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Cartografie del gusto

Dalla foresta amazzonica alle coste atlantiche, la cucina brasiliana è un caleidoscopio di sapori. Un palinsesto culturale in cui si sovrappongono strati di storia, migrazioni e paesaggi senza mai cancellarsi del tutto. Legata al territorio, alla biodiversità e alle tradizioni locali, non è solo nutrimento ma anche racconto di tradizioni, innovazione e gesto consapevole. L’esempio di Manu Buffara alla testa del ristorante Manu a Curtiba, nello stato del Paranà.

di Simona Manzione

Giornalista

Orto Botanico di Curitiba, © Marcelo Harassen do Ó / Unsplash
L’Orto Botanico di Curitiba, nello stato del Paraná, è un simbolo dell’ecologia urbana brasiliana. © Marcelo Harassen do Ó / Unsplash.

In un tempo in cui la cucina rischia spesso di diventare spettacolo, esiste ancora un modo di cucinare che nasce dal silenzio, dall’ascolto e da un legame profondo con la terra. Questa visione trova le sue radici nella cucina brasiliana, un patrimonio vivo e in continua evoluzione, dove natura, memoria e identità si intrecciano in ogni gesto. Non è solo una questione di sapori, ma di relazioni: con il territorio, con chi lo coltiva, con chi si siede a tavola.

In questo racconto, la cucina diventa linguaggio e responsabilità, capace di trasformare ingredienti semplici in esperienze che parlano di origine, rispetto e consapevolezza. Ingredienti come manioca, mais, pesce, frutti tropicali o erbe spontanee non sono semplici materie prime, ma dispositivi culturali: portano con sé geografie e visioni del mondo. È una cucina che non cerca di impressionare, ma di connettere, lasciando che siano i sapori a raccontare la loro verità.

Manu Buffara alla testa del ristorante Manu a Curtiba, nello stato del Paranà, fa parte di quel gruppo di chef che si interrogano su identità, territorio e responsabilità, cercando di superare modelli importati di alta cucina per costruire un linguaggio proprio, radicato ma non nostalgico. «La cucina non è stata una scelta consapevole, ma una presenza che ha plasmato silenziosamente la mia vita. Cresciuta in una fattoria, ho imparato a rispettare i ritmi della natura e a capire che il cibo nasce da pazienza e attenzione. In casa, la cucina era il centro della vita quotidiana: mia madre trasformava ciò che c’era in conforto, mentre mio padre mi ha insegnato a partire sempre dalla terra.

Con il tempo, ho compreso che cucinare significa prendersi cura delle persone e del mondo, ed è diventato il mio linguaggio e il mio modo di creare connessioni con il mondo», ha raccontanto la cheffe, che ha preso parte all’edizione 2025 di S. Pellegrino Sapori Ticino, evento enogastronomico di spicco, creato da Dany Stauffacher, che da vent’anni porta nel Cantone grandi chef da tutto il mondo.

La cucina di Manu Buffara «è naturale, brasiliana e consapevole. Segue il ritmo della terra, dell’oceano e delle persone che la rendono possibile. Cucino nel rispetto delle stagioni e dei produttori che coltivano, pescano e raccolgono. Cerco la semplicità: quando si elimina il superfluo, il sapore parla con maggiore chiarezza», prosegue la cheffe, premiata come Latin America’s Best Female Chef 2022, che aggiunge: «Il semplice diventa straordinario e ciò che è spesso trascurato diventa il cuore del racconto. Anche una semplice verdura può portare memoria, significato e forza creativa. Ed è così che la carota è diventata il mio piatto simbolo e un emblema della mia filosofia. Col tempo ho imparato ad ascoltare più attentamente, sia gli ingredienti sia me stessa. All’inizio volevo esprimere tutto insieme. Oggi so che la semplicità può essere la forma più potente di espressione.

La cheffe brasiliana Manu Buffara
La cheffe brasiliana Manu Buffara, titolare del ristorante Manu, a Curitiba. Latin America’s Best Female Chef (2022), si distingue per il suo approccio che unisce l’alta cucina alla responsabilità sociale e ambientale. Ha portato la sua cucina in Ticino, nell’ambito di S. Pellegrino Sapori Ticino 2025, l’evento gastronomico creato da Dany Stauffacher che ogni anno riunisce nel Cantone star dell’enogastronomia internazionale.

Più cresco come persona, più cucino per connettere anziché per impressionare. Con una creatività che non nasce in cucina, sempre piena di rumore e movimento, ma nei momenti di quiete e nella natura. È la natura ad avermi insegnato la pazienza: nulla cresce prima del suo tempo. Anche la cucina ha bisogno di questo stesso tipo di attenzione», prosegue Manu Buffara che, se si parla di tecnica e precisione da una parte e di istinto e creatività, non ha dubbi: «La tecnica mi dà struttura, l’istinto direzione: non possono esistere l’una senza l’altro. La tecnica garantisce rispetto per l’ingrediente, mentre l’istinto porta vita nel piatto. I piatti migliori nascono proprio da questo equilibrio: sono precisi, ma mai freddi; intensi, ma sempre armoniosi. La cucina è insieme scienza e intuizione, ed è questo incontro a mantenerla profondamente umana. Ogni piatto è una storia che comincia molto prima della cucina: porta con sé la voce dei produttori, il ritmo della terra e, a volte, frammenti della mia vita. La tecnica è fondamentale, ma è l’emozione a dare significato. Cerco di andare oltre il gusto, creando una connessione tra chi mangia, il luogo e le persone dietro ogni ingrediente».

E quell’incontro non riguarda solo tecnica e istinto, ma anche il cuoco e il commensale. «I miei piatti nascono da ciò che vivo – gioia, malinconia, gratitudine, curiosità – e quando arrivano in tavola si intrecciano con le emozioni di chi li assaggia. È lì che accade qualcosa di unico: il cibo diventa un linguaggio condiviso, senza parole ma profondamente compreso da entrambi».

L’alta cucina è spesso descritta come un’arte effimera. Si crea qualcosa che scompare nel momento in cui viene mangiato. «È proprio questo a renderla bella», chiarisce la cheffe. «Un piatto esiste solo per poco tempo, ma il ricordo che crea può durare per sempre. Nel momento in cui scompare, lascia spazio all’emozione. Cucinare mi insegna la presenza. Ogni servizio è diverso, ogni commensale è unico. Amo che ogni piatto sia un piccolo promemoria che nulla dura per sempre e che la bellezza può vivere in un singolo istante».

In un mondo in cui la gastronomia è sempre più legata all’immagine e al marketing preservare la purezza del gesto culinario non è semplice. La cheffe ha un antidoto: «Resto vicina a ciò che è reale. Passo tempo nell’orto, parlo con i produttori, visito i mercati. Questo contatto mi mantiene con i piedi per terra e mi ricorda perché cucino. Cerco la coerenza tra ciò che sono e in cui credo con ciò che servo. Un piatto vero parla da solo. Non ha bisogno di essere spiegato. Lo assaggi e senti che è stato fatto con cura, rispetto e uno scopo. Questo è il sapore della verità».

Parlare di cucina brasiliana significa parlare di un equilibrio fragile e dinamico tra natura e cultura, identità e pluralità, passato e futuro. Un equilibrio che si rinnova nel gesto quotidiano del cucinare, e che trova nel piatto non solo un esito estetico, ma una forma di pensiero.

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