in cui il sistema che proprio quella storia ha costruito è sotto pressione, da più direzioni e simultaneamente — acquistano un peso specifico diverso. Non sono uno slogan. Sono un orientamento operativo, ed il tratto distintivo di un progetto che si conferma rivolto al futuro.

Ed ecco quindi che la attenzione che i protagonisti della geopolitica economico-finanziaria mondiale hanno dedicato all’IC Forum 2026 si riassume come un contributo ad investire nella comprensione della società contemporanea. Perché ciò che si è discusso a Ginevra in questi giorni non ha riguardato solo le crisi di popolazioni perse in geografie distanti, ma riguarda l’architettura del sistema internazionale con cui tutti, direttamente o indirettamente, abbiamo a che fare. E capire come quell’architettura sta cambiando, chi la vuole ricostruire e con quali strumenti, chi invece preferisce ignorarla, è una delle informazioni più utili che un lettore attento possa recepire, indipendentemente dal settore in cui opera o dalla prospettiva da cui guarda il mondo. Prima di sorprenderci per cambiamenti di cui poi ci scopriamo impreparati, ma perché in partenza abbiamo scelto di trascurare.

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