Talvolta sottile, talaltra feroce. Può essere canzonatoria o dissacrante, moraleggiante o trasgressiva. Ma sempre, se degna del suo nome, è intelligente. Perché l’obiettivo della satira non è mai semplicemente quello di far ridere, né di indignare o proporre soluzioni ma, mettendo in ridicolo, di offrire un diverso punto di osservazione per far riflettere. Tra le illustri ‘vittime’ su cui ha esercitato la sua mordacità, anche una professione fra le più celebrate e solenni: l’architetto. Una figura che evoca un potere demiurgico, tanto che numerose sono le illustrazioni a raffigurare Dio come architetto impegnato a tracciare l’universo con il suo compasso. Così, a chi dà forma allo spazio del nostro vivere quotidiano, da quello domestico alla pianificazione urbana e territoriale, non poteva non appuntarsi l’arma dell’ironia. Accanto a manuali di storia dell’architettura, riviste specialistiche, monografie, medaglie commemorative, banconote e copertine patinate, ecco che maestri grandi e meno hanno trovato più scomoda dimora in caricature, vignette, cartoons, film, fotomontaggi e oggi persino meme virali, con cui la satira e i suoi compari – umorismo, ironia, parodia,… – ne hanno commentato vizi, vanti, illusioni, storture, assurdità, ipocrisie e aberrazioni.

Offrire una prospettiva anticonvezionale sulla professione attingendo a questo vastissimo repertorio, che va dal Rinascimento ai giorni nostri, è l’obiettivo della stimolante e curiosa mostra in corso al Teatro dell’architettura Mendrisio fino al 29 marzo. I molti materiali presentati provengono sia dalla Biblioteca dell’Accademia che da collezioni private, fra cui quella del curatore stesso, Gabriele Neri, che in questa mostra ha sfoderato tutta la sua competenza di storico dell’architettura e la sua ‘ossessione’ per questo particolare genere di illustrazione (è autore anche di diverse pubblicazioni sul tema, l’ultima edita proprio in occasione dell’esposizione, Satira dell’architetto, Controstoria di una professione attraverso la caricatura, Edizioni Casagrande, Mendrisio Academy Press), condividendo alcune chicche fra le ormai migliaia di pezzi che ha raccolto in anni di appassionate ricerche, spingendosi dall’Australia fino all’ex Unione Sovietica.
Lo stesso Mario Botta, quando ha saputo del tema della mostra, ha aperto i suoi archivi, condividendo i disegni delle sue case ideati dal celebre fumettista francese Jean-Marc Reiser, storica penna di Charlie Hebdo, che al maestro ticinese riservava però una grande stima – contraccambiata – fra i pochi che risparmiasse dalla sua mordace critica all’architettura.
Il percorso proposto da Gabriele Neri si articola in quattro sezioni: L’architetto in caricatura; Scandali urbani; La casa irrazionale e Caricature d’architetto (speculare rispetto all’apertura, in questo caso con l’architetto autore e non soggetto di parodia). Il tutto giocato su un doppio registro – come vuole una controstoria che si rispetti – accostando documenti e angolazioni diverse, glorificazioni e dissacrazione, gravitas e levitas, riferimenti immediati e citazioni colte, boutade volgari e raffinatissime stoccate.
Molti i temi affrontati: le violente trasformazioni delle città ‘sventrate’ dagli architetti; il dibattito pubblico scatenato da edifici hors norme; la rivoluzione dei modelli abitativi; il rapporto tra forma e funzione nel design moderno; i risvolti psicologici e sociali dell’urbanistica; la transitorietà delle mode; l’asservimento al potere,… Dai toni più bonari a quelli più crudeli, tra attacchi ad personam e condanne all’intera categoria, ne emerge un’alternativa alla critica architettonica titolata. Ve ne offriamo un assaggio in queste pagine.
Il percorso espositivo comprende anche spezzoni di film, documentari e cartoons. Gustosissima l’animazione realizzata da Vitaly Peskov (1971) che con il sorriso ricorda come l’architettura sia spesso un atto politico: così il brutalismo sovietico, con la standardizzazione dei suoi prefabbricati, smantella lo sfarzo dell’estetica stalinista un orpello dopo l’altro. E sempre in tema di prefabbricati, ma volando oltreoceano, esilarante Buster Keaton, novello sposo, alle prese con le istruzioni di montaggio per il suo dolce nido, scompaginate dal vendicativo rivale in amore sconfitto, che danno forma a un’improbabile casa dalle geometrie cubiste (in One Week, suo primo capolavoro del 1922). Non poteva poi mancare una rievocazione della leggendaria Villa Arpel, la casa-trappola che assurge a vero e proprio personaggio in Mon Oncle (1958), permettendo a Jacques Tati di ironizzare sulle contraddizioni del modernismo ultrafunzionale e tecnologico che affascinava la borghesia dell’epoca (chissà cosa gli ispirerebbe la domotica intelligente odierna?). Un bel cimento anche per gli studenti dell’Accademia di architettura dell’Usi, chiamati a ricostruire la maquette della casa a partire dalla pellicola.
Non solo a chi oggi si sta formando alla professione, ma a chiunque sia curioso, una mostra come questa offre un’importante lezione, invitando a uno sguardo critico verso l’architettura e ricordandone il ruolo pubblico e sociale. Perché lo specchio della satira, con le sue deformazioni, restituisce un’immagine su cui è bene riflettere.
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