La bolla di Tiberio
Tiberio, detto altrimenti in ambienti più formali Tiberio Giulio Cesare Augusto, chi era costui? Come spesso accade nel I secolo d.C. la risposta risiede nel nome stesso. Tiberio per l’appunto è: il figlio (adottivo) nonché erede di Augusto, Cesare Ottaviano Augusto, a tutti gli effetti, seppur non di fatto, primo imperatore di Roma; a sua volta nipote, nonché erede, del capostipite della prima dinastia imperiale, pur non essendo ancora dichiarata tale, di Giulio Cesare.
All’imprevista morte di Cesare, nel 44 a.C., trascorsero pochi anni di instabilità prima che Augusto riuscisse nel ripristinare una lunga fase di pace stabile e duratura, da cui la Pax Augusta, che da un lato gettò le basi di un nuovo boom economico, dall’altro dell’instaurazione strisciante dell’Impero. Nel gennaio 27 assunse poteri imperiali, che dismise nel 14 d.C. a favore di Tiberio, per sopraggiunte cause naturali all’età di 75 anni. Tra i molti meriti che gli possono essere attribuiti, oltre al ripristino di pace e ordine, Augusto lasciò una significativa eredità culturale, normativa, istituzionale, etica, morale, militare… trasversale alla società italica, romana, e del nascente impero. Non da ultimo ripristinò molte leggi e riforme che Cesare stesso aveva avviato.
Il contesto in cui aveva operato Cesare generale, era però diametralmente opposto a quello di Augusto amministratore, si era trovato a dover gestire in prima persona le ultime grandi conquiste, Gallia ed Egitto, oltre a ripetute fasi di una Guerra Civile che attraversa diversi decenni della sua esperienza politica. È in tale chiave che erano state prese anche molte decisioni, più tardi meno comprensibili.
Nella stagione degli scontri intestini alla società romana e italica, ad esempio, uno dei problemi più sottili ma potenzialmente più dirompenti di cui Cesare si era dovuto preoccupare, era la fuga di ingenti capitali dalla penisola, in cerca di sicurezza e di paradisi fiscali che ne salvaguardassero la proprietà dagli elevati rischi di esproprio. In tal senso, Cipro e Alessandria già all’epoca si erano guadagnate un’eccellente reputazione. Risultato? Ex lege l’aristocrazia romana era da ora obbligata a immobilizzare una parte cospicua del proprio patrimonio in beni fondiari italici, che nel corso degli anni, anche per altre cause, avevano mano mano acquisito un valore significativo. Giovi ricordare che per stigma sociale fosse considerato ‘vergognoso’ per l’aristocrazia qualunque investimento non fosse agricolo o immobiliare.
Venendo meno lo scopo, gli aristocratici bisognosi di entrate erano tornati a investire in business ad alta marginalità molto lontani dalla penisola, pur restando in vigore la legge di Cesare. Parimenti, ristabilito l’ordine, negli anni i fortissimi deficit fiscali dello Stato erano stati fortemente ridotti, il surplus di bilancio raggiunto e le casse imperiali rimpinguate. Dunque il volume della liquidità si era assottigliato, pur essendosi di molto ampliato il credito bancario e interbancario, specie nelle province più lontane, che aveva compensato. Tiberio aveva mantenuto la linea di Augusto.
Il 33 d.C. era un anno iniziato male, con tensioni nel mercato assicurativo mercantile, un’importante frode contabile a Tiro e malumori in Gallia avevano causato il rapido inaridirsi dell’interbancario, con principi di corsa agli sportelli a Corinto, Cartagine e Bisanzio, che avevano spinto diversi istituti a rientrare dei prestiti. Per sbaglio era tornata al centro del dibattito politico la legge voluta da Cesare, ed era emersa la sua palese violazione da parte di tutti i 600 membri del Senato.
Scarsa liquidità, credito razionato e l’obbligo di uniformarvisi, avevano costretto alla smobilitazione del portafoglio immobiliare di molti, con il conseguente crollo dei valori e la crescita esponenziale di quelli fondiari. Entrambi i valori erano artificialmente stati gonfiati e sgonfiati da sviluppi normativi che nulla avevano a che fare con la domanda del mercato, e in parte erano inquinati anche da pratiche illecite contabili e di prestanome.
La spirale innescatasi era sempre più difficilmente risolvibile e stava sfociando in una crisi bancaria generalizzata a livello di Impero, da qui l’intervento salvifico di Tiberio, con prestiti non onerosi e forzosi a tre anni pari a 100 milioni di sesterzi (il salario annuo di un legionario dell’epoca era di soli 900). Era nato il primo prestatore di ultima istanza della Storia.
