Tra tensioni sulla liquidità, esplosione del debito e aumento dei tassi in Giappone, l’economia mondiale sta attraversando una fase di rapido ma intenso riassestamento.
La liquidità. Dopo oltre un decennio di allentamento quantitativo (Qe) volto a sostenere la ripresa dell’economia in tutte le principali macro regioni, nel 2022 la Federal Reserve ha invertito la tendenza varando un Quantitative Tightening, ossia la riduzione graduale del proprio bilancio, drenando liquidità dal sistema. L’obiettivo dichiarato era quello di riportare il bilancio a circa 6 trilioni di dollari, rispetto ai quasi 9 raggiunti al picco. Tuttavia, a fine ottobre la Fed ha annunciato la chiusura anticipata del programma, pur vantando ancora un bilancio da 6,7 trilioni. La decisione è stata motivata dalle tensioni osservate sui mercati monetari e da quelle relative alla liquidità in generale.
Ciò si traduce in una forte volatilità nelle aspettative di un taglio dei tassi durante la riunione della Fed di dicembre. A fine ottobre, i mercati prevedevano una probabilità vicina al 100% di un taglio dello 0,25%. Questa probabilità è poi scesa a meno del 30, prima di risalire all’81% a fine novembre. Come atteso il costo del denaro è sceso di altri 25 bps, assestandosi tra il 3,5 e il 3,75%.
L’AI. Queste tensioni sulla liquidità e le incertezze sulla politica monetaria statunitense hanno conseguenze ancora più sostanziali in un mondo fortemente indebitato e sempre più dipendente dai mercati dei capitali privati, ora stimati a 16 trilioni di dollari. Allo stesso tempo, il fabbisogno di finanziamenti non è mai stato così elevato. I soli investimenti in Intelligenza Artificiale, ad esempio, potrebbero spingere a emettere nei prossimi 5-10 anni prestiti per circa 5 trilioni.
Questa pressione si sta già facendo sentire, come dimostra il caso di Oracle, che sta investendo massicciamente in data center. I suoi Cds, ovvero il premio annuale per proteggersi dal rischio di insolvenza, è triplicato dall’estate, superando i 120 bps. Un aumento che fa lievitare i suoi costi di finanziamento e che accende il faro sulla redditività effettiva di tali investimenti.
Il Sol levante. L’economia nipponica sta attraversando una fase singolare, unica negli ultimi anni, in cui la politica fiscale e quella monetaria sembrano procedere lungo sentieri contrapposti. Mentre la Banca del Giappone (BoJ) procedeva a una normalizzazione molto graduale delle sue politiche ultra espansive, l’arrivo del nuovo Governo ha cambiato le carte in tavola. Tokyo ha infatti svelato un piano di stimoli di ampia portata, non che sia una novità, pari al 3% del Pil. Si tratta di uno stimolo fiscale destinato a sostenere le famiglie più fragili, ma che complica le intenzioni della Banca Centrale.
Sui mercati obbligazionari, tuttavia, l’aumento dei tassi non tarda ad arrivare. Il tasso del decennale giapponese è già salito all’1,8%, superando per la prima volta il suo equivalente cinese. Gli investitori sembrano quindi dubitare della sostenibilità del percorso di bilancio del Paese e prevedono che la BoJ sarà costretta ad aumentare ulteriormente i tassi per contrastare un’inflazione che al momento è la più alta tra i Paesi occidentali. Una tale evoluzione potrebbe rallentare le strategie di carry trade e, in ultima analisi, offrire sostegno allo yen.
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