In queste pagine ho spesso affrontato i temi energetici con un approccio rigorosamente quantitativo, basato sui numeri reali e non su affermazioni ideologiche o semplificazioni fuorvianti. Già in TM Ottobre 2024 erano state ricostruite in dettaglio l’andamento dei consumi energetici mondiali per area geografica tra il 2019 e il 2023, accompagnando quei dati con i valori delle emissioni di Co2. Il quadro che emergeva era molto chiaro: nonostante le numerose conferenze internazionali sul clima, gli obiettivi dichiarati di contenimento del cambiamento climatico non risultavano raggiunti nei fatti, mentre le ipotesi di una rapida riduzione strutturale dell’uso delle fonti fossili apparivano, almeno nel breve e medio termine, poco realistiche.
I numeri mostravano infatti che, dal 2019 al 2023, il consumo mondiale di energia era aumentato di 9.933 TWh, mentre nello stesso periodo l’incremento complessivo delle rinnovabili, intese come solare, eolico, geotermico, biomassa e rifiuti, era stato pari a 5.005 TWh.
Ciò significa che, pur crescendo rapidamente, le rinnovabili non erano riuscite nemmeno a inseguire integralmente l’aumento della domanda energetica globale, figurarsi a sostituire in tempi brevi la base fossile del sistema. Questo è il punto centrale che spesso viene omesso nel dibattito pubblico: il problema non è soltanto aumentare la produzione da fonti alternative, ma farlo con velocità sufficiente a compensare una domanda mondiale che continua a crescere.
L’Europa rappresenta un caso particolarmente emblematico. Da un lato ha ridotto in misura rilevante le proprie emissioni; dall’altro ha accentuato la propria vulnerabilità industriale e strategica. Tra il 2013 e il 2023 l’Europa ha ridotto le emissioni di Co2 di circa 889 milioni di tonnellate l’anno, mentre nello stesso periodo le emissioni mondiali sono comunque aumentate annualmente di 2.428 milioni di tonnellate, soprattutto per effetto della crescita di altre aree economiche con cui l’Europa compete. È quindi legittimo domandarsi quale sia il risultato effettivo di questo sforzo, se esso comporta perdita di competitività industriale senza produrre una riduzione globale delle emissioni. In altre parole, l’Europa ha fatto sacrifici importanti, ciononostante il bilancio mondiale resta negativo.
In questo contesto, lo stretto di Hormuz assume un valore decisivo. Esso non è un semplice passaggio marittimo regionale, ma uno dei principali colli di bottiglia del sistema energetico globale. Una quota enorme del petrolio e del gas naturale liquefatto esportati dal Golfo Persico attraversa infatti questo stretto prima di raggiungere Asia, Europa e altri mercati internazionali. Quando si parla di Hormuz, dunque, non si parla soltanto di geopolitica mediorientale, ma della stabilità energetica dell’intero pianeta.
Seguendo quotidianamente (al 20 marzo 2026) i commenti sugli eventi in corso, si ha spesso avuto l’impressione di ascoltare valutazioni scollegate dalla realtà fisica dell’energia. Si sentono capi di Governo sostenere che non vi sarebbero particolari problemi di approvvigionamento, oppure che il sistema potrebbe riorganizzarsi rapidamente attraverso rotte alternative.
In realtà, chi ha familiarità con i numeri sa che le infrastrutture energetiche non si sostituiscono con dichiarazioni politiche. Oleodotti, terminali, flotte, raffinerie, contratti di fornitura e capacità di rigassificazione hanno limiti materiali, tempi tecnici e costi elevatissimi. L’energia non è una ‘semplice opinione’: è una questione di volumi, logistica, tempi e continuità fisica delle forniture.
Per rendere più comprensibile la portata del problema, si possono trasformare in terawattora i volumi di energia che transitano quotidianamente attraverso Hormuz, in modo da confrontarli con i consumi energetici nazionali e con l’energia primaria complessivamente usata dalle principali economie. Si ricordi che 1 TWh equivale a un miliardo di chilowattora e, in termini di petrolio, corrisponde a circa 0,59 milioni di barili equivalenti. Questa conversione permette di leggere il problema in termini più intuitivi e comparabili, soprattutto per chi ragiona abitualmente su elettricità, consumi nazionali o bilanci energetici.
