
Che l’arte possa essere terapeutica e contribuire al benessere suscitando meraviglia, stimolando la curiosità, il confronto con l’altro, l’incontro fra mondi diversi, o semplicemente infondendo una percezione di sicurezza fisica e serenità, è sempre più riconosciuto, anche dai musei stessi che includono attività dedicate nella loro programmazione di mediazione culturale. C’è persino chi dell’esperienza estetica ha dimostrato le basi neurali e cognitive, come il neurobiologo Semir Zeki, professore all’University College London, fondatore della neuroestetica.
A parti invertite, possono invece essere le tecnologie nate per la cura del corpo umano a diventare strumenti per prendersi cura delle opere d’arte, permettendo di conoscere quanto all’occhio, che ne ammira la superficie, è precluso: il processo operativo sottostante, ma anche ciò che sovrapposizioni, ripensamenti o lo scorrere del tempo hanno cancellato.


Raggi X, infrarossi e ultravioletti, Tac, imaging iperspettrale possono dire molto anche quando il paziente è un dipinto: «La diagnostica per immagini è fra le tecniche più interessanti per studiare le opere senza manipolarle né effettuare prelievi, rispettando un approccio conservativo al restauro come quello in Italia. Irraggiando semplicemente un dipinto, consentono di ottenere informazioni complementari in modo non invasivo a seconda della frequenza, sfruttando l’interazione fra le onde e la materia biologica. Inoltre, integrate alle analisi storico-documentali sulla provenienza dell’opera stessa, possono fornire un valido aiuto agli esperti nel rispondere ad alcuni interrogativi chiave, sia per la conservazione e il restauro, sia per la sua interpretazione, nonché un importante contributo alla valorizzazione dell’opera, per la sua presentazione agli esperti e al grande pubblico», spiega Isabella Castiglioni, Professoressa Ordinaria di Fisica Applicata presso l’Università Milano-Bicocca e Direttore scientifico Centro Diagnostico Italiano-Cdi (oltre che imprenditrice con DeepTrace Technologies, spin-off dell’Università di Pavia).
È lei ad aver coordinato il team che ha offerto la consulenza scientifica per la mostra Art from Inside. Capolavori svelati tra arte e scienza, in corso a Palazzo Reale fino al prossimo 6 gennaio. Un progetto espositivo innovativo che coniuga arte, ricerca e alta divulgazione, frutto dell’impegno della Fondazione del Gruppo Bracco, leader mondiale nella diagnostica per immagini.
«Arte e scienza sono per noi espressione dello stesso amore per il sapere e il bello che, da sempre, accende il desiderio degli uomini di esplorare, comprendere e rivelare. Siamo convinti, infatti, dell’importanza e della forza generativa dell’incontro tra saperi diversi», commenta Diana Bracco, Presidente della Fondazione e del Gruppo. «Il progetto espositivo che presentiamo a Palazzo Reale offre un’occasione unica per riscoprire capolavori dell’arte tra Quattro e Settecento da una prospettiva inedita. Grazie alle più avanzate tecniche diagnostiche vengono svelati dettagli invisibili, pentimenti, stratificazioni, ma anche intuizioni e segreti che ci avvicinano in modo sorprendente al gesto creativo dei grandi maestri della pittura italiana», prosegue Diana Bracco.

Nessuna opera originale, ma per una volta non ci si trova di fronte alla solita esposizione immersiva con tanti pixel e poca sostanza. Concepita come un viaggio in otto tappe, avvalendosi anche della curatela dello storico dell’arte Stefano Zuffi, la mostra illustra con rigore scientifico e potenza multimediale i risultati delle indagini condotte grazie a una piattaforma integrata di strumenti hardware e software, che combina sistemi di diagnostica per immagini e analisi spettrali all’avanguardia con algoritmi di ultima generazione per l’elaborazione avanzata dei dati.
Ad esempio, i raggi X possono rivelare i dettagli dei supporti, la presenza di gallerie scavate dai tarli in legni antichi o parti di dipinti poi coperti per diverse ragioni nelle opere che ci sono giunte. L’infrarosso, che ha riservato alcune delle scoperte più importanti, consente di svelare disegni soggiacenti la pittura e di distinguere tra la mano dell’artista dagli interventi dei collaboratori nella sua bottega. Le immagini di fluorescenza stimolata da luce ultravioletta, di solito impiegate per identificare tessuti sani e patologici, individuano pigmenti di origine organica e inorganica.


