A volte i mercati mandano segnali che sembrano contraddittori, e il 2025 appartiene a questa categoria di “anni strani”: azionario e oro si sono mossi nella stessa direzione, l’economia americana ha continuato a sorprendere, i rischi geopolitici si sono moltiplicati e, allo stesso tempo, il debito sfonda nuovi record.
Il post Covid. La fine del decennio dei tassi zero ha di fatto chiuso un’epoca e ne ha aperta un’altra, in cui l’inflazione torna a essere scomoda protagonista. Un’epoca segnata dalla fiscal dominance: i Governi, in particolare gli Stati Uniti, hanno scelto di usare la leva fiscale come strumento politico e strategico, spingendo la domanda e sostenendo la crescita anche a costo di un debito pubblico sempre più ingombrante. La politica monetaria, invece, si è ritrovata progressivamente meno libera, costretta a convivere con deficit strutturalmente elevati e con la necessità di mantenere stabile un mercato dei Treasury che non può permettersi cedimenti.
La geopolitica amplifica tutto questo. Le tensioni fra Stati Uniti e Cina, le guerre in Medio Oriente e in Ucraina, il riarmo accelerato e la frammentazione delle catene globali hanno richiesto più spesa pubblica, più investimenti strategici, più incentivi industriali. Ogni nuovo ciclo di spesa si traduce in deficit più ampi e in una maggiore offerta di titoli di Stato, che la Banca Centrale è costretta a sostenere per evitare tensioni sistemiche. È un circolo vizioso che, storicamente, tende a sfociare in livelli di inflazione più alti. Con debiti così elevati, inoltre, prestare allo Stato diventa meno ‘sicuro’: il premio al rischio cresce, e i rendimenti anche.
In questo regime l’inflazione non è quindi più un’anomalia o un nemico, ma un ingrediente inevitabile del nuovo quadro macro. Anzi, un alleato dei Governi per ridurre il valore reale dei debiti.
Una prova concreta? Se si guarda all’indice S&P 500 in dollari dal 2020 si nota una performance brillante; se lo si mette in relazione al prezzo dell’oro, il ‘bene scarso’, l’immagine cambia radicalmente. Cosa significa? Che una parte rilevante di quella crescita non è il mercato che corre, quanto piuttosto valuta che si svaluta. Non è tanto il numeratore a crescere, ma il denominatore a diminuire. Il debasement monetario, il meccanismo per cui la moneta perde intrinsecamente di valore, funziona così. Non lo si percepisce giorno per giorno, ma nel tempo erode in modo silenzioso e costante il potere d’acquisto.
Il punto centrale per gli investitori è che, in questo contesto, il classico portafoglio 60-40 non può più contare sul meccanismo che l’ha reso famoso. Il mondo in cui i Treasury salivano quando l’azionario scendeva, offrendo protezione automatica, non è più scontato e il 2022 lo ha mostrato con brutalità: azioni e bond in caduta rumorosa e simultanea.
Come fare quindi per proteggersi in questo nuovo paradigma? La difesa passa per tre pilastri: asset reali, capaci di apprezzarsi in un regime inflattivo e sopravvivere al debasement monetario; strumenti decorrelati dal ciclo; esposizioni che beneficiano della volatilità del conteso. L’obiettivo non è battere l’inflazione trimestralmente, ma costruire portafogli che resistano all’erosione silenziosa del potere d’acquisto e alla fragilità crescente del credito sovrano. In un mondo dove azioni e oro salgono insieme, questo non è un paradosso: è il nuovo contesto.
Ecco allora che viene in aiuto un grande investitore, Ray Dalio, che nel suo Principles non lascia alternative rispetto alla necessità di continuare a modificare la propria prospettiva per avere successo: il suo slogan “evolve or die”, diventa monito per tutti gli attori del mondo finanziario.
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