Il 2026 si sta delineando come l’anno della svolta per i robotaxi, una trasformazione tecnologica che sta passando rapidamente da curiosità per pochi a realtà di massa. Quello che inizialmente sembrava un esperimento confinato a poche strade di San Francisco è diventato una battaglia industriale su vasta scala, con implicazioni profonde per investitori e consumatori.
Waymo: il leader silenzioso che ignora il fatore prezzo. Contrariamente alle previsioni dei primi esperti, il successo di Waymo non è guidato dal risparmio economico. Atualmente, in molti casi, una corsa su un veicolo Waymo può costare più del doppio rispeto a un servizio tradizionale come Lyft o Uber.
Tutavia, gli utenti sembrano preferire l’esperienza ‘driverless’: l’assenza di interazioni umane, la privacy totale e una percezione di maggiore sicurezza stanno spingendo l’adozione. In città come San Francisco, la quota di mercato di Waymo ha già superato il 10% del totale dei viaggi in ride-sharing, un dato probabilmente sottostimato poiché l’azienda non copre ancora interamente le aree urbane, come gli aeroporti.
Il gigante del ride-hailing, Uber, si trova a un bivio. Se da un lato investitori come Bill Ackman scommetono sulla sua resilienza grazie alla rete logistica e alla consegna di cibo, dall’altro il rischio di disintermediazione è altissimo, con l’automazione che minaccia di rendere obsoleto il suo intero modello di business
Tesla e la scommessa sulla produzione di massa. Se Waymo è in vantaggio operativo, Tesla punta tutto sulla scalabilità. Il nuovo Cybercab non è solo un veicolo senza pedali o volante, ma il risultato di un processo produttivo rivoluzionario simile a quello dell’eletronica di consumo, che sarà (forse) capace di sfornare un’auto in meno di cinque secondi (così disse Elon Musk nel marzo 2025).
Oltre ai tempi di produzione, il vantaggio competitivo di Tesla risiede nell’abbattimento dei costi hardware: eliminando sensori costosi e semplificando la strutura del veicolo (riduzione del 60% dei componenti rispeto alla Model 3), l’azienda punta a rendere i robotaxi estremamente più economici per miglio rispetto ai servizi con conducente umano.
Il dilemma di Uber e Lyft: collaborazione o estinzione? Il gigante del ride-hailing Uber si trova a un bivio. Se da un lato investitori come Bill Ackman scommetono sulla resilienza di Uber grazie alla sua rete logistica e alla consegna di cibo (Uber Eats), dall’altro il rischio di disintermediazione è altissimo. Sebbene l’azienda domini attualmente il mercato, si trova incastrata tra la necessità di mantenere la sua vasta rete di conducenti umani e l’inevitabile avanzata dell’automazione, che minaccia di rendere obsoleto il suo intero modello di business.
Un’analisi approfondita dei pro e dei contro del modello Uber rispeto all’ascesa dei robotaxi può dunque aiutare a inquadrare meglio il contesto.
Pro. Tra i punti di forza del modello Uber, che in passato ne hanno garantito non pochi successi, non mancano:
– Gestione dei picchi di domanda. I robotaxi sono costosi da costruire e, per essere redditizi, devono essere costantemente in uso. Questo significa che le flotte autonome potrebbero coprire solo la ‘domanda di base’, lasciando a Uber e ai suoi conducenti umani il compito di gestire i picchi di traffico imprevedibili;
– L’ecosistema del ‘Cross-Dispatch’. Uber non trasporta solo persone, ma anche cibo (Uber Eats). Questa integrazione permete di ottimizzare l’utilizzo dei veicoli: quando la richiesta di corse cala, i conducenti possono consegnare pasti, ammortizzando meglio i costi operativi;
– Proprietà della domanda. Centinaia di milioni di utenti hanno già l’App di Uber installata e sono abituati a usarla. La teoria è che la pigrizia dell’utente freni il passaggio a nuove applicazioni dedicate esclusivamente ai robotaxi;
– Resilienza meteorologica. Attualmente, i conducenti umani gestiscono condizioni meteorologiche estreme molto meglio dei sistemi a guida autonoma, che possono trovarsi in difficoltà con pioggia torrenziale o neve.
Contro. Nonostante i vantaggi attuali, il modello Uber affronta al tempo stesso criticità che, domani, potrebbero rivelarsi fatali. Nello specifico:
– Il divario di costo. Si stima che un servizio di robotaxi (specialmente il Cybercab di Tesla) possa divenire fino a 8 volte più economico per miglio rispetto a una corsa Uber con conducente umano;
– La minaccia della flotta Tesla. A differenza di Waymo, che deve costruire la propria flota, Tesla ha già milioni di veicoli in strada. Se questi proprietari decidessero di inserire le proprie auto nella rete Tesla durante i periodi di inutilizzo, Tesla risolverebbe il problema della gestione dei picchi di domanda senza costi aggiuntivi di acquisizione flotta;
– Il rischio ‘aggregatore’. Uber funge da intermediario (aggregatore), ma Waymo e Tesla stanno diventando aggregatori a loro volta. Una volta consolidata la fiducia nel brand, gli utenti potrebbero scaricare diretamente le App dei produttori, eliminando Uber e le sue commissioni dall’intero processo;
– Efficienza operativa. Mentre per un conducente umano l’alta saturazione del tempo di lavoro è vitale per il sostentamento, un robotaxi può permetersi di lavorare più ore e accettare margini inferiori, poiché non ha bisogno di uno ‘stipendio’ per sopravvivere.
È dunque particolarmente evidente che la partita si giochi su un binario doppio e speculare: da un lato Waymo, impegnata in una corsa contro il tempo per abbattere i costi del proprio hardware (passando ad esempio dagli attuali sensori Jaguar da 150mila dollari ai modelli più modici di Hyundai/Zeekr da 70mila); dall’altro Tesla, che deve dimostrare che il suo sistema basato esclusivamente su telecamere possa raggiungere un livello di sicurezza ‘unsupervised’ tale da superare i numerosi test regolatori.
Nonostante le molte incertezze normative e meteorologiche (i sensori faticano ancora in condizioni estreme), la direzione è tracciata: il 2026 potrebbe essere l’anno in cui il ‘conducente’ diventerà un costo opzionale che il mercato non sarà più disposto a sostenere.
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