Non conosci mai i tuoi limiti finché non li hai messi alla prova. Questo mantra, che si trova in ogni libro di auto-aiuto che si rispetti, suona come un invito a osare, a superare i confini, a liberarsi dai vincoli. È però lecito dubitare che chiunque sia stato a coniarlo abbia mai lavorato nella finanza. Perché se c’è un mondo che apprezza i limiti, è proprio quello dei mercati finanziari. La maggior parte degli investitori non solo apprezza i confini chiari, ma spesso cerca di tracciarli dove non esistono, assicurandosi di non avvicinarsi mai troppo.
Ancora scettici? Basta guardare all’anno appena trascorso. L’arrivo di Trump alla Casa Bianca ha gettato un gelo sui mercati. Sembrava determinato a mettere alla prova ogni limite, scuotendo le fondamenta stesse dell’economia statunitense, destabilizzando partner commerciali, banchieri centrali e rivali politici. Dopo un periodo di panico ad aprile, gli investitori hanno ritrovato un po’ di calma a maggio, quando i contorni della strategia dell’amministrazione sono diventati più chiari e con essi anche i nuovi confini.
Alcuni sono stati imposti dall’amministrazione stessa attraverso misure fiscali (Obba Act), leggi federali (Clarity and Genius Acts), dazi doganali e, a patto di essere onesti, una buona dose di pressioni (l’incontro con i Ceo delle più grandi imprese americane qualcosa racconta).
Altri sono stati i limiti che l’amministrazione ha incontrato: un progetto Doge che è imploso, catene di approvvigionamento che si sono rivelate più difficili da delocalizzare del previsto e potenze globali che hanno mostrato i muscoli nel gioco dei dazi (e no, non si sta certo parlando della Svizzera).
I confini rassicurano gli investitori. Creano un quadro di riferimento, un senso di prevedibilità. Quando scompaiono, la volatilità tende ad aumentare; quando resistono, offrono visibilità. E la visibilità spesso alimenta la fiducia e i mercati. La prova è nei numeri: da inizio anno, lo S&P 500 è salito del 14,3%, lo Smi del 7,7% e l’Hang Seng di un incredibile 34,6%, ben oltre le aspettative della maggior parte degli investitori a gennaio. Anche i mercati obbligazionari stanno offrendo rendimenti solidi, con gli indici obbligazionari globali in rialzo dell’8,1% (da inizio anno), nonostante un contesto dei tassi caotico. Ma ecco il paradosso: proprio mentre l’economia riprende slancio, i mercati si avventurano in un territorio inesplorato. Le azioni statunitensi, e molte altre sulla loro scia, vengono scambiate a livelli storici. L’oro è ai massimi storici, i prezzi degli immobili stanno salendo alle stelle a livello globale, le criptovalute sfiorano i loro picchi… e il debito, come la liquidità, è ovunque.
Abbastanza da rendere nervosi gli investitori. Quando i mercati superano i livelli considerati normali, quando gli indicatori smettono di avere senso, la reazione è quasi sempre la stessa: gridare alla “bolla”. E la conclusione sembra ovvia ai più: è solo questione di tempo prima che tutto finisca male.
Nelle ultime settimane, il tono dei commenti sul mercato si è fatto progressivamente più cupo. Gli analisti brandiscono fiduciosi numeri e grafici, mettono in guardia dalla bolla speculativa e prevedono, ancora una volta, l’arrivo imminente di una recessione… sempre la stessa che viene ciclicamente promessa e predicata dal 2022.

Alla fine arriverà, proprio come una correzione del mercato è tutt’altro che improbabile avvenga. Ma la vera domanda è: quando? E in questo gioco, un errore di tempistica può costare caro. Se si è persi gli ultimi due anni e mezzo, si è anche lasciato sul tavolo il 16% del rendimento di un portafoglio bilanciato.
È bene essere trasparenti e onesti: non pretendo di essere più saggio di qualsiasi altro investitore. Una parte di me ama la visibilità, la struttura e i quadri rassicuranti. Ma è altrettanto ingenuo aspettarsi che un’economia, o i mercati, si muovano in linea retta, senza surriscaldarsi o raffreddarsi. Gli estremi fanno parte del gioco. Senza di essi, non ci sarebbe alcun premio di rischio, né alcuna opportunità di riallocare il capitale dove è più produttivo. Quindi forse è il momento di ripensare l’approccio alla materia, in due modi.
In primo luogo, cercando ‘angolini’ di mercato anonimi e trascurati, quelli che gli investitori non si sono preoccupati di recintare perché semplicemente non sono sul radar. Il contesto geopolitico odierno ne offre molti nei mercati azionari, in particolare nei mercati emergenti e in alcune parti dell’Europa meridionale.
Ed ecco una statistica che dovrebbe convincere anche gli scettici: in un solo anno solare, 47 indici nazionali (su 88) hanno sovraperformato lo S&P 500 (in franchi) e ben 67 hanno battuto lo Smi. Invece di chiedersi se il mercato statunitense abbia ancora energia, forse è il momento di ampliare gli orizzonti. Anche gli stock picker hanno ottimi motivi per guardare oltre i soliti sospetti: da inizio anno, il primo titolo dei Mag7 si colloca solo al 69esimo posto tra quelli dello S&P 500. E per chi è meno incline alle azioni, opportunità interessanti abbondano anche nelle obbligazioni, nelle materie prime e nelle attività digitali, a patto di essere disposti a uscire dai sentieri battuti.
In secondo luogo, considerando i mercati e le economie non come sistemi statici con confini fissi, ma come organismi dinamici in costante evoluzione. Questa prospettiva cambia il modo di concepire la diversificazione. Se la si riduce a un semplice esercizio di distribuzione del capitale tra le classi di attività, le prospettive sono cupe: quando tutto è ai massimi storici, rimangono pochi rifugi sicuri. Ma se si considera la diversificazione come uno strumento per mitigare i rischi di cambiamenti sistemici che si preferirebbe non vedere, diventa molto più strategica.
Anche l’hedging può essere una strategia efficace. Invece di cercare di prevedere quando i mercati subiranno una correzione, o di correre il rischio di rimanerne esclusi, è possibile sfruttare la minore volatilità e mantenere gli investimenti, anche in un contesto di fine ciclo. Infine, i mercati odierni offrono numerose opportunità per strategie che non si basano su forti scommesse direzionali. Bisogna sempre tener presente che detenere liquidità in Svizzera, dove i tassi di interesse attuali sono allo 0%, è tutt’altro che l’alternativa più interessante.
I limiti spesso rendono infelici. Come individui, ci limitano; come investitori, ci mancano quando non ci sono. Ma forse il vero problema non è la incapacità di individuarli, bensì il credere che siano fissi a priori. E se la chiave della felicità, e della fortuna, risiedesse nell’accettare la loro natura fluida… e nel padroneggiare l’arte di lasciarli venire a noi?
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