Grazie a tecniche basate su luce visibile, come la fotografia ad alta risoluzione o la videomicroscopia ottica si ottengono ingrandimenti addirittura di punti della superficie pittorica, mentre la diagnostica per immagine iperspettrale, la spettroscopia di riflettanza mediante fibra ottica e quella mediante fluorescenza stimolata da radiazione X permettono di distinguere i pigmenti pittorici di superficie realizzati con diversi materiali e miscele.
«Sfruttando le immagini digitali nel visibile e nel non visibile è stato possibile realizzare delle stratigrafie che consentono di entrare virtualmente nelle opere e di generare dei gemelli digitali unici, che ci riportano nelle botteghe al momento della loro realizzazione e ce ne raccontano le vicende fino ai giorni nostri», precisa Isabella Castiglioni.
Fra gli otto capolavori sotto esame, opere del Beato Angelico (assoluto protagonista di questa stagione espositiva anche con i suoi originali eccezionalmente riuniti a Firenze), Piero della Francesca, il Pollaiolo, Giovanni Antonio Boltraffio, Caravaggio e Giovanna Garzoni, una delle pochissime artiste affermate nel Seicento: «Anche in questo, l’esposizione rende visibile ciò che spesso è rimasto invisibile: l’autorialità femminile, troppo a lungo sottovalutata, negata o dimenticata. Scegliere un’opera di Giovanna Garzoni come immagine guida della mostra è un omaggio alla libertà creativa e un riconoscimento al suo straordinario lavoro, in linea con l’impegno di Fondazione Bracco per valorizzare le competenze femminili, dare spazio a nuove prospettive e promuovere una cultura della parità anche attraverso i linguaggi dell’arte e della scienza», sottolinea Diana Bracco.
Un grande progetto reso possibile dalla collaborazione tra fisici, chimici, storici dell’arte, esperti di imaging, restauratori, ingegneri, tecnologi, comunicatori,… «Un lavoro corale che testimonia quanto l’interdisciplinarità sia oggi una leva indispensabile non solo per comprendere meglio il patrimonio culturale, ma anche per costruire nuove strade di formazione, ricerca e cittadinanza consapevole», conclude la Presidente di Fondazione Bracco. Ragion per cui si è voluta rendere la visita gratuita e aperta a tutti.
Un invito, nella nostra epoca satura di immagini riproducibili all’infinito e di stimoli frenetici, a rallentare e osservare. Dimostrando che quella stessa tecnologia arma di distrazione di massa può essere usata invece per andare in profondità. E ricordandoci che un dipinto non è solo un’immagine (ormai sempre più riprodotta su uno schermo), ma che è anche un oggetto materiale e tangibile: disegnata e dipinta con diversi pigmenti e leganti su uno specifico supporto, frutto di competenze specialistiche e vicissitudini storiche che ne hanno segnato il destino. In grado di parlare della sua epoca e dei suoi autori non solo attraverso ciò l’occhio percepisce, ma anche attraverso quanto sta sotto la superficie e altre frequenze possono portare alla luce. Aiutando a prendersi cura di ciò che di più umano abbiamo: la creatività, fatta di materia quanto di spirito.
Leader mondiale nella diagnostica per immagini, Gruppo Bracco sviluppa e offre un ampio portafoglio di prodotti farmaceutici per l’imaging diagnostico: mezzi di contrasto per raggi X, Tomografia Computerizzata e Risonanza Magnetica, oltre a microbolle per l’Ecografia con Mezzo di Contrasto e per l’Imaging Molecolare attraverso traccianti radioattivi e nuovi agenti per la Pet, insieme a dispositivi medici specializzati e servizi correlati. Dalla sua fondazione, nel 1927, è cresciuto fino a contare oltre 3.900 dipendenti e un fatturato di 2 miliardi di euro, l’88% sui mercati esteri, presente in più di 100 paesi, con head quarter a Milano.
Vanta un patrimonio di oltre 2.200 brevetti, che continua ad ampliare investendo ogni anno oltre l’8% del fatturato in attività di R&D, con i due principali centri a Ginevra (dove è presente da quasi 40 anni e ha appena rafforzato anche la produzione del suo mezzo di contrasto per ecografia) e a Ivrea (Colleretto Giacosa), oltre a strutture di ricerca nel Regno Unito, Germania, Usa e Cina.
Dal patrimonio di valori maturati in quasi un secolo di storia della Famiglia e del Gruppo, è nata anche Fondazione Bracco, che si propone di creare e diffondere espressioni della cultura, dell’arte e della scienza per migliorare la qualità della vita e la coesione sociale, con una specifica attenzione alle donne e ai giovani. Fra le iniziative, particolare cura viene dedicata alla valorizzazione del patrimonio artistico italiano, ad esempio attraverso la diagnostica applicata al restauro delle opere e la promozione della cultura musicale, sia in Italia sia all’estero, di cui la presente mostra a Palazzo Reale è uno dei frutti.
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