TM    Settembre 2025

I limiti del confinamento

Recenti decisioni giudiziarie e studi scientifici sull’argomento permettono di rivedere criticamente la portata delle misure imposte alla libertà delle persone durante la pandemia. L’Opinione di Stelio Pesciallo, avvocato e notaio presso lo Studio 1896, Lugano.

Stelio Pesciallo

di Stelio Pesciallo

Avvocato e notaio presso lo Studio 1896, Lugano

Non mi consta che in Svizzera la vicenda “Covid” e le misure che l’hanno accompagnata siano state sottoposte dalle varie istanze a una doverosa rielaborazione critica, a differenza di quanto accaduto altrove.

In Germania, ad esempio, la Corte Costituzionale del libero Stato di Sassonia, su ricorso del partito AfD, si è occupata a quattro anni di distanza delle restrizioni che hanno limitato la libertà personale e il libero movimento dei cittadini, fino al divieto di uscire di casa la sera. La Corte ha sentenziato che, in particolare, detto divieto e la limitazione alla partecipazione in determinati ambienti come chiese, case di risposo, funerali, matrimoni, erano e sono contrari ai dettami costituzionali e non rispettosi del principio di proporzionalità al quale deve adeguarsi ogni misura che limita i diritti garantiti dalla Costituzione.

Di portata molto più ampia è uno studio dal titolo “Did Lockdowns Work?” (Il Lockdown ha funzionato?) pubblicato dal Prof. Steve H. Hanke, fondatore e codirettore dell’Istituto di economia applicata, salute globale ed economia dell’impresa presso la Johns Hopkins University. Partendo dall’assunto difeso da chi ritiene che le misure di lockdown abbiano permesso di salvare vite umane, ha condotto insieme ai ricercatori Jonas Herby e Lars Jonung una cosiddetta meta-analisi, che consiste in una tecnica statistica che combina i risultati di più studi indipendenti sullo stesso argomento al fine di ottenere una stima complessiva più precisa.

Istituzioni e mass media hanno boicottato i risultati dell’ampia meta-analisi del Prof. Steve H. Hanke, Did Lockdowns Work?, che mostra come le misure limitative delle libertà personali durante la pandemia Covid 19 – tra le più gravi dei tempi moderni – abbiano generato benefici molto limitati, a fronte di costi enormi alla società.

L’incipit di tale studio ha avuto luogo in Svezia dove, in ossequio alla propria Costituzione, invece delle misure limitative promulgate dalla maggior parte degli altri Stati, tra cui la Svizzera, si sono unicamente emanate raccomandazioni sul comportamento personale, prediligendo la strategia dell’immunità di gregge. Nonostante le critiche sollevate da ‘esperti’ e mass media di altri paesi, la Svezia ha così presentato il più ridotto eccesso di mortalità dell’intera Eurozona.

Da qui è sorta la domanda se il lockdown, in quanto misura costringente non farmacologica, sia stato in grado di ridurre la mortalità e, se sì, in quale misura. Sono stati considerati 19.646 studi che avrebbero potuto contribuire a rispondere alla domanda. Dopo attente valutazioni e tre livelli di screening, ne sono stati selezionati 32, distinti in tre tipologie.

Secondo la prima tipologia, basata su studi sull’indice di severità delle misure di confinamento, il lockdown medio promulgato dalla primavera del 2020 in Europa e negli Usa avrebbe ridotto la mortalità solo del 3,2%, che si traduce in circa 6mila morti evitate in Europa e 4mila negli Usa. Le misure di confinamento domestico considerate dalla seconda tipologia avrebbero contenuto la mortalità solo del 2% (- 4mila morti Europa; -3mila Usa), mentre gli interventi non farmacologici specifici rientranti nella terza tipologia del 10,7% (-23mila morti Europa; -16mila Usa). Facendo i dovuti raffronti, annualmente a causa della usuale influenza si verificano 72mila morti in Europa e 38mila negli Usa!

Le conclusioni della meta-analisi indicano dunque che le misure di lockdown hanno avuto minimi effetti, se non nulli, sulla mortalità per Covid 19, considerato che il semplice volontario cambiamento nelle abitudini personali, quali le misure di distanziamento, ha giocato un ruolo importante nel mitigare gli effetti della pandemia. Ma i risultati di questo studio sono stati boicottati da istituzioni e mass media, tacendo come le misure limitative delle libertà personali, tra le più gravi dei tempi moderni, abbiano generato benefici – questi sì – molto limitati, a fronte di costi enormi alla società.

Un numero considerevole di indagini ha permesso di accertare che le misure di lockdown hanno prodotto effetti disastrosi sul lungo periodo. Hanno impattato le attività economiche, causato sfasciamento di aziende e l’aumento vertiginoso del debito pubblico, come abbiamo  constatato anche in Svizzera. In aggiunta, vi è stato l’impatto sull’insegnamento scolastico, che si traduce in un ridotto investimento nel capitale umano, un aumento dei casi di scompensi psichici e violenze domestiche, e quindi perdita di qualità di vita.

Come se non bastasse in base a un altro studio, condotto da Casey Mulligan e Robert Arnold, si è potuto accertare che dall’aprile 2020 a fine 2021 negli Usa i decessi per cause non direttamente legate al Covid sono aumentati di ben 97mila unità rispetto ai periodi precedenti, riconducibili a ipertensione, diabete, obesità, consumo di stupefacenti, omicidi e incidenti stradali.Tutte cause dell’isteria collettiva instaurata, su sollecitazione epidemiologica rivelatasi errata (da ricordare la stima dell’Imperial College di Londra di 22 milioni di morti nei soli Usa per causa della pandemia) dai vari poteri statali che non hanno visto l’ora di marcare presenza con misure draconiane limitanti la libertà personale.

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