TM    Giugno/Luglio 2025

Emergente, non troppo

In pochi anni i rapporti tra Washington e Pechino si sono seriamente incrinati. L’obiettivo su cui lavorare tutti dovrebbe essere che il normale confronto non sfoci in uno scontro. L’analisi di Raffaele Fink, Portfolio Manager di Wmm Gestioni Patrimoniali.

Raffaele Fink

di Raffaele Fink

Portfolio Manager di Wmm Gestioni Patrimoniali

L’ascesa della Cina, culminata con l’ingresso nel Wto nel 2001, è stata a lungo letta attraverso il paradigma dell’interdipendenza complessa, delineata da Keohane e Nye. In questa visione, l’integrazione economica tra Stati promuoveva una cooperazione razionale e pacifica, fondata sulla convinzione che la crescita della Cina potesse essere non solo compatibile con l’ordine liberale globale, ma addirittura vantaggiosa per gli Stati Uniti. Inizialmente, la globalizzazione è sembrata funzionare come un gioco a somma positiva per tutti.

Tuttavia, a partire dagli anni 2010 questa simbiosi ha iniziato a incrinarsi. Le ambizioni cinesi, il crescente protagonismo internazionale di Pechino e le accuse di pratiche distorsive hanno trasformato la percezione americana: da partner economico a competitor strategico. È così che, da Obama a Trump a Biden, la postura degli Stati Uniti è cambiata.

Il Chips and Science Act del 2022 rappresenta la codificazione di questa nuova strategia industriale: selettiva, protettiva e centrata sulla sicurezza tecnologica nazionale. Oltre a sovvenzionare la produzione domestica di semiconduttori, impone limiti all’export verso la Cina di tecnologie avanzate (Euv, chip sotto i 7nm, software Eda), nel tentativo di impedirne l’accesso a componenti strategici. Washington mira a presidiare un ‘cortile ristretto’ con barriere elevate, rompendo con la tradizione del libero scambio multilaterale.

Pechino ha reagito con una propria strategia di resilienza, intensificando gli investimenti in autosufficienza tecnologica. Tuttavia, come sottolineato da Gavekal, la Cina mostra vulnerabilità simili a quelle occidentali, soprattutto sul piano fiscale: il debito aggregato è esploso, mentre la crescita dei consumi interni resta debole, riflessa in un tasso d’inflazione prossimo allo zero. In parallelo, le sfide demografiche e l’erosione della produttività potenziale complicano la sostenibilità del suo modello. Sul fronte demografico, alcuni scenari proiettano un calo della popolazione sotto gli 800 milioni entro il 2100, con gravi ripercussioni.

Un difficile rapporto

Andamento del Pil nominale in trl usd (aumento annuale cinese - americano)

Andamento del Pil nominale in trl usd (aumento annuale cinese - americano)
Fonte: Gavekal Dragonomics. Sopra, l’andamento dei due Pil relativi spiegano i molti malumori americani.

Eppure, nel triennio 2021–2023, la Cina ha continuato a crescere a ritmi reali superiori agli Stati Uniti. Questa performance nasconde però una dipendenza strutturale dall’export. Se Washington riuscisse a chiudere o limitare i mercati di sbocco per le esportazioni cinesi, Pechino subirebbe un contraccolpo economico rilevante. Tale vulnerabilità rende la posizione cinese abbastanza fragile.

Nonostante le crescenti tensioni e il decoupling tecnologico in atto, è lecito interrogarsi sulla possibilità di una vera “guerra commerciale”. In realtà, come nel periodo della Restaurazione europea del XIX secolo, ci si trova di fronte a un sistema internazionale dominato da potenze interdipendenti ma vulnerabili. Tanto gli Stati Uniti quanto la Cina mostrano crepe strutturali, debito, polarizzazione politica, crisi demografica, che rendono improbabile un confronto aperto e distruttivo. Inoltre, negli Stati Uniti, un irrigidimento migratorio (come quello prospettato da Trump) aggraverebbe ulteriormente le dinamiche di invecchiamento e contraccolpi sul mercato del lavoro. Più che un gioco a somma zero, una guerra commerciale totale configurerebbe dunque uno scenario “loss-loss”, in cui entrambi i sistemi soffrirebbero pesanti costi interni.

Il confronto sino-americano si configura dunque come una competizione di lungo periodo, in cui tecnologia, potere e interdipendenza si intrecciano. Il futuro dell’economia globale si giocherà sulla capacità di gestire questa competizione in modo ordinato, evitando che la logica geopolitica travolga ogni cooperazione.

© Riproduzione riservata