La conclusione è semplice: se Hormuz venisse chiuso o anche solo fortemente limitato, il danno non sarebbe affatto uniforme. Alcuni Paesi subirebbero contraccolpi molto più gravi di altri. Le economie asiatiche fortemente dipendenti dall’import energetico del Golfo sarebbero tra le più esposte, ma anche l’Europa, pur con una dipendenza indiretta e differenziata da Paese a Paese, resterebbe vulnerabile. Non si tratta soltanto dell’aumento del prezzo del greggio o del gas: sarebbe colpita l’intera catena produttiva, dai trasporti all’industria chimica, dalla generazione elettrica ai fertilizzanti, fino ai costi agricoli e alimentari.

Su quest’ultimo punto è utile ricordare qualcosa che nel dibattito pubblico viene spesso trascurato. Il petrolio e il gas non servono soltanto a far muovere automobili o a riscaldare edifici. Sono alla base di una parte fondamentale della chimica moderna: fertilizzanti, plastiche, solventi, prodotti industriali intermedi, componenti farmaceutici e una grande quantità di materiali senza i quali il sistema economico contemporaneo semplicemente non funzionerebbe.
Senza petrolio e gas non verrebbe meno, seppur temporaneamente, solo una quota della mobilità o della produzione elettrica, ma una parte essenziale della struttura produttiva mondiale e, indirettamente, anche della produzione alimentare.
Mentre scrivo, il conflitto che coinvolge l’area di Hormuz non consente ancora una valutazione definitiva degli effetti quantitativi finali. Sarebbe quindi prematuro compilare una colonna conclusiva sugli impatti effettivi a crisi terminata. Tuttavia una considerazione può già essere fatta. Ogni seria minaccia alla continuità del traffico energetico in quell’area ha immediatamente un effetto sui mercati, sui premi assicurativi, sui costi del trasporto marittimo, sulle aspettative degli operatori e quindi sui prezzi dell’energia. In un mondo che consuma quantità crescenti di energia primaria, basta il timore di una riduzione dell’offerta per generare onde d’urto economiche globali.
Esiste poi un paradosso che merita di essere segnalato. Da anni si invoca una riduzione dell’uso delle energie fossili per motivi ambientali, ma quando tale riduzione si profila per effetto di una crisi geopolitica improvvisamente nessuno ne sottolinea le implicazioni teoriche. È ovvio che una contrazione delle forniture ottenuta attraverso guerre, tensioni militari o instabilità internazionale non rappresenta affatto una soluzione desiderabile, perché produce sofferenza umana, recessione, insicurezza e nuovi squilibri. Tuttavia, questo paradosso dimostra una verità elementare: il mondo moderno non ha ancora costruito un sistema alternativo capace di sostituire rapidamente e senza traumi la centralità delle fonti fossili.
Ed è proprio questo il punto più scomodo ma anche più importante. La transizione energetica non si realizza con slogan, ma con capacità produttiva reale, reti robuste, accumuli, investimenti colossali, tempi industriali lunghi e disponibilità di materie prime. Se una crisi come quella di Hormuz provoca allarme immediato nei mercati e nei Governi, significa che la dipendenza dal petrolio e dal gas è ancora profonda. Significa anche che, al di là delle dichiarazioni ufficiali, il sistema mondiale continua a poggiare su equilibri energetici fragili.
Per questo gli eventi legati a Hormuz dovrebbero essere letti come una lezione concreta di realismo energetico. All’atto pratico, si sta verificando cosa significherebbe non poter disporre, anche solo parzialmente o per qualche settimana, delle quantità di fonti fossili che il pianeta consuma ogni giorno. E poiché la domanda globale di energia continua ad aumentare, è molto probabile che queste tensioni finiscano per spingere nuovi investimenti in esplorazione e produzione: nel Mediterraneo, nell’Artico, nel Golfo del Messico e in altre aree strategiche. Non perché il mondo abbia rinunciato agli obiettivi ambientali, ma perché la sicurezza energetica, quando viene minacciata, torna immediatamente a prevalere su ogni altra considerazione.
In conclusione, Hormuz non è solo un punto sulla carta geografica. È uno specchio della fragilità energetica che continua a conservare il mondo contemporaneo. Chi osserva i numeri sa che le economie moderne restano ancorate in misura decisiva ai combustibili fossili e alle infrastrutture che li trasportano. Ignorarlo significa non capire né la geopolitica né l’energia. E senza capire l’energia, oggi, è impossibile comprendere davvero il mondo, o sperare di farlo.
© Riproduzione riservata
